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Presented to the 

LIBRARY ofthe 

UNIVERSITY OF TORONTO 

by 

R.B. CHANDLER 




CANTI 



DJ 



ALEARDO ALEARDI. 



CANTI 



DI 



ALEARDO ALEARDI. 



Un'ora della mia giovinezza. 

Le prime storio. — Il monte Circello. — Accanto a Roma 

I fuochi ^e^4l^peA'ftìn,ò'.^ . ( 

Lettere a Maria. — Le*-£it'ta italiane -Marinare' 'è- -commercianti. 

Raffaello e la Fornarina. : : v' ''Òre'cattive. 1 — Il Comunismo e Federigo Bastiat. 

Amore e luce. — El-egle. — Epicedio. — Canti patrii. — I setW'soldati. 

Canto politico. — Poesie volanti. — Poemetto giovanile.- 



Sesta edizione 

CON UN RECENTE RITRATTO DEUl/AUTORE 

IL FAC-SIMILE o' UN SUO AUTOGRAFO 

ED ALCUNI VERSI INEDITI. 




FIRENZE, 
Ct. barbèra, editore. 

1882. 



APR 2 8 1999 



Avendo acquistato dall'Autore la proprietà letteraria di questo 
volume, che racchiude in parte componimenti inediti, e in parte 
editi da Ini ricorretti notabilmente, dichiaro di voler godere tutti 
i diritti che le vigenti leggi sulla proprietà letteraria mi accordano. 
Sarà quindi proceduto contro chi stampasse o vendesse edizioni di 
questi Canti fatte senza il consenso mio e dell'Autore. 

G. Barbèra. 
Firenze, 1° febbraio 1864. 



ALLA SUA VERONA 



ALEAKDO ALEARDI. 



« Parvo, nec invidoo, sine me, liber, ibis in urbem, 
Hei mihi ! quo domino non licet ire tuo. » 
P. Ovid., 'frisi, lib. I, el. I. 



Aliuiìdi 



DUE PAGINE AUTOBIOGRAFICHE 

A USO DI PREFAZIONE. 



« Sed tamen exiguo quodcumque e pectore rivi 
Fluxerit, hoc patrise serviat omne mese. » 
Peopeb., lib. IV, ol. I. 



Un bel mattino passeggiavo con mio padre, 
secondo il nostro costume ; eravamo inseparabili ; 
s' egli andava in un luogo senza di me, di lì a un 
poco mi vedeano spuntare ; parea che sapessi di 
doverlo perdere così presto. Ero in su que' bei 
diciott' anni, e su que' bei colli veronesi. La strada 
che talora serviva di letto al torrente, serpeggiava 
profonda, sassosa, sdrucciola, tutta segnata sulla 
creta dalle unghie fesse delle pecore, e dalle scarpe 
ferrate dei montanari. Due file di càrpini e di 
querce scapitozzate con macchie di rovi legate in- 
sieme da volubili madriselve sorgevano ombrose 
sulP alto delle due ripe, più a guisa di parete che 
di siepe, lasciando cadere dai cigli corrosi le pen- 
dole barbe delle radici nude. 



Vili DUE PAGINE AUTOBIOGBAFICHE. 

Così scivolando e inerpicandoci, io facevo di- 
scorrere mio padre di Napoleone e di battaglie, 
perchè molto mi piacevano que' racconti, e perchè 
sapea di fargli piacere a toccar que' tasti: tanto 
che si giunse al monte di San Giorgio; un pae- 
sello, là, sul colmo, come le antiche cittadette nel- 
F Umbria e nel Piceno, con la sua vecchia chie- 
suola nel mezzo, con le casupole stipatevi intorno ; 
povero ma pulito, fecondo di lastre e di vigne, 
ricco di memorie romane e longobarde. 

Ivi, al pendio, ci sedemmo sopra una pietra 
che dovea essere un pezzo d' ara romana, rima- 
nendo in silenzio, non tanto per la fatica della 
strada, quanto per la magnifica scena, che ci si 
spiegava davanti. 

La vista difatti era stupenda. A destra una 
serie di colline, brune in sull' alto di roveri, pal- 
lide d' ulivi alla pendice, co' suoi paesetti qua e 
là raggruppati o sparsi; con le sue mille case 
bianche, quali esposte al sole, come pannolini della 
lavandaia, quali velate da qualche frutto, che fa- 
ceano capolino fra un albero e l'altro a guisa di 
bimbe che giuocano a capo-nascondersi. Davanti 
un' altra serie di colline minori color viola, che si 
disegnavano con linea serpeggiante sull'acqua del 
Garda, piana, lucente, sulla quale vedevi girare 



DUE PAGINE AUTOBIOGRAFICHE. IX 

una vela da pescatore. Più lunge i monti azzurri 
del bresciano, che via via digradando morivano 
nella guerriera città di Arnaldo, dove, un giorno, 
dovevo trovare tanta cortesia di ospitalità, tanta 
benedizione di nobili affetti. Poi, a sinistra, la 
vasta pianura coi campi rigati di solchi divisi a 
quadretti, amabili all' agricoltore, inamabili all' ar- 
tista, coi praticelli morbidi tagliati a mo' di panno 
da bigliardo, coir Adige in mezzo che non si vede 
ma s' indovina ; coli' immenso orizzonte lontano, 
velato di vapori come l' idea dell' infinito. 

Poche memorie avevo là in mezzo, perchè ero 
in sul cominciare della vita ; e non sapevo che in 
parecchi punti di que' monti, di quel lago, di quel 
piano avrei sparso lagrime amare; non sapevo che 
in qualche luogo laggiù avrei veduto seppellirmi 
persone dilette. Tutto invece in quello istante bril- 
lava ; V acqua, la terra, il cielo e l' anima mia. 

Vi è mai accaduto di stare con persona, la cui 
indole, per lunga soave famigliarità, la sapete a 
mente ; la quale abbenchè taccia, pur si capisce 
che à qualche cosa insolita a dirvi ; abbenchè parli, 
pur si capisce che non vi dice quello che vi vor- 
rebbe dire, e sentite che quanto v'àa dire, è 
cosa importante; è una di quelle parole che sono 
come il compendio d' un monologo rimuginato lun- 



X DUE PAGINE AUTOBIOGRAFICHE. 

gamente nel suo segreto? Tale il tacere, tale il 
discorrere di mio padre. Eran due giorni, che 
quantunque al solito, fossimo sempre insieme, e 
si fosse parlato di mille cose ; pure io vedeva che 
e' era una cosa che non mi aveva detto, e volea 
dirmi, e forse a dirmela gli recava amarezza. E 
bisogna sapere che, venuto due giorni prima nella 
mia stanza, trovò sul tavolino una carta; la lesse, 
la rilesse ; sbirciandolo, mi parve non gli spia- 
cesse : ma la depose senza far parola ; ed era una 
mia canzone. Finalmente, fosse l'effetto del luogo 
aprico, dell' aria mite e profumata, dell' ora quieta 
che invitava a confidenze, egli si volse e mi 
guardò in tal maniera, eh' io dissi tra me e me : 
ci siamo. E difatti improvvisamente uscì con que- 
ste parole: 

— Figlio mio, sai s' io t' amo : da' retta ; non 
ti mettere sulla via del poeta ; ti condurrà a male : 
parrai uno strambo, uno stordito fra la gente; 
trascurerai i fatti tuoi; sciuperai il tuo; e caduto 
dalle dorate nuvole della tua fantasia, ti troverai 
male su questa terra di calcolo. — 

Poi sorridendo, come se avesse temuto d' avermi 
mortificato, soggiunse: 

— Pensa che Carmen lo dicono venire da una 
certa Carmenta, una brava donna, madre di quel 



DDE PAGINE AUTOBIOGBAFICHE. XI 

gentiluomo campagnuolo del Re Evandro ; la quale 
però avea delle ore lunatiche e strane che dicea 
su le cose più strampalate del mondo, quasi ca- 
rens ménte. Tu che sai il latino, cavane il co- 
strutto. — 

Io tacqui un poco, ma siccome non gli avevo 
negato mai nulla, risposi : " Farò come ti piace " e 
misi involontariamente un sospiro. 

Ma un capraio che scendea per un sentiero in 
mezzo al prato declive; alcune capre che venute 
in faccia a noi si fermavano a guardarci con occhio 
fisso; quella barchetta che passava sul lago come 
un moscerino con l' ali tese sopra un cristallo ; 
quel profumo di Salvator Rosa che usciva da certi 
roveri vecchi ; quelP aria di idillio virgiliano che 
saliva dai campi, mi rapivano 1' anima, mio mal- 
grado, nelle regioni della poesia. Una vocina di 
non vista persona, che avea del flauto, si prossi- 
mava cantando non so che versi paesani, finche 
uscì dalla svolta del torrentello una fanciulla di 
sedici anni, di que'bei sangui là, con al braccio 
il paniere, onde avea forse recato da mangiare a 
suo padre nelle vicine cave di tagliapietra. Era 
messa come una figurina del ZuccareHi ; era gen- 
tilina e languida come una vergine del Guido. Nel 
passare mi volse il suo occhio ceruleo dicendo con 



XII DUE PÀGINE AUTOBIOGRAFICHE. 

disinvolta modestia K Siorìa ; " e non ci volle altro. 
La mia fantasia correva le quattro plaghe dei 
venti, e immemore della promessa data pocanzi, 
vestiva, a suo modo, di canto involontario e se- 
greto tutta quella bellezza animata e inanimata 
della eterna natura. 

Una sera passeggiavo con mio padre ; non avevo 
ancor tocchi i vent' anni ; si era in un luogo ro- 
mito, lungo l'Adige, nella ricca pianura veronese. 
Andavamo per una viuzza che costeggia la sponda : 
mi par ancora di vederla. Il sole tramontava fra 
un gruppo di pioppi ; le onde parevan d' oro ; i 
pesci, esultando, schizzavano fuor dell'acqua per 
salutare la luce morente; i passeri faceano uno 
svolazzìo, un cicaleccio confuso prima d' appol- 
laiarsi sui salici dell' isolotto eh' era in mezzo al 
fiume. 

Anche allora ei mi parlava del gran Còrso, e 
di quelle battaglie da giganti : era il suo tèma fa- 
vorito ; e talvolta, soffermandosi, segnava sulla rena 
con la sua canna d'India il posto dei Francesi, e 
di quegli altri lassù di Germania eh' egli pure 
mandava con tutto il cuore alla malora. 

Ma anche quella sera io capivo benissimo che 
fra que' veliti e quelle squadre di dragoni e' era 
qualche altra cosa che avea da dirmi e non dicea. 



DUE PAGINE AUTOBIOGRAFICHE. XIII 

Eravamo a Marengo. Melas, eh' egli chiamava con 
le sardoniche canzoni del suo tempo Melacotte, si 
tenea in pugno la vittoria: Bonaparte schizzava 
fulmini d'ira; quando a un tratto smette il rac- 
conto, mi guarda fisso e mi dice : 

— Figlio mio, te n' ò già fatto parola un' altra 
volta. Non invaghire, ti prego, di questa civettuola 
di Poesia, che con tutti i suoi andari di gran dama, 
ti farà qualche mal tiro da crestaina infedele. Piglia 
una buona compagna, come sarebbe a dire la Legge ; 
e ti comporrai una famiglia, avrai del ben di Dio, 
sarai contento in vita, morrai sereno e benedetto. 
Questi amori vagabondi ti faranno capitar male; 
vivrai irrequieto, forse infelice ; ti logorerai 1' anima 
e la vita. — 

Io nicchiai ; ma rimasi in silenzio e feci segno 
d' assentire. 

Sonò l'avemaria, ci levammo il cappello e si 
pregò. Quel lontano rintocco nelle orecchie, quei 
poveri morti in cuore, e Dio che ci ascoltava : quel 
fiume velato dal crepuscolo che andava, andava 
perpetuamente parlandomi della fugacità della vita : 
queir orizzonte con una striscia d' arancio che mi 
parlava del giro vertiginoso della terra: quella 
stella d'Arturo che cominciava ad apparire, e mi 
parlava della immensità dei mondi, mi vinsero, non 



XIV DUE PAGINE AUTOBIOGRAFICHE. 

so come, mi commossero, mi sollevaron 1' anima ; 
ed essa a tradurre, senza volerlo, quelle impres- 
sioni in meste note di poesia. Passò un carro che 
tornava carico di covoni dai campi, somigliante a 
quello stupendo dei mietitori, che ò visto dopo, 
ispirato dalla campagna romana al povero Leopoldo 
Robert. C era su una nidiata barcollante di villa- 
nelle che cantavano una lor villotta con voce resa 
tremula dagli sbalzi delle rote per V inugual car- 
raia, e per le catene dei mulini che attraversavano 
la strada. Que' buoi dalle lunghe corna, dall' occhio 
grande e tondo che Omero assomigliava a quel 
di Giunone ; quel villano dinanzi al timone, giovine, 
scalzo, ercolino, divoto ; quel canto che allò squillar 
della campana moriva in un bisbiglio di preghiera ; 
queir ultimo lume di ponente che tingea la geor- 
gica scena, aggiunsero anch' essi alimento al fuoco 
contrastato dell'estro. Pochi istanti dopo eravamo 
venuti di fronte a un mulino da riso : tornava a 
terra sulla palàncola una mugnaina giovine, bella, 
battendo svelta sul pancone i suoi fieri zoccolini. La 
mi strisciò con la veste passando : mi die la buona 
notte, e il mio cuore andò in visibilio. Mi sentii 
tumultuar dentro la fantasia più che mai ; e la lucer- 
netta della mia camera sa che quella stessa notte ò 
disubbidito mio padre. Ero malato del mal dei versi. 



DUE PAGINE AUTOBIOGRAFICHE. XV 

Povera Michelangiola ! tu se' ita così presto. I 
tuoi occhioni azzurri, così pieni di giovinezza e di . 
sorrisi, si spensero ; il tuo snello corpicino di donna 
immatura fu chiuso entro una rozza cassa di abete ; 
e addio. Un mattino passavi davanti a me soletta ; 
la tua manica era impolverata di farina ; ed io osai 
di pulirti la spalla. Fu V unica confidenza che ò 
avuta con te : allora mi parve un grande ardimento : 
in quelP istante il cuore mi batteva in sussulto ; e 
siamo divenuti rossi tutti e due, come due ciliegie. 
Non so se ti amassi ; so che allora la chiesa mi 
pareva vuota, se, la festa, non ci eri tu ; so che 
quando sonava V organo, io cercavo quasi per istinto 
la tua testina, come fosse anch' essa un' armonia ; 
so che fra le cento voci dei vespri, io distinguevo 
la tua voce di fanciulla, che fra le cento inginoc- 
chiate, in un batter d' occhio, io trovavo il tuo 
velo candido con que' bei ricciolini che ne scappa van 
fuori. Oh, i tuoi capelli! sono tanti anni, e li ho 
ancora davanti agli occhi. In Grecia quando muore 
una ragazza, si vede pendere qualche treccia alla 
sua tomba, con sópravi uno scritto, come ad esem- 
pio : della Dima dal collo di cigno : della Tea dal 
dolce canto. Le sue compagne in lutto le anno 
tagliata quella treccia, e glieP àn posta là come il 
più gentile ornamento che avesse. Se tu fossi morta 



XVI DITE PAGINE AUTOBIOGRAFICHE. 

in Grecia, la più lunga, la più morbida treccia sarebbe 
stata la tua. Dio sa, Michelangiola, qual parte forse 
avesti nel fragile tessuto delle mie idee e de' miei 
sentimenti. Tu non ne sapesti mai nulla, ed io ne 
so meno di te: sono segreti del Signore. 

Un profondo amore dunque, e un po' d'intel- 
ligenza della natura, un sentimento quasi idolatra 
del bello ovunque sia, un cuore pieno anche troppo 
di tenerezze, se non m' anno fatto poeta, che ci 
vorrebbe un bel coraggio a credersi tale, m' anno 
svegliato una passione ardente per la poesia. 

Sennonché dice il proverbio : 

« Chi promette e non attiene, 
L' anima sua non va mai bene. » 

Ed io ò trasgredito il volere di mio padre: non 
ò tenuta la mia promessa; non ò ascoltata la sua 
preghiera ; e perciò 1' opera mia à da essere cat- 
tiva : e' è passata su F ombra della colpa : dev' essere 
come un fiore nato con entro il baco, il baco della 
disubbidienza ; à da essere perciò un lavoro caduco, 
il quale, in verità, non ò avuto mai speranza che 
avesse a durare. 

A proposito del qual durare mi viene in mente 
una vecchia e nota leggenda che fa in parte al caso 
mio. Le nostre nonne appassionate del maraviglioso, 
come i fanciulli, la contavano così: 



DUE PAGINE AUTOBIOGRAFICHE. XVII 

Un mattino Fra Felice esce dal chiostro col 
suo bastoncello di spino, e baloccandosi pel bosco, 
eccoti cantare un uccello che tutto il rapisce. Il 
cielo è netto, V erba fresca, V ombra profumata 
sotto il tiglio in fiore : e il bravo uccellino, color 
celeste, seguita a cantare. Che gorgheggi, che trilli ! 
Fra Felice non aveva mai sentito in vita sua simile 
melodia ; l' organo del suo Santuario, Dio gliel 
perdoni, non à che fare con questo organino di 
primavera, che modula i suoi canti in mezzo alla 
luce. Fra Felice ascolta, ascolta, e si lascia rapire 
infino all' estasi ; quando, giunta l 1 ora del ritorno, 
si incammina al convento. Ma, cosa strana ! presen- 
tatosi il portinaio, questi gli fa due occhi da bar- 
bagianni, scrolla la testa, e rifiuta di riceverlo. 
Qui nasce un battibecco, alzano la voce, e di qua, 
di là corrono allo strepito i fraticelli. Altra cosa 
strana : egli non vede che musi nuovi, nissun lo 
conosce, non riconosce nissuno. Allora lo si con- 
duce dal Priore ; il buon uomo barbogio, che casca 
dalla vecchiaia, finisce, dopo molto pensare, col 
ricordarsi d' avere un tempo, quando era novizio, 
conosciuto un frate chiamato Felice, che rassomi- 
gliava appuntino alla persona che gli era presen- 
tata. Si scartabellano gli unti registri del convento, 
e vi si trova difatti il suo nome. Cento anni erano 



XVIII DUE PAGINE AUTOBIOGRAFICHE. 

scorsi, durante i quali egli avea seguitato a sentir 
cantare V uccellino color celeste. 

Io temo forte che se avessi a tornare dopo un 
siffatto svago di cento anni col mio volume e col 
mio nome fra i miei concittadini, che son di là da 
venire, mi toccherebbe a un di presso la sorte di 
Fra Felice. E forse vivono molti, in questi anni 
di grazia, i quali, quantunque noi pensino né anche 
per sogno, riuscirebbero altrettanti Fra Felici, se 
si trovassero a quel caso. E forse irritati dalla 
sorpresa darebbero nelle furie e commetterebbero 
qualche grave scandalo. Io almeno 1' avrei prevista. 

Ma quali che sieno queste povere mie cose, 
eccone qui parecchie stampate se non altro per 
sottrarle alla invereconda rapina dei contraffattori. 
Di esse paratamente, come altri usa, non dico, e 
perchè ne giudicherai tu meglio di me, arguto let- 
tore ; e perchè mi tarda di uscire da questa vanità 
del parlare di me. 

Solo, dacché ci siamo, permettimi ancora due 
parole. Se io per avventura ero nato a qualche 
cosa, ero nato al pittore ; e per questo se qualche 
cosa ci è di non cattivissimo nella roba mia, è 
tutto pittura; e per questo co' pittori me la in- 
tendo, e mi vogliono bene. Il mio vecchio maestro 
di disegno che avevo a sett' anni, V ultimo, credo, 



DUE PAGINE AUTOBIOGRAFICHE. XIX 

dei nipoti di Giambettino Cignaroli, voleva a ogni 
costo persuadere mio padre ad avviarmi a que- 
st' arte. Mi tremola ancora in mente la ricordanza 
di un giorno, che, tra lo scherzoso e il serio, il 
brav' uomo gli si pose in ginocchio a pregarlo di 
questo : parmi di veder ancora i suoi pochi capelli 
d' argento che in quell' istante gli svolazzavano. 
Probabilmente non sarei riuscito a nulla ; ma sarei 
stato di certo più contento ; avrei avuto fra mano 
un'arte cara, che occupa molte ore anche mate- 
rialmente; avrei menato vita casalinga, raccolta; 
non sarei ito girovagando, e col pretesto di cercar 
poesia, non avrei trovato tante altre cose che m' anno 
costato poi tanta amarezza. 

Non avendo dunque potuto adoperare il pen- 
nello, ò adoperato la penna. E appunto perciò ella 
sente troppo di pennello ; appunto perciò sono so- 
vente troppo naturalista, e amo troppo perdermi 
nei particolari. Sono come uno che camminando 
proceda a beli' agio, e si fermi ogni tratto a con- 
siderare lo sprazzo di luce che penetra tra gli 
alberi del bosco, V insetto che gli si posa sulla 
mano, la foglia che gli cade sulla testa, una neb- 
bia, un 1 onda, una striscia di fumo, i mille accidenti 
in somma pei quali è così ricco, vario, poetico il 
creato, e dietro i quali s'intravede sempre quel 



XX DUE PAGINE AUTOBIOGRAFICHE. 

gran che arcano, eterno, immenso, benigno, non 
fiero mai, né crudele, come altri ce lo vorrebbero 
far credere, che si nomina Dio. 

Anzi per questo mio eccessivo amoreggiar con 
la Natura, non ricordo in quale scritto, m' anno 
dato per sino del panteista. Io venero, è vero, quel 
magnanimo infelice di Giordano Bruno, che un papa 
à fatto bruciare in nome di quel Cristo che non 
avrebbe torto un capello a Giuda Scariotto ; amo 
i filosofi, amo molto i sommi poeti della giovine 
Germania: ma quanto a panteista, lo sono a un 
bel circa, come lo era V ingenuo e affettuoso po- 
verello d' Assisi, che in quella sua delicata comu- 
nione con la universal natura prescegliea di pregar 
nelle selve ; trattava da pari col lupo d 1 Agubbio ; 
componea con le sue mani il nido alle tortori sal- 
vate ; s' intratteneva in lunghi colloqui con le ron- 
dinelle del vicinato, eh' egli chiamava « sue si- 
rocchie. » 

Se non che questa Natura è un libro difficile 
per tradurlo a modo in poesia. Bisogna mettervi 
del proprio ; bisogna raccogliere gli spettacoli del 
creato nell' anima, come luce in diamante, e far- 
glieli riflettere; trasformarli in emozioni, in pen- 
sieri eloquenti ; infondere nelle cose la grazia, il 
sentimento, la malinconia, le lagrime che abbiamo 



DUE PAGINE AUTOBIOGRAFICHE. XXI 

dentro di noi : bisogna fare come faceva Raffaello 
quando traduceva la Fornarina in Madonna : il mo- 
dello era profano, era mondano, e niuno meglio di 
lui lo sapeva; ma lui sapeva anche renderle la 
virginità. I Caravaggio, i Téniers della poesia non 
mi vanno : ma ci vuol altro a fare come la scuola 
umbra ! 

Quanto a classici e a romantici, ne ò capito 
sempre poco. Mi parea bensì, che queste beghe 
domestiche degP ingegni, come quelle altre ante- 
cedenti sulla lingua, fossero, in fin dei conti, ser- 
vigi spontanei che si rendevano al tedesco. Mi pa- 
rea strano da una parte, che gente la quale sul 
serio, nelP intimo del cuore, invocavano il Cristo, 
nell' intimo poi della mente, nelle intime commo- 
zioni della poesia si incaponissero di invocare Apollo 
o Pallade Minerva : mi parea strano, dall' altra che 
gente nata in Italia, con questo sole, con queste 
notti, con tante glorie, tanti dolori, tante speranze 
in casa nostra, avessero la manìa di cantare le 
nebbie della Scandinavia, e i sabati delle maliarde, 
e andassero pazzi per un tetro e morto feudalismo 
che e' era venuto dal settentrione, la strada mae- 
stra delle nostre sventure. Mi pareva inoltre che 
ogni arte poetica fosse a maraviglia inutile; e che 
certe regole fossero mummie imbalsamate dalle 

Aleardi. *" 



XXII DUE PAGINE AUTOBIOGRAFICHE. 

mani dei pedanti. Mi pareva infine che ci fosse 
due sorta di arte: una, serena di serenità olim- 
pica, arte di tutti i tempi, che non appartiene a 
nessuna terra ; 1' altra, più appassionata, che à le 
radici nella patria, all' ombra del campanile, nel 
cortile della casa materna : la prima, quella di 
Omero, di Fidia, di Virgilio, di Torquato : V altra, 
quella dei Profeti, di Dante, di Shakespeare, di 
Byron : ed io ò tentato di tenermi a quest 1 ultima, 
perchè mi piaceva vedere come codesti grandi 
uomini pigliano la creta della lor terra e del loro 
tempo, e ne modellano una statua viva che somi- 
glia ai loro contemporanei. 

Siccome poi 1? amore alla poesia si andò svol- 
gendo dentro di me coli' amore al mio paese, così 
ò pensato di far sempre servire, come meglio po- 
tevo la prima al secondo. M' accorgevo benissimo 
eh' egli era un impicciolire il campo della Musa, 
uno strapparle molte penne dalle ali, un darle il 
fare, quasi direi, di vassalla ; ma io sentivo Y or- 
goglio ci' essere Italiano, presentivo che non sarei 
morto schiavo ; e mi assunsi il canto, come si as- 
sume un debito. 

Sennonché, parecchie delle cose mie essendo 
state scritte sotto V occhio vigile, bieco, sospettoso 
dello straniero, con lo spettro del censore che m 



DUE PAGINE AUTOBIOGRAFICHE. XXIII 

ballava sempre sul tavolino, con la immagine di- 
nanzi d' una prigione stiriana, ungherese, boema ; 
molte idee le ò dovute strozzare in germe, molte 
gettar là a guisa d' indovinello ; altre accennare 
con languido profilo senza potervi mettere le ombre 
che danno risalto, o il colore che le fa spiccar 
evidenti. I quali impacci fastidiosi certo non appro- 
dano all' arte che vuol essere libera ne' suoi andari, 
come V anima. Di qui molte oscurità : di qui uno 
stile artificiato, sconnesso, irresoluto, velato, senza 
quella lincia semplicità, senza quella nervosa nu- 
dità, che son tanto care agli artisti, specialmente 
della razza greca e latina ; di qui molta parte di 
quei difetti, che insieme agli altri, dovuti proprio 
alla mia insufficenza, balzeranno facilmente agli 
occhi del lettore. 

Schivo poi per indole di ogni servitù, ò sempre 
avuto in uggia anche la servitù letteraria. Quel 
poco che potevo essere, o male o bene, ò voluto 
essere io. Mi sono quindi guardato, più che mi fu 
possibile, dalla imitazione : ò ammirato coloro che 
andavano per la strada maestra, e mi sono messo 
per un sentierino : ò lasciato ai canefori delle feste 
antiche F ufficio di raccogliere i fiori altrui per 
ispargergli sulla propria via. 

Ò scritto più col cuore che con la mente, per- 



XXIV DUE PAGINE AUTOBIOGRAFICHE. 

cliè credo che V arte prima di tutto sia senti- 
mento. 

Ò sempre sagrificato alla dea Indipendenza, e 
il mio più bel sogno sarebbe stato quello di diven- 
tare, per un istante, il poeta cesareo di questa 
povera regina che era la mia nazione. Peccato che 
non sia stato che un sogno! 

Fino dai tempi antichi la Musa à perduto V odore 
di santità. Nella Grecia gaudente un vecchio ele- 
gante e libertino, ricinto di fiori, profumato d' un- 
guenti, la inebriò col suo bacio impudico, le scorciò 
pel primo un po' troppo le vesti a guisa di bac- 
cante, e col calice in mano, in mezzo a un drap- 
pello di giovani maligni, se la pose sulle ginocchia, 
e le insegnò parole che suonano male in bocca 
d' una fanciulla.- Io invece la tenni sempre in conto 
di vergine modesta; Pò trattata come una casta 
sacerdotessa. Ò considerata la poesia come la perla 
del pensiero ; che nasce anch' ella da una febbre 
dell'anima, come la perla da un malessere della con- 
chiglia ; che V acido della scurrilità o della malva- 
gità la distrugge, come V aceto dissolve la perla. 

Vedo anch' io adesso, padre mio, che poco mi 
à giovato questa capricciosa verginella ; poche gioie 
mi à dato ; anzi mi fu larga di patimenti. Ma ora 
è troppo tardi, bisogna seguitare, dacché sento che 



DUE PAGINE AUTOBIOGRAFICHE. XXV 

ò qui dentro ancora qualche cosa da dire. È troppo 
tardi : se ò sbagliato sentiero, da tornare indietro 
non ò più tempo ; potrei cascarvi su sfinito prima 
di pigliarne un nuovo. Frattanto sinché mi riman- 
gono queste ore malinconiche di tramonto, reciterò 
anch' io Y orazione del reverendo Sterne, del povero 
Yorick : Accordaci, mio Dio, il nostro pane, la nostra 
passioncina, le nostre dolci lagrime, il nostro sorriso 
d'ogni giorno. Ed io aggiungerò: e il perdono di 
mio padre. E così sia. 



Aleardo Aleardi. 



Concesio, il dì 7 novembre 1863. 



INDICE DEL VOLUME. 



DUE PAGINE AUTOBIOGRAFICHE CHE POSSONO SERVIRE DI PREFA- 
ZIONE ■ Pag. vii 

Un'ora della mia giovinezza [1856] 1 

Note 23 

Le prime storie [184ii] : 25 

Note. . 63 

Il Monte Circello [1845] 67 

Note. 91 

Accanto a Roma [1863] 93 

I fuochi dell'Appennino [1863] 113 

Lettere a Maria 127 

I. L'invito 129 

IL L'immortalità dell'anima [1847] 137 

Le città italiane marinare e commercianti [1855] 155 

Note 169 

Raffaello e la Fornai-ina [1855] 171 

Ore cattive [185...] 187 

Scoperta 189 

La Badia 191 

Il Lampo a secco 193 

Le Ondine 195 

La valle della morte nell'isola di Giava 198 

Il cantore Schahkouli , 201 

Tragedia cotidiana 204 

& morta [185...] 206 

Note 220 

II comunismo e Federico Bastiat [1856] 221 

Note, .232 

Amore e Luce [1856] 233 

Elegie 241 

Ad un'amica [1856] 243 

In morte della marchesa Virginia Beccadelli De Lucca .... 245 

Epicedio per una bimba [1847] 247 

I. Luigia 249 

IL Amelia 251 

III. Maria 255 



XXVIII INDICE. 

Canti patrii . . . , Pag. 259 

Per una viola [1857J 261 

Per un giuoco di palla [1857] 265 

Le tre fanciulle [1857] 271 

I tre fiumi [1857] 278 

Tornerà [1857] 283 

Triste dramma [1857J 291 

Versi detti sulle fosse dei Morti a Curtatone e Montanara 

da un drappello di visitatori 295- 

Note . 297 

I Sette soldati '[1 861 ]. '. '. '. '. '. '. '. '. '. '. '. '. '. '. '. '. '. '. .' .' .' .' . .' .' 299 
Note 336 

Canto politico [1862] 343 

Nota 378 

L'obolo di San Pietro 381 

Poesie volanti 383 

A Maria Wagner [1859] 385 

A Te [1859] 386 

A un Lombardo [1859] 387 

Sehensucht [1859] 388 

Le donne venete [1859] ivi 

Alle donne milanesi [1860] 390 

Per Albo [1862] 391 

A Ida Vegezzi Ruscalla [1860] 392 

A re Vittorio Emanuele [1860] 394 

Alla baronessa Fanny di Weigelsperg 395 

Alla contessa A. C. E 396 

Ad una fanciulla , ivi 

Ad una giovinetta 397 

Ad una fanciulla malata ivi 

Alla marchesa Carlotta Parodi- Giovo 398 

Per l'Albo di due sorelle 399 

Neil' inviare alla mia vecchia cameriera un letto di ferro. . . 400 

L'Aurora boreale 401 

Sull'Albo della contessa Laura R 402 

Alla colta signorina inglese Evelina Yates 403 

Fanciulla, che cosa è Dio? 405 

Fanciulla, che cosa è Satana? 406 

In morte di Donna Bianca Rebizzo 407 

Nota 416 

Arnalda di Roca. Poemetto giovanile [1844] 417 

Note 487 

Per nozze. Lettera alla Sposa 491 

A Te. L'ora che sai 494 

Le Inondazioni. Cantica 496 



UN' ORA DELLA MIA GIOVINEZZA. 

CARME. 



Aleardi. 



A TE 

NINA SAREGO-ALIGHIERI GOZZADINI 

CHE COMPRENDI PIÙ CHE NON DICO 

QUESTI RICORDI 

DEI NOSTRI MONTI. 



UF ORA DELLA MIA GIOVINEZZA. 



Pria che sulle infelici artiche terre 
Scenda la notte al morìente autunno 
Col suo buio di mille ore ; sul lembo 
Dell' orizzonte, pari ad un fuggiasco, 
Va circolando il sol per lunghi giorni 
D' imminente tramonto : e poi eh' è spenta 
L' ultima larva de la faccia d' oro, 
Un incessante vespero scolora 
L' onda e le terre, e 1' aquilon ricopre 
Di neve alta ogni cosa, a quella guisa 
Che si coprono i morti. In lontananza 
Da le cozzanti Cicladi di ghiaccio 
Deriva un metro di lamenti nuovi, 
E spiccan su 1' azzurro a poco a poco 
Il solitario astro del polo, e i sette 
Lumi dell' Orsa. Allor la battagliera 
Stirpe dei cigni si raduna in grembo 
Di recondito golfo ; e detto addio 
Ai bianchi monti, ai gracili ginepri, 
A' suoi talami d' alga, intuona il canto 
De la partenza, e per le nubi manda 



UN'ORA DELLA MIA GIOVINEZZA. 

La metallica nota. In suo viaggio 
Saluta i ghiacci tinti di berillo, 
Gli splendidi vulcani e le bollenti 
Polle dei Gaisèri, e il mesto giallo 
Degl' islandici prati ; e faticando 
L' ala di giglio in mezzo a boreali 
Aurore, migra a le gioconde plaghe 
Dell' Oriente, a le solinghe lame 
Dell'adriaca pineta, ai memorandi 
Lauri lambiti dal vocale Eurota. 



IL 



Così l' anima mia, da queste opache 
Giornate senza gloria, agita il volo 
A ritroso del tempo, e migra agli anni 
De la sua giovinezza. Oh ! mi ridona, 
Mi ridona, o Signore, un giorno solo 
De la mia giovinezza. Ero a quel tempo 
Sereno, audace, vergine, e rapito 
De 1' universo. E non sapea gli spasmi 
De la mente superba ; e non le dolci 
Miserie dell' amore ; e non ancora 
Eaccolto avea da que' soavi incendi 
Pugni d' amara cenere, che sparsa 
D' una lagrima tarda ha poi cresciuto 
Il solitario fior del pentimento. 
E m' era ignota la viltà dei mille ; 
Né seminato ancor l' itale angosce 
Aveano di cicuta il chiuso campo 
De la mia vita. Allora le infinite 
Voci che a' suoi devoti invia natura 



UN ORA DELLA MIA GIOVINEZZA. 

Da la terra, dal mar, da le profonde 
Nebulose -del cielo, ad una ad una 
Percotevan nell'anima echeggiante 
Del giovinetto. Tal che a le querele 
D' una calandra ,; al vespertin tintinno 
De la reduce mandra ; a le opaline 
Ali d'una libellula che danza 
Sovra un tappeto di palustre lemna; 
A un gemito di vento ; al subitano 
Illuminarsi di soggetta villa 
Per un notturno lampo ; a le pesanti 
Gocce di piova che V aprii balestra, 
L' aure odorando di percossa polve : 
Via per lo mar degli esseri vogava 
L' agii pensiero, ed era tutta vele 
La navicella de lo ingegno mio. 



III. 

Che se talvolta m' assalian queir ore 
D' una tristezza incognita, che sveglia 
Sul fiorir de la vita non so quale 
Vago desio de la lontana tomba ; 
Quell'ore combattute da indistinte 
Fantasie di dolori; ore feconde 
Quando V anima cresce, e nel fanciullo 
Lampeggia l' uomo ; io conosceva il loco 
Del mio rifugio. Ed era un dissueto 
Campestre tabernacolo di quattro 
Pioppi ne la severa ombra raccolto. 
Ivi io pregava, non so ben qual Santo ; 
E se la brezza mormorava in alto 



un'ora della mia giovinezza. 

Per le fronde, e' parea che il prego mio 
Secondasser que' pioppi. Indi partiva 
Lieto, gentile e forte. Oh ! mi ridona, 
Mi ridona, o Signore, un giorno solo 
De la mia giovinezza. 'Oh ! eh' io rivegga 
Redivivi i miei cari, i quali or tanta 
Erba di cimitero a me nasconde ; 
Che nel cor reverente anco risenta 
La melodia de la paterna voce, 
E i consigli magnanimi ; eh' io miri 
La grande, nera, vereconda e mesta 
Pupilla di mia madre. Oh ! tu passasti 
Gracile peregrina in su la terra, 
Come raggio di sol per cupo stagno, 
Immacolata; e gli anni tuoi passàro, 
Quasi divelti pètali di rosa 
Gittati su rapace onda di fiume 
Rapidissima. E pur ne la deserta 
Mia cameretta ancor sento il celeste 
Tuo profumo di Santa. A le amorose 
Fibre del seno tuo quel poco attinsi 
Rivo di poesia che mi feconda ; 
E se avverrà che del figliuolo al crine 
Un piccioletto allór questa conceda 
Italia mia; sul tuo sepolcro, madre, 
Quell' alloro porrò, perch' esso è tuo. 



IV. 



E mi ricorda d' una blanda sera 
Per molta età, per duri casi ormai 
Remotissima. Ed era il dolce tempo 



UN ORA DELLA MIA GIOVINEZZA. 

Quando la state muore nell' autunno ; 

Volgea la festa di Maria nascente. 

Solo, soletto, in compagnia di cari 

Entusiasmi io giva cavalcando 

Per una via maravigliosa. Il forte 

Nome di Chiusa 1' alpigian le impose : (') * 

Io, da quel dì, V appello in mio linguaggio 

Via de la Musa. Fra due ritte, ignude 

Pareti eccelse di cinerea pietra 

Serpe la strada candida, e la verde 

Onda del fiume. Passa una poana 

Su pel ristretto ciel : per la declive 

Acqua pericolando una veloce 

Zattera passa. Il loco à somiglianza t 

Di Termopile ; e forse alcuno attende 

Leonida venturo. Ivi dall' erta 

Ripa si elevan tuttavia gli avanzi 

D' un veneto fortino, ove sul? alto, 

Con gli occhi vòlti al Brennero, 1' antico 

L'ion posava vigilando i moti 

Dell' eterno avversario. Or su que' sassi 

Invece, stanco dal cammin, si sdraia 

Il viennese sordido gregario ; 

Stira le membra, del bastone esperte, 

Plebeamente, e accesa 1' acre foglia 

Americana, guarda in vèr le pingui 

Venete valli e le lombarde, e dice : 

Quelli son miei poderi. Ivi tra i marmi 

Frange spumando 1' Adige, e il saluto 

Sorrisogli da Trento, ultima gemma 

Dell' Italico lembo, assiduamente 

Vedi le Note in fine del Canto, pag. 23. 



10 un' oea della mia giovinezza. 

Eeca a le torri de la mia Verona ; 

Poi volge con allegro impeto al mare 

E a le procelle. Di lontano il rauco 

Canto venia d' un carrettier tedesco 

Giù per la china, e mesto era. Ei pensava 

Forse a' suoi monti, e a un tetto acuminato, 

Ove una bionda vergine sedea 

Filando i lini per le attese nozze. 

Ed io guardava a i colli ermi, e a la villa 

Poveretta di Kivoli, nel tristo 

Libro dell'uomo che si chiama Istoria, 

Scritta con segni di color di fuoco ; 

Però che un giorno immansueta e bella 

Dea la vittoria scese ; e per quei poggi, 

Raccolti i crini nel berretto frigio, 

Danzò la danza pirrica su metro 

Repubblicano. E poi che vide il niveo 

Pie nel tripudio rosseggiar di sangue, 

Come rosseggia a' dì de la vendemmia 

La pigiatrice : ai nitidi lavacri 

Calò del fiume, e si deterse e rise 

Ferocemente, perchè 1' onda mista 

Ad alemanne lagrime correa. 

La prima volta allor sentii con fieri 

Bàttiti arcani martellarmi il core 

Superbamente ; e via pel dilatato 

Cielo dell'. inquieta anima mia 

Venian fuggendo a nuvole pensieri 

Novi, confusi, vagabondi, come 

Ne' scompigliati dì de le burrasche 

Passan augelli non veduti in pria. 

Con mille voci il sottoposto fiotto 

Mi susurrava nobili racconti 



UN 1 ORA DELLA MIA GIOVINEZZA, 11 

Di caduti guerrieri : i solitari 
Passeri che tornando in su la sera 
Ruotano intorno al loro asil di selce, 
Note metteano in guisa di sospiri, 
E mi parevan F anime vaganti 
Dei sepolti laggiù : né intesi al mondo 
Tanti strepiti mai, come in quel? ora 
Queta di vespro e in quel deserto alpino. 



Ma, in un baleno, non so come, quelh 
Solitudine austera agli occhi miei 
Trasfigurossi. Adusta era la chioma 
A le selvette cedile di quercia, 
E sui rigidi rami ordìa la brina 
Le sue frange d' argento. Avea riarse 
L' ultime poe sulle pendici il verno ; 
E solo qua e là qualche cipresso, 
Fedel decoro a' miei pampinei colli, 
Dondolava la testa a le folate 
Del rovaio, com' uom colto da tristi 
Presentimenti. 

Dal nevoso dosso 
Del Baldo insino all' infime convalli 
Subitamente s' incurvò la scena 
A foggia di scalee ci' anfiteatro ; 
Ed una folla, non so donde uscita, 
Di popoli diversi d' idioma 
Inondò quella cerchia, attratta al bando 
Di spettacolo novo. ( 2 ) 

Allor dai fessi 



12 



Cadmici solchi sursero due schiere 
Di battaglieri, e cominciare un bieco 
Torneo di sangue. Nuvole di «fumo 
Ondeggiavan sui colli ; e con selvaggia 
Eco indefessa ripetea la Chiusa 
L'armonia dei moschetti. I due rivali 
Si contendean la povertà d' un poggio, 
Non bastevole pure a seppellirli; 
Ma su quel poggio era il fatai convegno 
De la vittoria. A le cruente falde 
Vinte e perdute con crudel vicenda, 
Simili all' urto di falcate carra, 
Tempestavano splendidi e serrati 
I criniti dragoni, e la possanza 
Degli omerici fanti. Era un deliro 
Di rabbia, sì che 1' un sub" altro spinti, 
I cavalli mordevano i cavalli, 
0, via con la criniera irta fuggendo, 
Seco rapian per gli eminenti, angusti 
Sentier di pietra i cavalier, che pari 
A fulminati demoni d' un salto 
Neil' abisso cadean. Era di morti 
Gremito il tristo anfiteatro. I marmi 
Stillavan sangue. E se con lena inferma 
Qualche ferito nuotator fendea 
L' onda ansioso dell' opposta riva ; 
Feroci cacciator d' in sulle rupi, 
Col piombo inesorabile 1' emersa 
Testa frangean. 

Solo fra tanto strazio 
Stava guatando immobile un superbo. 
Lungo e d' ebano il crin giù per le guance 
Pallide ; fosco, come il nembo, 1' occhio, 



un'ora della mia giovinezza. 13 

E brillante di folgori ; né il sole 
Fronte più vasta illuminò giammai 
Di quell'itala fronte. Ardeagli i polsi 
La febbre leonina del trionfo ; 
E con repressa bramosìa guardava, 
Come fa 1' uom di Corsica, se attende 
Fra le macchie il rivai. Se non che invece 
A cielo aperto su gli aperti campi 
Egli attendea popoli e re. Poema 
Nuovo fu la sua vita ; ed ogni canto 
Fu canto di battaglia. Or dopo lui 
Cavalcava la morte. Era il tramonto, 
E il popol vinto da la immonda arena 
Alzava il dito ad impetrar la vita, 
Gladiator moribondo. E quel fatale 
Spronò il corsiero ; e come procellaria 
Sull' antenna di naufrago vascello, 
Da sommo V arco del conteso poggio 
Cessò la strage con lo sguardo. E il vasto 
Anfiteatro risonò di lunghi 
Plausi iterati e di percosse palme. 
Poi fu silenzio, e tutto sparve, tranne 
Quella mèsse di morti. Una campana 
Da Rivoli sonò V avemmaria : 
Allora io vidi aerea v'iatrice 
Uscir dal tempio de la sua Corona, 
Cinta d' un nimbo d' iridi, la diva 
Signora di quei monti ; e avea sembianza 
Di verginella che non sa del mondo. 
Ma posto il pie di luce in su quel campo 
Insanguinato, smisuratamente 
Si dilatàro le stellate falde 
Del suo manto di ciel, così che tutto 



14 ' un'ora della mia giovinezza. 

Di sotto alle divine ali raccolse 
Quello infelice popolo di morti. 



VI. 



Già il firmamento si noria di stelle; 
E il ritorno chiedeami irrequieto 
Con la zampa il destrier. E più di pria 
Visibilmente mi batteva il core 
Concitato. Una lagrima brillava 
Sulle allentate redini, né mia 
La sapeva. Era forse uno dei primi 
Momenti arcani, quando Iddio col pianto 
E col viril martello del dolore 
Tempra l' acciar dell' anime. Di fosco 
Più si tingeano le crescenti nubi 
De' miei pensier. Né ancor sapea che in grembo 
A quel turbin d' idee si racchiudesse 
Il gentil lampo della Musa. Ancora 
Io t'ignorava, o Vergine severa. 
La irrefrenabil fantasia sconvolti 
Vedea gli aspetti delle cose ; e dentro 
Pungeami un senso cl'infantil paura 
Che ben sentia degnissima di riso ; 
Ma quel riso moriva. Una perenne 
Elegia di lamenti e di sospiri 
L' onda gemea dell' Adige in misura 
D' esequie. Al margin de la trista riva 
Scellerati ranuncoli e solatri ( :i ) 
Stillanti di mortai filtro, fra loro 
Mormoravan parole di congiura 
Contro la vita. Dai pungenti ruschi, 



UN' OEA DELLA MIA GIOVINEZZA. 15 

Che costeggiavan la deserta via, 
Pendean dipinte in porpora le bacche, 
Simili a gocce di recente sangue 
D' assassinato viandante ; e quella 
Che mi feria da lunge, ultima strofa 
Di canzone alemanna, entro il profondo 
Del cor scendeva a suscitar faville 
D'ira e torvi fantasimi. E siccome 
Scocca pensiero da pensier, volando 
Più de la luce ; io mi trovai d' un tratto 
Sotto il Ciel di Copernico, sul piano 
Dei Jagelloni, su la eroica terra 
Di Sobieski a que' giorni violata 
Dai cavalli d' Ucrania e da le fruste 
Dei selvatici Etmani. (*) Ivi a le sponde 
Dei lituani laghi, e sovra il campo, 
Libero ancora di Varsavia, vidi 
Guizzar le nude sciabole di cento 
Drappelli e gli elmi, perocché volgea 
Quell' ora di funebre ira di Dio, 
Che la polacca Vergine, costretta 
In terribil amplesso da un selvaggio 
Bello superbo e incoronato Scita, 
Si dibatteva disperatamente. ( 5 ) 
Povera grande! Allor che in mille chiese 
Di questa Europa ingenerosa, un giorno, 
S'inalberar su la riversa croce 
Le verdi insegne d' Ottomano, e il capo 
Stellato di Maria fu ricoperto 
Di scherno ; e le giannizzere cavalle 
Cibar l' avena nell' avel dei Santi ; 
Quando una lunga notte ormai su i nostri 
Regni pareva ricader solcata 



16 UN OKA DELLA MIA GIOVINEZZA. 

Da i tetri lampi de la turca luna, 
Ben co' tuoi forti principi volasti 
Tu, magnanima Slava ; e redentrice 
Coi popoli il poeta e il sacerdote 
Te salutar. E che ti valse ? — Pari 
Al tapinello debitor plebeo, 
Del qual le carni, che altro non. avea, 
Si divideano i ferrei Quiriti ; (°) 
Le tue gesta espiasti, e lacerate 
Fùr le tue membra. 

Povera tradita! 
Invan risorta dai materni boschi, 
Dove mugge il Bisonte, ( 7 ) a mille a mille 
Spiccavi i rami a provveder di lance 
I tuoi patrizi. E apparvero all' appello 
Sacro, sull'uscio de le lor capanne 
Palleggiando le falci, i tuoi coloni 
Tremendi invano. E sì che nei contesi 
Paduli de la Vistola scavasti 
Molta tomba al nemico : e per 1' opaca 
Selva de gli alni giacquer su la polve 
I l'ioni di Varna. E i tuoi lancieri 
Fèr con le picche tentennar sul fronte 
La recente corona al giovin Sire. (*) 
Ma Dio teco non era. I padri tuoi, 
Al par de' miei, peccarono di sangue 
Civile e di vendetta ■; e a poco a poco 
Inariditi si mutar gli allori 
In ghirlande di spine ai pronipoti. 
E però allor che il mio spirto correa 
Per le vie di Varsavia, ivi a le porte 
Le Eumenidi ruggiano ; e in mezzo a' lampi 
Di lugubre eroismo, era quel grande 



UN'ORA DELLA MIA GIOVINEZZA. 17 

Turbamento di un popolo, che 1' ore 
Presènte estreme e il fato ; e gli animosi 
Suoi cavalieri promettean sull' are 
D'ir per la terra, Annibali raminghi, 
Odio accattando contro a la feroce 
Roma dell' Orsa. 

Io non sapeva allora 
Quella tanta agonia ; ma vólto il guardo 
In parte, dove olezzano i serpilli 
De le lessinie praterie, ( 9 ) vedea 
Salir del ciel per gl'inquieti azzurri 
Una corrusca nuvola, simile 
A riflesso d' incendio ; e in mezzo ad essa 
Azzuffarsi due croci, e quella greca 
Trionfar la latina. Ed una voce 
Mi liscia dal core, che diceva: Prega, 
Perocché là in quel canto de la terra 
Avvien per fermo qualche gran sventura. 

vn. 

Ed io pregai. Sorgea d'accanto a un ponte 
Una recente lapida a ricordo 
D'una povera uccisa. ( ,0 ) Ivi ristetti 
Pregando come se tacitamente 
Quella sepolta mi facesse invito. 
Già ne sapea l'istoria. Eran più lune, 
Vivea colà sull'alto de la Chiusa 
Benedetta di grazie una fanciulla. 
Tre volte e venti, dacch' eli' era nata, 
La rondin venne a compiere le nozze 
Alla cornice della sua finestra. 

ALE4UD1. 2 



18 un'ora della mia giovinezza. 

E da quel giorno mai sovra il paterno 
Camperello la grandine non cadde ; 
Né al mandorlo imprudente arse la brina 
I frutti ; né verun maggior dolore 
Osò varcarne la vegliata soglia. 
Avea riccia la chioma e colorata 
Come la buccia di castagna alpina ; 
Molti fior di giardino avrian voluto 
Paragonarsi coli' aerea tinta 
Che azzurreggiava ne la sua pupilla ; 
Ma ciò che forse le venia più presso, 
Era il lin che fiorisce, o il ciel di sera. 
Sovra un balcone si educava un cespo 
Di gelsomino, e quando e' si copria 
Di sue candide stelle, i primi fiori 
Ella offeriva a un rustico altarino 
Infisso al tronco d' un vetusto noce ; 
Dava i secondi a un Alpigiano, al quale 
Avea già dato il cor. Beltà dicea 
Chi dicea Caterina. Ahi ! ma sovente 
Quei che dice beltà, dice sventura ! 
Avvenne un dì, eh' ella cogliea inanello 
D'erba sugli orli dell'abisso, e dietro 
Quell' Alpigian venia. Fuor del costume 
Torbido in cor per non so qual sospetto 
Ei minacciò la vergine. Si strinse 
Coli' atto di mimosa pudibonda 
Quella sdegnata ; e le falliva il piede ; 
E qua e là battendo e ribattendo, 
Ruinò dall' altezza e giacque al fondo 
Dilaniata. Ella si spense, come 
Si spegne un cero per soffiar di vento: 
Salgono al cielo V anima e la fiamma. 



un'ora della mia giovinezza. 19 

Quei che passar da la profonda via, 
Per lunghi giorni videro, funebre 
Vessil di sangue, il vel de la caduta 
A una ginestra penzolar dall' alto ; 
Poscia un mattin più non fu visto ; forse 
Per la pietà dei miseri parenti 
L'angiol custode lo rapiva in cielo. 

In faccia a quella lapida una brama 
Mi colse acuta di sapere il fato 
Dell' eroica mia Slava ; onde con fede 
Animoso esclamai : K Caterina, 
Sorgi, e mi narra, tu che sai, qual cosa 
Là di tremendo accade. " — Una persona 
Esile, bella, pallida, vestita 
Di gelsomini, si rizzò sul ponte, 
E mi guardò senza pupilla e disse : 
tf In questo giorno di Maria nascente 
Spenta posò la Vergine polacca 
Nel suo feretro di Varsavia. A in mano 
Il crocefisso, lo spezzato brando 
E la bandiera. — Or che ti parlo è morta. " 

K No. T' inganni, o fanciulla, ella è sepolta, 
Ma non è morta : un popolo non muore.... " 

Queste parole udii dietro le spalle 

Eomper da voce che sentia di pianto ; 

E mi rivolsi, e te vidi, mio primo 

Amore, Itala Musa : eri vestita 

Di veli tricolori, e mi baciasti 

La prima volta in fronte, e da quel bacio 

D' improvviso sull' anima mi piovve 

L' aura del canto, e un' immortai speranza. 



20 un'ora della mia giovinezza. 



Vili. 

E da quel dì cantai. L'amor, la morto, 
La natura, il dolor, gì' innumerati 
Mondi e la patria miseranda ; tutte 
Le benigne potenze e le sinistre 
Del creato m' indussero 1' olimpia 
Febbre dei carmi ; e ricusar la veste 
Che non fosse armonia, che non di rime 
Sonasse ordita e di cadenze elette. 
E misurati sul veloce o lento 
Kitmo del core eruppero i solinghi 
Canti e V estro. Ma fioca e pudibonda 
Soltanto a' rai de le indulgenti stelle 
Dall' inesperto labro uscia la voce, 
Tanto che niuno, tranne Dio, l' intese. 

Beate ore e tremende, allor che i campi 
Del Vero austeri discorrea la mente 
A spigolar qualche non tocco fiore 
Di poesia nascoso, e nei silenzi 
Origliava a raccorre un suono, un' eco 
Dell'inno eterno, che Natura manda 
Al Creator ! Allor che in regioni, 
A' ribaldi inaccesse e a la fortuna, 
Ella vedea danzar i sospirati 
Fantasimi del Bello, e disperando 
Significarne le fuggenti grazie 
Piangeva. E quella lagrima piovuta 
Sopra la trama di sottil lavoro 
Incominciato, ne sperdea le traccie ; 



UN' ORA DELLA MIA GIOVINEZZA. 21 

Come la grandin fa sopra i ricami, 
Che fra due rose tendono gP insetti. 

Né del mio carme la mercè superba 

Sognai d' un nome. E che gli cai d' un nome 

All' usignolo ? Per gentile istinto 

Modula il verso come Dio lo vuole, 

Parla all' erbe, a la luna, a la tacente 

Selva : contento se nei ciechi stagni 

La rana intanto si rista dal metro : 

Poi torna al nido, che intrecciò, presago 

De le terrene vanità, con secche 

Foglie d'alloro. ( n ) 

E da quel, dì t'amai, 
Vergine. E nato di virile affanno, 
Mesto crebbe e virile il nostro amore, 
E di te indarno ingelosir le belle 
Creature, che un dì mi seminaro 
Di vipere e di fior la primavera 
Della mia vita ; e stettero per anni 
Del mio riso signore e del mio pianto. 
Dolcezze occulte ebbi di te, sorella, 
Note a pochi quaggiuso. A te fidai 
Speranze audaci, illusion d' amore, 
E segreti da morte. E tu pulisti 
Il verso, come si pulisce un' arma : 
E tendesti dell'arpa in fra le corde 
Corde d' un arco di battaglia antico, 
Acciò non molle o querulo vagisse 
L' inno ; ma saettasse. E mi dicevi 
Che mai non fora un' anima codarda, 
Anima di poeta, e che sua legge 
E caritade : suo perpetuo fato 



22 UN 7 ORA DELLA MIA GIOVINEZZA. 

Dir le glorie, gli affanni e le speranze, 
Patire e perdonar. E tu le rabbie 
A me temprasti per estranie terre 
Kamingo : e V ardua dignità reggesti 
Del prigioniero ; e tu mi reggerai, 
Fin che s' apra la tomba inesorata. 
Su quella tomba siediti, sorella, 
E tolto in mano il sapiente legno 
Del Nazzareno, canta a le novelle 
Schiatte, che innanzi ti verran passando, 
Le libere canzon che incominciai, 
E la crudel malignità dei tempi 
Mi negò di compir. Canta quegl'inni 
Che pensai, ma non dissi, eccitatori 
D' opre gagliarde e generose. E quando 
Sul? obbliato mio sepolcro, V unghia 
Scalpiterà degl' itali cavalli 
Vittoriosi, io spezzerò la pietra, 
Risuscitato dall' amor, volgendo 
Postumo canto di trionfo ai Forti, 
Che attendo in vita e attenderò sotterra. 



NOTE. 



(') La Chiusa è un luogo stretto, che per circa un miglio corre 
fra alte e diritte rupi, formate dalle pendici del Baldo e dai fian- 
chi del Pastelo, 12 miglia distante da Verona sulla via che a ri- 
troso dell' Adige mena in Tirolo. 

( 2 ) La battaglia di Rivoli, paesotto vicino all'Adige, accanto alla 
Chiusa, fu combattuta fra Napoleone e gli Austriaci il 14 gen- 
naio 1797, dopo quella della Corona, dov' è un tempio sacro alla 
Madonna venerata per tutti i dintorni. Cominciò prima dell'alba, 
e finì alle cinque della sera. Lo sforzo maggiore si fu per vincere 
il monticello di Rivoli dove venne innalzata a memoria una 
guglia. 

( 3 ) Pianimculus sceleratus, Lin. — Specie che vive per tutto, 
appresso alle acque correnti, infesta agli uomini e alle bestie. — 
Solanum nigrum — conosciuto dal popolo sotto il nome di 
Tossico. 

( 4 ) Copernico nacque a Thorn in Polonia. — I Jagelloni furono 
principi della Lituania, che per alcun tempo raccolsero sotto al 
loro scettro anche la Polonia. — Etmano, o Atamano, è il nome 
che davasi ai capi cosacchi. — Fra le armi consuete dei quali vi 
è una frusta che dicono Natraika, onde si servono a battere il 
cavallo e percuotere il nemico. 

( 5 ) L'8 settembre 1831 cadde Varsavia e con essa la Polonia 
il giorno della nascita della Madonna. 

( 6 ) «Tertiisnundinis corpus rei (del debitore) in partessecanto- 
si plus minusve secuerint, sine fraude esto. » 

(XII Tav., Tav. Ili, Leg. XI.) 
C) Il Bisonte europeo vive ancora nelle selve della Lituania. 



24 NOTE. 

( 8 ) Alla selva detta degli Alni vicino a Krakow il 25 feb- 
braio 1831 fu data una fiera battaglia, in cui perirono 5000 Po- 
lacchi, e costò ai Russi il meglio dei loro ufficiali e 10,000 uo- 
mini posti fuor di combattimento. — Alla battaglia d 1 Igania fu 
sconfìtta quella scelta fanteria russa, che V imperatore, dopo la 
guerra della Turchia, chiamava i Lioni di Varna. 

( 9 ) I monti Lessinei si trovano sul veronese, a chi sta alla 
Chiusa, nella direzione di Nord-est, proprio nella direzione della 
Polonia. 

( l0 )^Ecco l' iscrizione : 

Caterina Cavalieri di Monte 
d' anni 23 nubile 

y IL DÌ 20 NOVEMBRE 1829 
CADDE DALLA CIMA DI QUESTA RUPE 
E MORÌ 
IL PADRE DOLENTE VI PREGA 
D' UN REQUIEM. 

Corse fama che vi fosse urtata giù dal suo damo. 

(") I rosignuoli, secondo Paolo Savi nella sua Ornitologia, si 
costruiscono il nido di foglie secche di quercia, di leccio e di 
alloro. 



LE PEIME STORIE. 

CANTO. 



ALLA 

SANTA MEMORIA 

DI 

GIORGIO 

MIO PADRE. 



LE PRIME STORIE. 



CANTO. 



Itale genti, che per via passate, 
Deh ! vi punga pietà ; siate cortesi 
Al poeta che mendica ; un severo 
Iddio m' impone sotto questi pioppi 
Di piangere e pregar. Io non il vostro 
Oro dimando. I rapidi puledri 
Che il mercadante d' Albìon stemmato 
Per i prati diffusi e per le siepi 
Educava a le corse, abbian quel? oro : 
La melodia che da le molli scene 
Spande l' oblio sugli animosi sensi ; 
La sapienza d' arrischiati salti 
Procaci, e i pie di piuma, e i flessuosi 
Ondeggiamenti di venali forme 
Pubblicate sul palco, abbian quell' oro ; 
Abbian cantici e plauso, abbian corone, 
Le corone di Italia, o verecondi ; 
Che di lauri ferace è questa terra. 
Limosinante insolito e sdegnoso, 
Non chieggo a voi che un obolo d' amore 
Per la povera Madre. 

Itale genti, 



'ÒO LE PRIME STORIE. 

Che passate per via, siate cortesi 
Al mendico poeta. 

Indifferente 
Passa e non bada quella folla morta. 
Ahimè ! tutti passar. 

Ài tu veduto 
Ne la convalle di Siddim profonda, 
Sotto il nitido ciel di Palestina, 
Ài veduto brillar sinistramente 
La laguna d' Asfalte ? Oh ! quelle coste 
Di maledetto cener seminate, 
Sempre avversarie d' ogni cosa viva ; 
Quell' afflitto stridir de la cicogna, 
Che agli orli de la perfida marina 
Muor sitibonda ; quel sepolcro d' acque 
De le cinque città di peccatori, 
Dove persin quando veleggia il nembo, 
Tacito passa e folgore non vibra ; 
Mostran con la implacata ira del cielo 
Una miseria che ti stringe il core 
Amarissimamente. 

E pure è in terra 
Una miseria ancor più luttuosa, 
Uno spettacol, dove più ti pare 
La vendetta di Dio significata. 
È un vanitoso popolo d' imbelli 
Che non à patria, ed all' ombria d' illustri 
Kuine, da trecento anni riposa 
Sognatore perpetuo : e ravvolto 
Ne la sdruscita porpora degli avi, 
Al patrio sole liberal le membra 
Scalda, e beve le molli aure d'autunno, 
Immemore sui campi ove pugnaro 



LE PRIME STORIE. 31 

Da l'ioni i suoi padri.... A piene mani 
D' elleboro spargiamo e d' infingardi 
Papaveri la via. 

Tutti passaro ! 
Musa, ove sei ? Dove se' tu, segreto 
Spasimo e orgoglio mio ? Forse e tu pure, 
Fedelissima ieri, oggi l'amara 
Del tuo cantore povertà rifuggi 
E F iroso abbandono ? Oh ! non a questo 
Educata io t' avea, Musa dei forti 
Afflitti amica. Vedila che siede, 
Schiva del rombo de le vie frequenti, 
Colà sul prato, ed a corona intreccia 
Ramoscelli di quercia e di cipresso ; 
E al firmamento che si va stellando 
Col tremolo di pianto occhio dimanda 
Quando torni F antico astro d' Ausonia. 

Cessa il pianto, o dolente ; a me t' appressa, 
E del tuo serto, simbolo severo 
Di fortezza e di morte, il crin mi cingi. 
Non sono il primo, e non sarò F estremo 
Coronato che mendica. Conforto 
Chiediamo agi' inni : una gentile, arcana 
Corrispondenza fra il dolore e il canto 
I celesti ponean, però che tutti 
Gli sventurati cantano. Ma lunge, 
Lunge da noi le nebulose e viete 
Favole ci' un Olimpo inverecondo, 
Che sotto il vel d' insuperate forme 
La greca arte serbò. Non è più tempo 
D' ardere incensi a Deità defunte. 



32 LE PRIME STOKIE. 

Di sotto a cespi d' odorosa menta, 
Son le Driadi sepolte ; e più non guida 
Diana al colmo de le quete notti 
Le cerve invulnerabili e la biga 
Di madreperla a far beati i sonni 
Del pastore di Caria. E la convalle 
Più non risponde a lo scoccar dei baci 
Furtivi, od al sonante arco; dei veltri 
Immortali al latrato, o a le plebee 
Risa dei Fauni. Degli aurati lembi 
De la conchiglia rorida di perle 
Precipitò nei fondi oceanini 
Già la nivea beltà di Galatea ; 
E dormono con lei 1' eterno sonno 
Nei loro avelli di corallo in pace 
Le Nereidi obbliate. In noi ben altro 
Iddio favella. 

Vergine, ricordi 
Quand'io varcava con giocondo piede 
Dell' infanzia la soglia ? Allor non era 
L' insurta Ellenia di leggiadre fole 
Più novelliera, ma bensì tremende 
Storie tesseva di battaglie al mondo 
Plaudente. Allor d' Anacreonte il roseo 
Carme, sbocciato sotto il guardo ardente 
De le ionie fanciulle, abbandonato 
Tacea. Ma non tacean ne le animose 
Veglie d' Epiro, e per le vie d' Atene 
Gli agitatori cantici di Riga. (') * 
Misero ! il teschio del gentil tradito, 
Cura e sospir di tessale donzelle, 
Avea le porte decorato un tempo 



Vedi le Note in fine del Canto, pag. 63, 



LE PRIME STORIE. 33 

De lo infermo Serraglio. 

Allor dal colle 
Di Carpenisi al lume de la luna 
Il martire di Siili intemerato ( 2 ) 
Vide le tende biancheggiar dell' oste ; 
Né le contò il magnanimo ; la morte 
Vide aspettarlo ne la valle, e scese 
Tremendo e lieto ad incontrarla : i fieri 
Suoi convitò ducento Palicari 
A banchettar dopo la strage in cielo ; 
E tennero l' invito. 

Allor, fra il lutto 
Di Missolungi, dall' estremo amplesso ■ 
De la tua sospirata Ada diviso 
Per tanta onda di mar, 1' alma due volte 
Immortale spiravi, addolorata 
Del dolor di due popoli, cantore 
D' Aroldo, all' urna d' Albion lasciando 
L' ossa e i poemi al mondo. ( 3 ) 

E tu cadevi 
Povero, ignoto e solo, inclito fiore 
D'Allobrogi, Santorre ; e la caverna 
D' un' isoletta di Messenia bevve 
Il sangue tuo. Piangete, itale Muse ! 
Egli, bandito dal nativo ostello, 
Ramingo illustre invidiò sovente 
Al pan del mandriano, ed or tre sassi 
Romiti, da straniera onda corrosi, 
Copron quel core, che sofferse tanto. 

E tanto amò. Piangete, itale Muse ! (*) 
Allor non già sugli odorati paschi 
Dai sacri rivi dell' Alfeo lambiti, 
Ricinte di conifero la negra 

Aleabdi. 2 



34 LE PRIME STORIE. 

Chioma, danzando al suon della siringa, 
Al simulacro dell' agreste Pane ( s ) 
Vesti e voti offerian 1' arcadi donne : 
Ma all' are di Maria vezzi ed anelli 
Nuziali appendeano, e la bandiera 
Dell' egra patria : e si giuràro eterne 
Spose ai mariti che perian da forti ; 
Vedove a quelli che reddian dal campo 
Codardi. ( 6 ) E in noi l' Iddio stesso favella. 

Dal sangue de la Gorgone 1' alato 
Pegaso nacque, e calpestando il monte 
Fé' Y Ippocrene zampillar. 

Dal sangue 
Versato per le nostre ire fraterne 
Uscirò squadre di destrier guidati 
Da lo straniero, che squarciar con 1' ugna 
Il sen d' Ausonia, onde sgorgaron fonti 
D' odi profondi e di sdegnose angosce 
Di amara e forte poesia. Per noi 
Dolorosa, ma splendida, ma sacra 
Ippocrene, la patria. 

Or tu m' allegra, 
Fidanzata immortai, le faticose 
Malinconie. Se rinnegasti un giorno 
La sonnolenta eredità di carmi 
Che i molli ne lasciaro arcadi padri, 
Cantami un inno vero ; e te non turbi 
Questa tenebra folta. Allor che buia 
Sopra una terra più s' addensa e fuma 
Una nebbia di colpe, Iddio le invia 
Il turbine che monda. 

Attendi e spera 



LE PRIME STORIE. 35 

Che questa patria assai per le altrui colpe 
E per le sue sofferse. Attendi e canta. 
E se mai qualche impura ala di strige 
Ti striscia il crine, e sventola sul? arpa ; 
Se col lamento di sue tristi note 
Vola per gli olmi il cuculo e ti beffa ; 
L' inno prosegui. Dai patenti prati 
Le farfallette luminose a nembi 
Accorreranno a rischiararti il corso 
De le armoniche dita. 

E la divina 
Così cantò: 

Con immortai vicenda 
Uno Spirito arcano agita e caccia ( 7 ) 
Via per le terre e il cerchio ampio dei man 
La irrequieta umanitade. Ed ella 
Giovine di seimila anni s' avvia 
Ancor, come feconda arca di vita, 
Sovra il mare dei tempi a una beata 
Terra promessa che non giunge mai. 
All' alba del creato uno dei primi 
Soli sorgeva a illuminar V umana 
Pupilla, che conosce, unica, il pianto, 
Quando in pria cominciò l'avventuroso 
Pellegrinaggio. 

Un giovinetto ai lembi 
Mestamente sedea del paradiso 
Da sua madra perduto ; era solingo 
D' accanto un' ara, e Abele era il suo nome ; 
Di lontano ei veclea V ultime cime 
Dei felici palmeti, ed al passaggio 
De le penne d' un angelo agitarsi 
I padiglioni di conserte liane, 



36 LE PRIME STORIE. 

E in mezzo dominar superbamente 
Il pomo reo con la fatai bellezza. 
L' aura che sui vietati orli moria, 
Gli recava l' odore alle celesti 
Lonicere rapito, e da le valli 
D' asfodillo sorrise evaporato ; 
Scendere a balzi per le conche d' ambra 
Sentia V onda beata, e con 1' eterna 
Pioggia di perle accarezzar le ottonie 
Immortali, e le cerule corolle 
Del simbolico loto. E dal ricinto Q 
Per l'esterne vallee si propagava 
Molle tenor di melodia, siccome 
Entro ad ogni sbocciante urna di fiore 
Germinasse una dolce arpa di cielo. 

E il reietto piangeva. Imperversando 
Contro il sudor che gli piovea nei solchi, 
Bieco il fratel dall' opera riedea ; 
E al mansueto si levò di contro, 
E lo percosse a morte. Era il tramonto, 
E ruppe l' aure il grido d' una madre ; 
Che presso la travolta ara giacea 
Il cadavero primo. Ahi ! quella striscia 
Nova di sangue, che bruttò la terra, 
Le domestiche rabbie, e i pertinaci 
Combattimenti cittadini, e i nappi 
Avvelenati, e sovra i palchi il lampo 
De le bipenni e il lutto de le bare 
A le schiatte venture inaugurava. 
E con quel pio che discendeva il primo 
Neil' ignoto sepolcro, iva perduta 
La tanto invano lagrimata in terra 



LE PRIME STORIE. 37 

Genitura dei giusti. 

Il fratricida 
Mirò quel sangue ed impietrò ; dall' alto 
Udì voce tonar misteriosa 
A maledirlo ; e in mezzo de la fronte 
Si senti fulminato. 

Allor dal core, 
Schiuso a la colpa, la codarda emerse 
Eelig'ion dei pallidi terrori ; 
Commosso allora, come cosa viva, 
L'albero del peccato orribilmente 
Su terre ed acque dilatò le fronde 
Con la sua velenosa ombra inseguendo 
Dei Caini le fughe. Allor da gli alti 
Balzi deserti, ove attendea la preda, 
Si spiccò de' rimorsi il Cherubino, 
E per caverne assiduo e per capanne, 
Presso il guanciale a tormentar si assise 
Dei Caini le notti. E chi primiero 
Per V ardue solitudini, pei gioghi 
E i labirinti de la vergin terra 
Questa raminga Umanità condusse, 
Fu un maledetto. 

vertici solenni 
Dell' Imalaia, a voi, la più superba 
De le altezze di creta, ora il mio canto. (°) 
vastità di lande e di boscaglie, 
Dove 1' Eterno seminava i mesti 
Licheni al renne, e citiso a le cerve ; 
pelaghi segreti entro le fresche 
Cavità di granito alimentati 
Dal gemitio de le muscose linfe, 
Onde perpetue balzano le sacre 



38 LE PRIME STORIE. 

Gangetiche fontane, e i rivoletti 
De le valli divine; o tra i zaffiri 
Intemerate cupole di neve 
Vicine più d' ogni creata cosa 
Al non velato mai riso de gli astri ; 
A le vostre pendici e voi le prime 
Are vedeste, e guardiani al campo 
I termini, e le tombe e ne le tende 
Concordi i riti de le caste nozze. 



E quell' arcano Spirito sui vostri 
Pinnacoli sublimi, esercitati 
Dal lento fiocco di perpetue nevi, 
Sedea custode a la mortai famiglia. 

Un murmure d' umane opere ascese 
Da le pianure, ed iterar le grotte 
Il picchio dei martelli, ( l0 ) onde svelossi 
Da le feconde viscere dei monti 
Il ferro, e il disonesto oro col raggio 
Fascinatore. E ripetean le rupi 
La cadenza d' un maglio, ed il perenne 
Salto dell' onda su le adunche pale 
Di volubile ruota; e a lenti colpi 
Al limitar di violate selve 
Scender si udiva la novella scure 
Sull' odoroso cortice dei pini : 
Dall' orlo estremo d' imminente greppo 
Tese la bionda capriola il collo 
All' incognito suono, e impaurita 
Scendeva a balzi ; e d' una freccia il volo 
Il voi troncava dell' aereo piede. 



LE PRIME STORIE. 39 

Significando le segrete cure 
Come dettava amor, iva per 1' aura 
La prima nota di strumento umano. ( n ) 
E sui rami venian dei terebinti 
I pennuti cantor, maravigliando 
Che fosse nata al mondo un' altra voce 
Privilegiata di canzon più belle. 
Sull'aperte pianure uscì l'acuto 
Grido di gloria paurosa al primo 
Infrenatore di cavai selvaggio ; 
E lungo le natali acque il ribelle 
Nitrir del vinto, che sbuffando udia 
Battere 1' unghia in liberi galoppi 
Le consanguinee torme ed invitarlo. 

E voi negli ozi de le argentee notti 
Traendo il gregge per immensi prati , 
Errabondi pastor, voi la sagace 
Elevaste pupilla ai firmamenti, 
Per la zona che il sole annuo discorre 
Divisando le stelle ; e su la luna 
Pingersi l'ombra de la curva terra 
Divinando notaste ; e all' improvviso 
Per le lucenti e placide famiglie 
Passar funesta ad attristar gli azzurri 
La randaia cometa, e tratto tratto 
Strisciar cadenti simulacri d' astri : 
E fu de lo spiato anno per voi 
Avvertito il fedel rivolgimento. ( 12 ) 

Sfidator di paure un Camita 
Guarda il deserto, il solitario sole, 
L' agitamento de le ardenti sabbie. 



40 LE PRIME STORIE. 

E lo coglie il desio dell' avventura ; 

E col frugai viatico s'affida 

Del suo camello paziente ai lombi; 

E via pei solchi radianti anela 

A la scoperta di rimote oasi. 

Ode il bramito de' sciacali ; freme 

Al tintinnire di serpenti novi, 

E si disseta a limpide fontane 

Indelibate ancor e custodite 

Dall' odorosa ombria de le siringhe. 

Poi quando vecchio al limitar si assise 

De la nomade tenda, ai curiosi 

Nipoti in cerchio raccontò frequente 

Le maraviglie de le corse terre. 

Si squarcia il nembo, su 1' eccelse vette 
Fiocca la neve, su le coste scende 
Ruinosa la pioggia; a cento a cento 
Balzan torrenti, e ne la lor rapina 
L' onda turbata del soggetto lago 
Flagellano cogli arbori divelti 
A le verdi eminenze. E poi che riede 
L' aura pacificata, un Camita 
Fantastico riguarda a tanto d'acque 
Impedimento, che gì' invidia il tócco 
De le opposte riviere. E come scorge 
Agili i tronchi galleggiar su l'onda, 
Con la scienza del vogante cigno 
Sale sovr' essi e naviga. E nell' acre 
Voluttà del periglio egli prelude 
A le fenicie antenne, all'ardimento 
Che di pirata in re mutò il Normanno, 
Al sangue reo de la Meloria, al lampo 



LE PIUME STORIE. 41 

De la Croce di Rodi, a le animose 
Galere innumerabili d' un tempo, 
Ora ahi! svanite, di Venezia mia. 

Ma dal vello dei talami fecondi 
La tribù poveretta, innumerato 
Popolo crebbe ; e salutati i sacri « 
Sepolcreti dei padri, un mesto addio 
I fratelli mandarono ai fratelli ; 
E impietosirò le spartite mandrie 
Con lunghi mugghi di dolor le valli. 
Crudo il Diritto vigilando stette 
Sopra una pietra al termine del campo; 
E da le labbra, che obblìar l'antico 
Bacio de la partenza, uscì 1' amara 
Parola di - straniero. - Allora il dardo 
Pago soltanto a saettar fra i giunchi 
L' augel tornato a la natia palude ; 
E la bipenne infìno allor contenta 
Ad aspettar tra le silenti macchie 
La vittima d' un bufalo silvano 
Ruppero il petto dei cognati ; e i solchi 
Fumar di colpa e pululò 1' acuto 
Spino a la pianta del servaggio antica. 

Belle e superbe fuor d'ogni misura 
Eran le figlie de la terra. Un' ombra 
Al cospetto di loro è de le nostre 
Fanciulle la beltà eh' or e' innamora. 
Di quelle ardenti peccatrici il guardo 
Insidiò fin gli Angioli di Dio ; ( 13 ) 
Sì che il comando del Signor, men forte 
Fu dell' invito de la lor pupilla : 



42 LE PRIME STORIE. 

E fùr veduti scender da le sfere 

Quei Messaggieri all' ora del tramonto 

E raccogliere il voi su le fontane, 

Ove solinga vergine bagnava 

GÌ' ignudi avorii dell' elette forme. 

All'insolito lampo i mandriani 

Maravigliati dubitar vicina 

Una stella cadente, e in quella vece 

Era un angiol caduto ; a cui le penne, 

Che tremolar di voluttà, piegarsi 

Invalide a tentar la risalita, 

E la creta beò di abbracciamenti 

Proibiti ai celesti ; ed ei 1' eterno 

Paradiso obbliàr del loro Iddio 

Pel paradiso d' una rea fanciulla. 

Da quelle nozze violente e nove 

Novi giganti e violenti uscirò; 

Una catena di peccato avvinse 

A la terra le stelle ; e Dio fu còlto 

Dal pentimento de la sua fattura. ( I4 ) 

E quell'arcano Spirito custode 
Su le cime tornò dell' Imalaia 
Trepido, e attese la visibil forma, 
E la misura che pigliar dovea 
La vendetta di Lui che si pentiva. 

Ivi dall' alto, donde tanto eliso 
Orientale al mesto occhio s' apria, 
Sopra ogni giogo de la terra un nembo 
Vide in una prefissa ora adunarsi. 
L' acutissimo udì grido d' allarme 
Che si inviavan gli Angeli del mare ; 



LE PRIME STOETE. 43 

E un incalzante flagellar dell' onda 
Su le dighe travolte. Allor comprese 
Che del supplizio umano era prefisso 
Esecutor 1' Oceano. ( ,s ) Oh ! sol potria 
Un serafin narrar lo smisurato 
Affanno che patì quel solitario 
Spirito allora. 

E P Oceàn saliva. 
E laggiù su le ville e le cittadi 
Il terrore incombeva. Era una ressa 
Di supplicanti all' are, una bestemmia 
Scoccata agl'impotenti idoli e ai regi: 
Erano amplessi disperati e cari ; 
E novità di sùbiti perdoni, 
E un abbandono d' ogni dolce cosa. 
Da Sibille guidati e da profeti 
I popoli saliano in lamentoso 
Peregrinaggio a la montagna. 

Invano ; 
Che più di loro 1' Oceàn saliva ; 
E i palmeti ascondeva e le marmoree 
Punte de le piramidi sferzava ; 
E la vittoriosa onda picchiando 
Al nido alpin dell' aquile, spegnea 
Ogni soffio di vita: e più sinistro 
Del tumulto che leva una battaglia 
Parve il silenzio d' ogni voce umana. 
Per l' alta solitudine dell' acque 
Più non vedevi se non qualche rara 
Nave carca di esangui, che 1' acquisto 
Si contendeano di un'asciutta rupe 
Qualche testa di naufrago ed alcuna 
Riga d' augelli, che trattava l' aere 



44 LE PRIME STORIE. 

Con ala stanca. 

E 1' Oceàn salia : 
Salia lambendo le solinghe nevi, 
Dove 1' afflitto spirito posava, 
Ond' ei pensò che l' infelice e rea 
Stirpe d' Adamo, senza più ritorno, 
Fosse perduta: e già battea le penne 
Per risalir col fiero annunzio a Dio. 

Allorquando venir maraviglioso 
Un palagio ( ,c ) mirò su le correnti, 
Inoffeso dai fulmini. Né vela, 
Né remo avea ; dei pini di Gofféro 
• Era contesto, e non tenea sembianza 
Di riprovato. Un' iride sorrise ; 
Ed ei sotto il dipinto arco passava, 
Come sotto arco di trionfo il carro 
D' un vincitor. Ad un pertugio apparve 
Un vecchierel tenendo una colomba, 
E a lei concessa libertà dell' ale, 
Ne benedisse con la mano il volo. 

E quello Spirto allor sopra la onesta 
Prua si raccolse, e timonier divino 
Per l' infinito pelago condusse 
Quelle primizie d' una gente nova. 

All'olezzar de le rinate selve, 
Lungo le vaste correntie di biondi 
Fiumi sviati da le antiche ripe ; 
A la recente lampana d'infidi 
Vulcani ; intorno al glauco arco di laghi 
Che lento lento inaridiano assorti 



LE PRIME STORIE. 45 

Da vanità di sotterranee chiostre, 
L' ala feconda riaperse Amore, 
Così che in breve rivestì 1' aspetto 
Di giovinezza ed abbondò di vita 
Quel d'annegati immenso cimitero. 
L' orma segnar dell' amorose corse 
Su la mota le belve ; ivan per 1' aure 
Pacificate a folleggiar gli augelli ; 
E a pie dei monti, dal gagliardo seno 
De le facili madri uscir 1' umane 
Stirpi di novo, e riaprirò il triste 
Libro interrotto de la Istoria. Pure, 
Qual del napello se le ree vermene 
Schianti sul Baldo un turbine d' agosto, 
Ove il pedale al nuovo anno rispunti, 
Pei fior sinistri che àn sembianza d' elmo, 
Torna a fluir la velenosa essenza ; 
Tal ne' mortali le virtù maligne 
Riapparvero intere, e v' ebber figli 
Maledetti dai padri, ed imprecata 
La servitù per ultima sciagura; ( 17 ) 
V ebber superbie tremebonde, e torri 
Sórte a sfida di Dio : visser famosi 
Cacciatori di popoli, che i dritti ( ,8 ) 
Sul papiro vergar a lor talento 
Con la punta del brando ; e nel delirio 
Dell' orgoglio, spronato il repugnante 
Corsier ne' flutti, su la molle arena 
Del mar la sanguinosa asta piantaro, 
Come suggello di conquista. E i pochi 
Fero piangere i molti ; e fu disciolta 
L'armonia de le genti, e la parola 
Crebbe diversa dal natio linguaggio ; 



46 LE PRIME STORIE. 

I servi irosi generar battaglie, 
E le battaglie generaro i servi ; 
E, come valle piena di amaranti, 
Spesso di sangue rosseggiò la terra. 

I trionfati, ahi miseri ! tra i sassi 
Le sordide lasciando ossa fraterne. 
Imbianchire a le piogge, amaramente 
Esularo : sull' ultima collina 
Stettero immoti riguardando a lungo 
Salir il fumo da le dolci case, 
Poi scesero piangendo: erano carchi 
D' un tesoro di rabbia ed esularo. 
E tu, Spirito arcano, ivi davante 
Invisibile guida ai vagabondi. 

Vasta e diversa era la terra. Àrdenti 

V eran deserti, ove l' imperio soli 
Si divideano due signor crudeli, 

II sol nell' etra ed il l'ion sui campi. . 

V erano sconfinate ispide lande 
Senza stelo di fior, ove non altro 

Si udia fra il gelo de le notti eterne, 
Che il pigro moto di mal vive forme 
E il crepitar dei galleggianti ghiacci 
Per 1' onde irremeabili del polo. 
V' erano steppe inospitali e meste 
Per contrade di pietra o consolate 
Dal profumo dell' erbe, e assiduamente 
Visitate dal nembo. Eranvi amene 
Curve di golfi, ove piovean dall' alto 
L' olezzo e i fior dei ventilati cedri ; 
Ove farfalle d' iride vestite 
Amoreggiava!! le bromelie; e biondi 



LE PKIMB STORIE. 47 

Di mèssi indelibate ondeggiamenti, 

E maraviglia d' isole dipinte 

Da lo smeraldo di perpetui mirti. 

E l'indefesso Spirito traea, 
Come in dicembre foglie aride il vento, 
Quei mesti germi de 1' umane schiatte 
Per le nevi e le sabbie e i paradisi 
Disseminando. E a lor venia compagno, 
Quasi tesoro di famiglia, il puro 
Pensier di Dio che i mercadanti astuti 
Del Santuario mascherar tra i veli 
Fruttuosi del simbolo. 

Ma pria 
D'abbandonarli ne le patrie nuove, 
Quello Spirto notò sopra le ferree 
Tavole del Destin misteriosi 
Segni sì come li dettava a lui 
Una voce profetica dall' alto. 
Erano i segni dei venturi umani 
Commovimenti. Erano i dì fatali 
Dell' avvenir, allor che dopo lunghe 
Calme ringhiose, o sonnolente paci, 
Spinte da nuove idee dovean le genti 
Ruinar su le genti, e i figli d'Eva 
Sterminare i fratelli; e sovra i campi 
De le battaglie rinnovare il lutto 
De la morte d' Abel coi fratricidi. 

E a quando a quando col girar dei soli 
Si maturaro quelle ree giornate. 
Con Y asta in pugno, Y ardimento in sella, 
Diero al suolo Datai, diero ai materni 



48 LE PRIME STORIE. 

Abituri di rovere un addio, 
E convennero i biechi. E nelle etadi 
Meno da noi rimote, un dì la fiera 
Ora sonò che la partenza indisse 
Al ritrovo in Italia. Allor s' intese 
Uno strepito d'arme ir per le nebbie 
Del germanico cielo. ( 19 ) Ed era il Fato 
Che nei ricinti de le selve sacre 
Battea gli scudi penduli a le querce, 
Significando a le selvagge turbe 
Che già l'alba spuntava al dì prefisso 
Per discender dall' Alpi. 

E dopo molti 
Secoli bui siili' infedel Soria 
Si rovesciò quella bufèra umana. 
Dai chioschi d' Iconio e di Nicea 
Fùr visti allor dipingersi nell' aere 
Folti guerrier su bianchi palafreni : 
Avean mantelli del color dell' alba ; 
Mettean gli usberghi un tremolio di stella ; 
Come falda di neve una bandiera 
Li precedeva, se non che nel mezzo 
Da una croce vermiglia era divisa ; 
Fuor da la tomba di Chi sol fu giusto 
Salì una voce : rt Iddio lo vuole !" e al colmo 
De le notti svegliò Gerusalemme ; 
Ed era il Fato, che raccolti a stormo 
Da le castella d' Occidente i prodi, 
Vòlti all'acquisto d'un divino avello, 
Li sospingea vèr l'arabe meschite 
A far dolenti le rivali Alambre 
E l'Italia scegliea repubblicana, 



LE PRIME STORIE. 49 

A le battaglie esperta e a le procelle, 

Per navalestro fra le due costiere. 

Sorto a la fine il più recente sole 

Di civiltade che indorò le guelfe 

Torri e le ghibelline e le opulente , 

Itale terre, mentre ancor nell' ombra 

Barbara vegetavan le straniere 

Che ora in superba signoria salirò 

Ingratissime alunne, a sconosciuto 

Mondo mai visto da pupilla antica 

Toccava in sorte d' ospitar la furia 

Di quel congresso su la rena d' oro. 

Ma fra quel lido e noi ruggia diffuso 

Un subisso di mari, e favolosi 

Uragani che fean pur ne la mente 

Pallido il volto di ciascun gagliardo ; 

Che un segreto dei cieli era la terra 

Americana. In ligure casetta 

Pure un fanciul crescea cui dentro all' alma 

Brillò l' istinto di quel mondo ; e vide 

Ne la mente fatidica dipinta 

L'opposta faccia de la terra, e vòlta 

Allegra sfida all' oceàn, partia 

Con due nocchier securi, il Genio e Dio. 

Ultimo dei profeti indi tornava 

Incatenato e grande ; e a pie del sire 

Perfido di Castiglia e di Leone 

Gittava l'agognato oro dei regni 

Indovinati, onde fumar di tanto 

Ingenuo sangue le infelici Antille. 

Ma prima assai, che i valichi dell'Alpi 
Imparasse la rea stirpe d' Odino 

Aleaudi. d 



50 LE PEIME STORIE. 

Dell' italica pena esecutrice ; 
Amatissima e lunga era già vòlta 
L' Odissea degli umani. 

Aura, che cingi 
Arcanamente, come fascia d'Isi, 
Il gemello pianeta, e tu mi narra 
Quanto cozzo di spade, e polveroso 
Cader di troni, e canti ed eloquente 
Suono di lingue ignote a noi, per quella 
Lontananza di giorni ài ripetuto. 
Schiere di stelle, che passate, eterne 
Scòlte del cielo, mi narrate voi 
Quante carole mistiche, e convegni 
Di congiurati, e svolgimenti occulti 
Di terribili drammi ; quanti strali 
D' occhi lascivi o lagrimosi, in quelle 
Antichissime notti illuminaste. 

Che se qualche ispirata orfica lira 
Raggiò per quella tenebria di tempi 
Con la luce del canto, a noi conteso 
Moriva in solitudine il poema 
Eivelatore. E l'insepolto fusto 
Di solinga colonna unica resta 
Ricordanza talor d' un Dio caduto, 
D'un imperio che fu. Talora un roso 
Marmo, segnato di parole strane 
Al pellegrino sapiente indarno, 
Dice che fuvvi un idioma arcano, 
Onde vennero un dì certo vergate 
Prose di storia od elegie d' amore, 
E d' antiche battaglie inni perduti. 



LE PKIME STORTE. 51 

Tal vive ancor ne la selvaggia villa ( ?0 ) 
Di Ma'ipuri un parrocchetto annoso 
Che stride un verso de la spenta lingua 
D'un popolo che sparve. A chi viaggia 
Per le infocate region che irrora 
Lo spumante Orenoco, e giunge in parte, 
Dove per mille attraversate rupi 
L'onda perpetua muggendo si frange ; 
A lui dinanzi sterminata e bruna 
Una muraglia di granito occorre. 
Di lassù 1' ammirato occhio vagheggia 
Quella vergine terra, quelle cento 
Isolette cresciute in mezzo al fiume, 
Come conche di fiori ; e 1' avoltoio 
Che manda l'ombra de le larghe ruote 
Sopra le immense praterie del Meta 
E scorge di lontan sull' orizzonte 
Qual nube scura disegnarsi in cielo 
Il monte d' Umana. Il caprimulgo 
Crocida invan col verso de la fame, 
Che sopra tutto, via, per la campagna 
Lontanamente mugghia la profonda 
Voce dell' Orenoco. Ivi sull' alto 
È un pianoro, una selva, e la caverna 
D' Ataruipe. Se cacciando passa 
Giù per le valli il nomade dipinto, 
Il più mesto le invia de' suoi saluti ; 
E l'indiana raccomanda il caro 
Lattante, che si trae dopo le spalle, 
A le virtù dei nobili defunti ; 
Poi che lassuso un consanguineo dorme 
Popol di forti. Al limitar di pietra, 
Spiega la benisteria i suoi corimbi 



52 LE PRIME STOltlE. 

Tinti di croco ; ed agita le foglie 

Del candor de la luna una mimosa 

E il sacro asilo di soavi essenze 

La vaniglia profuma. Una severa 

Malinconia possiede il sepolcreto. 

Volgono già più di cent' anni, e dopo 

Stragi ed esigli, e disuguali pugne, 

Qui, perseguite da una gente atroce, 

Si ricovraron le reliquie afflitte 

Dei magnanimi Aturi ; e quivi or tutti 

Posano ne le loro urne di palma. 

Per 1' ampia soglia orientai che allegra 

D' aure vivaci la città funebre, 

La cortesìa de le nascenti stelle 

Manda un raggio, sottil lampada eterna, 

A consolarne le deserte chiostre; 

E V Orenoco rugge ai trapassati 

Le selvaggie armonie. Ma quando il capo 

Sotto la moribonda ala riposi 

Quel domestico augello, allor col suo 

Canto supremo sarà spenta in terra 

D' una lingua di eroi Y ultima voce. 

Quanti popoli furo ? Ove la stampa 
Dei loro passi? Ove i funerei campi 
Del lor riposo ? Va', chiedi alle nubi 
Quante saette a lor maturi il grembo : 
E quando fìa che le dardeggin, chiedi 
Qual via per lo insolcato aere terranno. 
Eglino furo. Come il fato oscuri, 
Sempre da una segreta ansia agitati, 
Sempre in attesa di promesse arcane, 
Insci del Dio che li premea, rivolti 



LE PRIME STORIE. 53 

A qualche stella liberal di guida, 
L' onda solcar d' incognite marine, 
Sfidar nuotando le corsie di fiumi 
Innominati ; scrissero con 1' orma 
Del pie fugace su le intatte nevi 
Il passaggio dei monti ; impazienti 
Di requie sempre da Babele a Menu, 
Dall' Acropoli a Roma eglino furo. 
E insiem con essi givano consorti 
I Penati custodi, e la fedele 
Sapienza degli avi, e le sementi 
Nel chiuso dei materni orti raccolte, 
Mèssi feconde di venturi campi ; 
E 1' ordine de' passi accompagnando 
Lungo il viaggio, ripetean le sacre 
Cadenze e i cori di natie canzoni ; 
E a la porta de gli ospiti seduti 
Dissero i fasti di città rimote. 

Ma non tutti durar quel turbinoso 
Indefesso andamento ; e non a tutti 
Arrise il ciel perennità di vita 
Rinverginata con fedel vicenda ; 
Ma come egli ebbe 1' opera compita 
Onde 1' avea predestinato Iddio, 
Qualche popolo stette, e solitario 
Si riposò, come stanca persona, 
Le nude ossa lasciando entro una valle 
D' espiazione, e dileguò silente, 
Quasi vapor che nevica sul mare. 

Così talora un' araba famiglia 
Solca il deserto, e dopo giorni e notti 



54 LE PETMB STORIE. 

Misera ! avverte disperatamente 
Che à fallita la via. Per ogni verso 
Del sabbioso orizzonte agita i passi ; 
Ma non è loco dove spunti un gramo 
Cespo di palma ; ma non è fontana 
Che ne tempri la sete. E consumato 
Il sottile viatico dell' onda ; 
E batte a piombo sugli afflitti capi 
L' implacabile sole. I moribondi 
Si raccolgono allor ; senton la tetra 
Ora del fato ; e assisi in cerchio, avvolti 
Nei candidi mantelli, alzano un roco 
Canto di esequie e spirano. L' immonda 
Iena fiutando accorre all'esecrato 
Banchetto; il vento ne dibatte e frange 
Gli scheletri lucenti, e alfine il nembo 
Mesce a la vecchia la novella polve. 
Così sparirò antiche stirpi, niuna 
Lasciando ai vivi ereditate ; e spesso 
Con loro iva in dileguo il benedetto 
Lume d' alcuna verità scoverta ; 
Sì che per molto secolo i venturi 
Brancolarono al buio a ricercarla, 
E brancolano ancor. Però che ancora 
Sotto il nobile ciel de la Scienza 
Splendono pochi Veri: e tal che parve 
Per lungo tempo astro sicuro, ad una 
Nuvoletta di dubbio è dileguato. 
Tumultuando poi discende e sale 
Per le zone serene un' incessante 
Fatuità di fuggitive stelle 
Che la pupilla abbagliano, create 
Da la mortale fantasia superba. 



LE PRIME STORIE. 55 

E un grande buio per quel ciel si stese 
Il dì che in Alessandria un Saracino 
Arse i papiri dell' antico senno. 
Il plenilunio illuminò sei volte 
Dei Faraoni i lidi, inargentando 
Il canopico Nilo : e sempre ei vide 
Per la città dal Semidio costrutta 
Fra dense nubi divampar i roghi 
Che consunsero tanta arte e pensiero 
Venerato dai padri. E ne le notti 
Quando più vivo di que' fuochi il lampo 
Su la mediterranea onda guizzava, 
In fra que' guizzi fu veduto in ridde 
Un tumulto di demoni irrisori 
Col pie di capro festeggiar siili' acque 
Quel plebeo saturnal dell'ignoranza. 

Ma a ristoro del danno Iddio largiva 
All'Italica terra una scintilla 
Di virtù creatrice ; onde agli egregi 
Che n' ebber parte penetrar fu dato 
Dentro gli abissi de la Mente arcana 
Che agita 1' universo. E quindi usc'ro 
Alteri e belli di sorprese leggi, 
Di saper conquistato. E dal toscano 
Veglio, che offeso da la terra, ai buoni 
Cieli si volse e viaggiò, scortato 
Dai sapienti numeri, per mondi 
Ove non v' àn catene ; insino a quello 
Splendor recente d' anima comasca, 
Che trattò il fulmin come cosa sua; ( 21 ) 
Una schiera gentil di trovatori 
Di reconditi veri, al mondo porse 



56 LE PIUME STORTE. 

Il tesor degli antichi avi perduto, 

E il crebbe. Ed ahi ! sovente a le tragedie 

De la sua terra F italo scorato, 

Coni' ebbe ai campi del pensier commessa 

La trovata semenza, ivi sedette 

Indifferente, e a lo straniero ingrato 

De le raccolte abbandonò la gloria. 

Musa d' un vecchio popolo, nei giorni 
Stanchi di lunga servitude io nacqui 
D' una progenie eh' espiato à molto 
E molto pianto. E a me 1' ambrosio dito 
Non tessea de le Grazie una ghirlanda 
Di lauro; ma col fior di passione 
Sino dai giovanili anni la fronte 
M' ombreggiaron le Parche, e vissi ignota 
A la dolce mia terra. Oh ! fortunate 
Le mie sorelle, che cantar sul? alba 
Eroica d' una gente ! A lor in sorte 
Toccaron gli estri vergini e la casta 
Ingenuità de la natia favella ; 
E riverito usciva il facil carme 
Da le valide corde. A me speranze 
Torbide d' ira e fremiti senili ; 
A me fucate fantasie vestite 
D' arte caduca. Onde or che a voi pel fiume 
De la Storia risalgo, invan dell' estro 
Mando i pallidi lampi a illuminarmi 
Quelle funebri valli, e a ricomporsi 
Invan le inaridite ossa scongiuro ; 
Poi che queste del dubbio età beffarde 
Anno spenta la fede, e nel poeta 
Il profeta morì. Pure a me giovi 



LE PRIME STORIE. 57 

Questa ingenita brama ed indomata 
Non d' allettare ingenerosi sonni, 
Ma di pugnar anch' io le mie battaglie 
Con la spada del canto. Oh ! mi sia dato 
Tanto di vita e di quest' arte mia, 
Che un dì si possa dir sul mio feretro : 
ft Ella fé' batter nobilmente il core 
Di santi sdegni, e confortò di speme 
La mesta gioventù de la sua terra. " 

Eapir mi sento ne lo incerto e fresco 
Mattin del tempo; e vedo intra la verde 
Primavera del mondo assuefatto 
A gli Angeli, sorridere l'idillio 
Patriarcale ; e sotto 1' ampia quercia 
D'ombra a le tende liberal, sedersi 
I viator del paradiso, e all' uomo, 
Come ad amico porgere la mano, 
Che avea pugnato ne' remoti giorni 
Contra Sàtana, e vinto : e su la sera 
Movere gruppi di fanciulle uscite 
A coglier acqua da le fonti, dove 
I primi udian propositi di nozze 
Da pastori stranier, ch'ivi le mandre 
Traeano a beverar. Veggo una furia 
Di cacciatori, l' inguine coperti 
D'ispide pelli, scorrazzar pel fitto 
De le vergini selve, e scoter F eco 
Con fiere urla e col suon de la faretra, 
Sfidatoli di Dio. Ma se ruina 
La folgore improvvisa, esterrefatti 
Ire per gli antri a consultar le scarne 
Incantatrici ed intristir di rozze 



58 LE PKTME STORIE. 

Are i poggi eminenti, ove talora, 
Vittima sacra a paurosi Numi, 
Una scannata vergine giaceva, 
Delitto novo ad espiar delitti. 

Ma fra V ombre spiccar di quelle selve 
Veggo pur anco splendide persone 
Di magnanimi vati. Il brando al fianco, 
La cetra in man, 1' astro del genio in fronte, 
E un Dio nel core, e gian peregrinando 
A impietosir quelle selvaggie turme 
Di repugnanti, e suaderle a forti 
Cittadinanze, a diboscar le tetre 
Piaggie ; e coi blandi riti e con la pia 
Carità de le tombe ingentilirle, 
E col nobile canto. Ahi sventurati ! 
E non sapean che un Dio col legno istesso 
De la croce de' martiri composta 
Volle la cetra del civil poeta ! 
E tu il sapesti in pria, tu venerando, 
Tu bellissimo Orfeo. Scendea la notte 
Sul ciel di Tracia, e tintinniano i sistri 
Dell' orgia sacra ; quando una congiura 
Di furenti fanciulle, a cui fu tolta 
La vagabonda Venere, s'avventa 
Sull' egregio pudico. I lacerati 
Brani celando sotto il peplo infame 
Seminaron pei solchi ; e poi che il tronco 
Capo baciar voluttuose, in mezzo 
Lo scagliaron dell' Ebro a le correnti, 
Ove nuotando a lungo, semivivo 
Navigò per 1' Egeo, fìnch' ebbe posa 
Nei mirteti di Lesbo. (") Ivi lo spiro 



LE PEIME STORIE. 59 

Lasciò immortale ; e quello spiro forse 
Dopo mille animando anni le forme 
Non amate di Saffo, a Mitilene 
Tanta fruttò malinconia di carmi. 
Ma la vendetta vigile dei Numi 
Perseguì quella gente, in sin che il grembo 
De la terra natal la sacra testa 
Del poeta non ebbe. E corse fama, 
Che gli usignoli che mettean lor nido 
Sul gruppo d' olmi a quell' avel custodi, 
Strano canto mandassero per 1' erte 
Selve dell' Emo, eccitator di forti 
Proponimenti, ed ai tiranni amaro. 

Veggo la forza rotear la clava 
Sopra i popoli curvi ; e la feconda 
Lotta immortai fra la sudante plebe 
E il patrizio guerriero. Antiche genti 
Arano serve i campi elei lor padri, 
Mentre le mèssi ne raccolgon poche 
Famiglie nove di stranier rapaci. 
Non v' à burrone ove non sorga un grigio 
Castel difeso da sinistre torri, 
Dove sventola ai merli il violento 
Vessil de la conquista ; e a far temuto 
Il diritto crudel, dai circostanti 
Alberi al vento oscillano deformi 
Salme di appesi. Nei soggetti piani 
Nasce al dolor, vive agli stenti, e muore 
Uno squallido volgo irrequieto 
Sempre ed irriso, che talor sui solchi 
Neil' ira inseminati agita i macri 
Tendini a sfida, e col selvaggio erompe 



60 LE PRIME STORTE. 

Ruggito del ribelle. Un' armonia 
Di catene perpetua si leva 
Al sordo Olimpo ; gli oppressor mendace 
Dettan l' istoria degli oppressi ; ed archi 
Memori alzando e moli effigiate, 
Fanno immortai la scellerata gloria 
De' lor trionfi ; e nel timor che il tempo, 
I turbini, e la insorta ira dei vinti 
Non cancellino un dì quei monumenti 
Da le memorie de la terra; al cielo 
Affidan le lor geste, e le sventure 
Inclite, e il pianto, e i favolosi amori. 
Onde fu il costellato etere pieno ( 23 ) 
D' infelici regine, e di Meduse 
Crinite d' angui ; di fanciulle avvinte 
A scogli inospitali, di votive 
Chiome, di belve e di guerrier. Le stirpi 
Scettrate qual domestico retaggio 
Spartir 1' azzurro firmamento ; i forti 
Possedetter le stelle ; e a le venture 
Età con segni di siderea luce 
Narrar gli annali di travolti imperi. 

Ma incompreso è il pensier che maturava 
Di que' popoli il senno ; ed or di tanti 
Odi ed amori, e deitadi, e meste 
Magnificenze di corona e ree 
Pompe spiegate col sudor dei servi, 
Resta una cifra che contende il suo 
Lungo segreto, fredda e trista, come 
La granitica sfinge ov' è scolpita 
Resta il lacero carme, onde i responsi 
Ululando rendea da le sue grotte 



LE PRIME STORIE. 61 

La rapita Sibilla ; il grido resta 
Misterioso d' una fama antica, 
Che i figli assenna ripetendo, come 
Sovra i padri passò severamente 
Il giudizio di Dio. 

E 1' uomo intanto 
Peregrino immortai corre anelando 
La via fatale col fardel di gloria 
E di dolori ; e par che il suo governi 
Sul viaggio del sol. In Oriente 
Nato, adulto ristè su le latine 
E le celtiche terre ; e forse accenna 
Vecchio, sull'ala di fumanti prue 
Di valicare un giorno il mansueto 
Atlantico, e posar su le novelle 
Care al tramonto piaggie americane. 
Misero ! e ignora quando fia che vegga 
Fumar i tetti dell' asil promesso 
Dai vaticinii, e arridere i clementi 
Astri su la sperata Itaca sua. 

E intanto l' indefessa onda di novi 
Popoli, quasi inconsapevol, passa 
Sovra le tombe degli antichi. 

Tale 
Da quattrocento e mille anni passando 
Va V acqua del Bussento in sul celato 
Sepolcro d' Alarico. ( 24 ) A lui non valse 
I calvi monti della Scizia, e il margo 
Flessuoso dell' Elba irrigidito 
Da perpetue pruine, aver mutato 
Con la terra dei cedri ; e non di Numa 
La città violata ; e non i biondi 



62 LE PRIME STORIE. 

Suoi cavalieri. Perocché la Parca 
Sedea con lui su la fuggente biga 
De' suoi trionfi ; ed a gli obliqui giorni 
Il canape troncò, quand' ei più crudo 
Flagellava i corsier de la fortuna. 

I dolenti campion lo scellerato 
Sire onorar di scellerate esequie. 
E discavando con 1' opra di mille 
Itali servi nel petroso letto, 
Asciutto per la devia onda del fiume, 
Una sala regale ; ivi 1' estinto 
Posero. E poi che ne le antiche sponde 

II Bussento ricorse, a fin che niuna 
Del loco orma restasse, i miserandi 
Servi svenàro. Ed echeggiò lo scuro 
Bosco di Sila ( 2S ) ai flebili nitriti 
Del corsier d' Alarico, a la piangente 
Nota dei corni, al disperato grido 
Dei morenti, a le danze, a la sinistra 
Malinconia de le canzon dell' Elba. 

Ma pria che de gli umani il v'iatore 
Spirto le terre dell'occaso allegri, 
Sento un Dio che mei dice, Ausonia mia, 
Bifiorirai di generosa e forte 
Vita. E tu, degli alati inni il più bello, 
Mio poeta, prepara. La Speranza, 
La Carità, la Fede, austere Muse 
Dal Golgota discese, a te nel core 
Ardono. E al tócco del divin tricordo, 
Presso gli olmi dell' Adige materno 
Le sante ossa dei padri esulteranno. 



NOTE. 



(') Atanasio Riga di Tessaglia, creatore della prima Eteria, il 
Tirteo della moderna Grecia, ebbe il capo reciso a Costantino- 
poli ; altri lo dicono impalato, altri affogato nel Danubio; a ogni 
modo, egli morì in una di queste fiere guise. Io m' attengo alla 
prima, che è 1' opinione di Luigi Ciampolini nella sua Storia del 
Risorgimento della Grecia. 

( 2 ) Sull' ultimo fatto di Marco Bozzari a Carpenisi la notte del 
20 agosto 1823, che costò la vita a questo grande Sullioto, vedi 
Luigi Ciampolini, Storia citata, pag. 250. • 

( 3 ) Lord Byron morì, come ognun sa, a Missolungi il 10 gen- 
naio 1824. 

( k ) Neil' isola di Sfacteria, dinanzi a Navarino, al limitare di 
una grotta, il colonnello Fabrier alzava un monumento sepolcrale 
di tre rozze pietre alla memoria del conte Santorre Santa Rosa 
piemontese, ivi caduto, dopo molto esiglio, combattendo contro 
gli Egiziani d' Ibrahim da semplice soldato, il 9 maggio 1825. 
Animoso, e dotto e infelice italiano! Ciampolini, Storia, pag. 673. 

( 5 ) Pane, dio de' cacciatori e de' pastori, cui, per cagione di 
ninfe amate e morte, eran sacri il pino e le canne ; era divinità 
tutta arcade. 

( 6 ) Prodezze degne di canto fecer le donne greche nella guerra 
contro i Turchi. — Su questo argomento delle donne d'Arcadia 
vedi Cantù, voi. VI del Racconto, pag. 815. 

( 7 ) L' angelo o il demone custode della schiatta umana. 

( 8 ) Voglio intendere del Nelumbio Magnifico (del genere delle 
Ninfe, della tribù delle Nelumbonee). Quasi tutto 1' Oriente da 
tempi antichissimi dedicò a'proprii iddii questa pianta di bellezza 
impareggiabile. Lo trovi continuamente rappresentato nei monu- 
menti geroglifici dell' Egitto. Fu detto che al cader del sole esso 



64 NOTE. 

si tuffava neììe onde, poi lento lento risaliva, finché allo spuntar 
dell' aurora emergeva di nuovo : fu però creduto che passassero 
fra lui e il sole misteriose corrispondenze. Nasce nelle acque 
tranquille e lievemente correnti, e specialmente accanto il mare. 

( 9 ) L' Imalaia è la catena di montagne 1 più vaste che abbia 
l'Asia centrale. In essa si contano le più alte cime del globo. 
I suoi acrocari si tengono per la culla dell' umana famiglia. — Hi- 
malaia in indiano vuol dire Montagna delle nevi, soggiorno delle 
brine. È l' Imaus degli antichi. Nella mitologia indiana l' Himalaia 
o Himarat è personificato come sposo di Mena, e padre di Ganga 
dea del Gange, e di Darga sposa del dio Siva. — Vedi Ramajana, 
lib. 1, cap. 36. 

( ,0 ) «Tubalcain, qui fuit malleator et faber in cuncta opera 
aeris et ferri. » Genesi, IV, 22. 

( u ) « Et nomen fratris ejus (Jabel) Jubal : ipse fuit pater ca- 
nentium cithara et organo. » Genesi, IV, 21. 

( l2 ) Tutte le storie dell' Astronomia accennano a queste osser- 
vazioni e scoperte de' primi pastori, raccolte poi dai sacerdoti. 

( ,8 J « Videntes filii Dei fìlias hominum, quod essent pulchrae, 
acceperunt sibi uxores ex omnibus, quas elegerant. » 

Genesi, VI, 2. 

Se anche altra interpretazione si dà di questo passo, non mi 
si apponga a colpa 1' averlo inteso con questi pochi versi, nel 
modo col quale volle in un poema intenderlo il cattolico Tom- 
maso Moore. 

« Gigantes autem erant super terram in diebus illis : post- 
quam enim ingressi sunt fìlii Dei ad fìlias hominum, illeeque 
genuerunt, isti sunt potentes a sseculo viri famosi. » 

Genesi, VI, 4. 

( u ) « Pcenituit eum, quod hominem fecisset in terra. » — Ge- 
nesi, VI, 6 — che il buon abate Bartolommeo Lorenzi traducea 
nella sua Coltivazione dei monti: 

« Pentito il gran Fattor di sua fattura. > 
(Canto I, ott. 127.) 

( i5 ) «Ecce ego adducam aquas diluvii super terram. » — Ge- 
nesi, VI, 17. —Le antichissime tradizioni dell'Oriente, oltre a 
ciò che ne reca Mosè, accennan tutte a questo cataclisma. Nelle 
leggende de' sacerdoti caldei, Noè si scambia in Xisutro : trasfi- 
gurato con istrani racconti lo trovi nelle tradizioni egiziane. Per 



NOTE. 65 

gì' Indiani quegli che si salva nell' Arca è Satyavrata. Iao, in 
China, il primo re, comincia coli' opera di scolare le acqua dilu- 
viane, che erano giunte fino alle più alte montagne. I Greci, 
quantunque meno rimote, pur ne serbano tracce. 

( 16 ) Ò ardito la parola Palagio, perchè dalla Bibbia, che par- 
lando della fabbricazione dell' Arca, usa 1' espressione di porla, 
stanza, comignolo, si deriva più facilmente l' idea di palagio, 
che di vascello. 

( ,7 ) «Maledictus Chanaam: servusservorum erit fratribus suis.» 

Genesi, IX, 25. 

( 18 ) «Porro Chus genuit Nemrod: ipse ccepit esse potens in 
terra, et erat robustus venator. » Genesi, X, 8 5 9. 

( ,9 ) « Armorum sonitum toto Germania ccelo 
Audiit .... » 

Virg. , Geor., I. 

( 20 ) Alessandro de Humboldt, nella sua opera intitolata An- 
sichten der Natur, racconta che sopra una sponda dell' Orenoco, 
dove più spesse e fragorose sono le cateratte, vicino alle incom- 
mensurabili praterie del Meta, gli fu mostrata la grotta di Ata- 
ruipe, famosa presso gì' Indiani per essere la necropoli del po- 
polo valoroso degli A turi, che perseguitato dagli antropofagi 
Caraibi, qui si riparò e morì. E termina il racconto con queste 
parole: «Vive ancora, cosa singolare! a Maipuri (villaggio di là 
non lontano) un vecchio parrocchetto, che gl'indigeni non arrivano 
a capire, perchè parla, secondo loro, il linguaggio degli Aturi. » 

( 21 ) Si allude a Galileo e a Volta, e agli altri molti grandi Ita- 
liani scopritori di verità. 

( 22 ) Vedi Ovidio, Metam.,ll. Sul conto d' Orfeo, vedi Diziona- 
rio d' ogni Mitologia. 

( 23 ) Qui si allude alle Andromede, agli Orioni, alle chiome di 
Berenice, e a cento altri nomi nell' antichità illustri, onde ven- 
gono nominate molte costellazioni. 

( 21 ) Alarico fu sepolto nel 410 da' suoi soldati in questa guisa 
in un luogo detto Vallo di Crati, dove si congiunge al fiume di 
questo nome il Bussento, che divide per mezzo la città di Co- 
senza sul napolitano. 

( 2S ) Non lunge dalla città di Cosenza è la grande foresta di Sila, 



Aleardi. 



IL MONTE OIRCELLO. 

CANTO. 



PONGO SUL SEPOLCRO 
DI 

CARLO TROIA 

QUESTO CANTO 
CHE VIVENDO EBBE CARO. 



IL MONTE CIRCELLO, 



CANTO. 



Alfine il tormentato aere si calma, 
E in un rimoto lampeggio dilegua 
La congiura dei nembi. Irrequieto 
Tergendo de la molle ala le piume, 
Scuote i fogliami che gli fero ombrello 
L' augelletto, e giocondo vola via : 
Manda il ramo una stilla, e par che pianga 
Dell' ospite cantor la dipartita. 
Nuvole d' oro di fugaci insetti, 
Nati il mattino e al vespero già vecchi, 
Quasi vispa e sottil polvere alata 
Kiedono ai balli vorticosi ; e il capo 
Mortificato dal flagel dei venti 
Rialzando, le candide ninfee 
Tornan regine de la lor palude. 
L' aura che novamente s' inzaffira, 
Odorosa pei dittami percossi 
E dai lavacri turbinosi astersa, 
Ne le purpuree lontananze al guardo 
Ogni rimoto paesel consente. 
È quell'ora gentil, che rassomiglia 



72 IL MONTE CIRCELLO. 

Ad un bacio di pace ; a quel soave 
Bacio di pace, che talor ponesti 
Sul mio fronte sdegnoso, Itala mia. 

Questo speco lasciam, che ne protesse 
Da la sùbita pioggia, e del Cir cello (')* 
Or meco ascendi su la nuda vetta, 
Là, da recenti folgori solcata. 

Addio, nata dal sole e da la bionda Q 
Oceanide ! simbolo vezzoso 
Di ver tremendi, addio, sarmata Circe, 
Adorabile e rea fascinatrice. 
Più non germoglia su le tue scogliere 
L' argentina alberella, onde spiccavi 
Le magiche vermene : e da la pietra 
Litorana sparir le portentose 
Cifre negli aurei pleniluni incise 
Tra una cerchia di fatue fiammelle, 
Onde i gorghi profondi e le vaganti 
Reme de lo spazio interrogavi 
Lontanissime stelle ; e scongiurate 
Da la virtù di quelle cifre arcane 
Con un balen ti rispondean dal cielo. 
Dal tuo colle d ? esilio i scellerati 
Fiori sparirò, e i pòllini maligni 
Che fuggendo rapivi a le montagne 
De la tua Coleo di veleni ricca 
E di tragedie; donde poi stillavi 
L' egre bevande di virtù nimiche, 
Che imperituro meritàro un carme 
Quando assopir la regia Itaca volpe : 



Vedi le Note in fine del Canto, p ;i &' 91 - 



IL MONTE CTBCELLO. 

Sparir le porte di piropo ; gli ampi 
Di gemme tempestati appartamenti, 
E V alte sale di cristallo, ov' era 
Dal riflesso fedel centuplicata 
Di tue convulse voluttà la scena. 
Ogn' incanto svanì, tranne quest' uno 
Paradiso di terre e di marine 
Che si nomina Italia, e maliardo 
Vince il desio d' ogni pupilla umana. 

Ieri su la raccolta ora de' vespri 
Del Circello volgendo a le nembose 
Cime lo sguardo, vidi il laureato 
Fantasima d' un veglio ire baciando 
Le antiche are del sol, qual chi commosso 
Torna a dimore per ricordi care. 
Di rapito era il volto ; era l' intonsa 
Canizie cinta da la benda greca, 
Era di poveretto il vestimento. 
Ei procedea, come fa il cieco; innanzi 
Tentando l' aura con un' arpa argiva, 
Che luminose avea le corde, e il suono 
Pari a quell' arpe, onde si udirò, a giorni 
Ben divisi da noi, soavemente 
Di Lipari i giardini armonizzati, 
E di musica piene eran le brezze 
Che gonfiavan la vela ai pescadori. 
Com' ei s' assise in faccia a la marina, 
Toccò le corde, e per virtude arcana 
Visibilmente uscivano le note 
In mille forme di scintille d' oro 
Che volando salieno ai firmamenti. 
Lo riconobbi tosto. Era l'Antico 



7£ IL MONTE CIRCELLO. 

Che alla Terra narrò l'ira d'Achille 
E il generoso Prìamide avvinto 
A la biga selvaggia e strascinato 
Ne la fuga dei tessali cavalli 
Per i funebri campi invan difesi: 
Quei che sedè sull' errabonda prua 
Dell' Itaco a ridirne i fortunosi 
Veleggiamene, e le vendette e il senno ; 
Che nei silenzi de la giovin terra 
Fu solitario imperador del canto ; 
Cui fu spento il poter de la pupilla, 
Forse perchè da le superbe altezze, 
Dove il genio si leva, avea mirato 
In troppo audace vicinanza Iddio. 
Surse quel Greco, e la serena fronte 
Keclinò sull' abisso, e con l' acuto 
Fischio de' venti, e col muggir dell'onde 
Parve la gloriosa arpa accordasse : 
Poi da le labbra gli sgorgaron inni 
Inconcessi ai mortali; ed ogni sua 
Malinconica nota era poema : 
Ma questi sol de lo ispirato carme 
A me l'invidiosa aura assentiva 
Nobili accenti : ( 3 ) 

" Vaghe anime umane, 
Povere navicelle avventurose 
Che navigate su 1' arcano e amaro 
Oceano di speranze e di desiri 
Che appellan vita ; oh ! non vi punga mai 
Cupidità di perigliarvi in questo 
Paradiso di Circe ammaliate. 
E voluttade un pauroso scoglio 
Fascinatore, a cui naufraghe vanno 



IL MONTE CIKCELLO. 75 

Le più ferventi creature e belle ; 
Né le costiere sicule, o le cento 
Isole illustri che 1' Egeo flagella, 
Han più torbido mare e più sinistro 
Di quel del core, allor che la tempesta 
Kugge dei sensi a togliere le ingenue 
Serenitadi ; e l' intelletto langue ; 
E dall' anima vinta esce la belva 
Crudele, insaziabile, codarda : 
Onde poscia del solo oro la turpe 
Onnipotenza ; e su le tombe l' atea 
Irrisione a la seconda vita : 
Onde l' ignavia cittadina, e il vile 
Compatimento d' ogni rea catena ; 
E afflitta la virtude ; e dei gagliardi 
Le congiure impotenti, ed incompresa 
Del poeta la franca alma e la bile." 

Non trepidare, Itala mia; da quelle 
Vette di pietra l' incantesmo ornai 
È sparito. Sparì quel re mendico, 
La cui stracciata tunica valea 
Cento stemmate porpore : non altro 
Kesta di lui, che un ramoscel cV alloro, 
Surto improvviso là dov' ei sedea, 
E quell' allór si curverà in corona 
Quando in Italia sfolgori un poeta. 

Yipni, allegrezza mia. Lassù di questa 
Nobile terra e del tuo ciel nativo 
Favelleremo, e in un pensier rapite, 
Quali due frecce rapide ad un modo 
Saliranno le nostre anime a Dio, 



76 IL MONTE CTRCELLO. 

Come nel giorno che ne vinse amore. 

Vedi là quella valle interminata 

Che lungo la toscana onda si spiega, 

Quasi tappeto di smeraldi adorno, 

Che de le molli deità marine 

L' orma attenda odorosa ? Essa è di venti 

Obliate cittadi il cimitero ; 

È la palude, che dal Ponto à nome. ('*) 

Sì placida s'allunga, e da sì dense 

Famiglie di vivaci erbe sorrisa, 

Che ti pare una Tempe, a cui sol manchi 

Il venturoso abitatore. E pure 

Tra i solchi rei de la Saturnia terra 

Cresce perenne una virtù funesta 

Che si chiama la Morte. — Àllor che ne lo 

Meste per tanta luce ore d' estate 

Il sole incombe assiduamente ai Campi, 

Traggono a mille qui, come la dura 

Fame ne li consiglia, i mietitori ; 

Ed àn figura di color che vanno 

Dolorosi all' esiglio ; e già le brune 

Pupille il velenato aere contrista. 

Qui non la nota ci' amoroso augello 

Quell' anime consola, e non allegra 

Niuna canzone dei natali Abruzzi 

Le patetiche bande. Taciturni 

Falcian le mèssi di signori ignoti ; 

E quando la sudata opra è compita, 

Eiedono taciturni ; e sol talora 

La passione dei ritorni addoppia 

Col domestico suon la cornamusa. 

Ahi ! ma non riedon tutti ; e v' à chi siede 

Moribondo in un solco ; e col supremo 



IL MONTE CIflOELLO. 77 

Sguardo ricerca d' un feclel parente 

Che la mercè de la sua vita arrechi 

A la tremula madre, e la parola 

Del fìgliuol che non torna. E mentre muore 

Così solo e deserto, ode lontano 

I viatori, cui misura i passi 

Col domestico suon la cornamusa. 

E allor che nei venturi anni discende 

A cor le mèssi un orfanello, e sente 

Tremar sotto un manipolo la falce, 

Lagrima e pensa : Questa spiga forse 

Crebbe su le insepolte ossa paterne. 

Mutiam dolore. SulF estremo lembo 
De la cerula baia, ove i fastosi 
Avi oziar nei placidi manieri, 
Ermo, bruno, sinistro èvvi un castello. 
Quando il corsaro fé' quest' acque infami. 
La paura lo eresse. Ivi da lunghi 
Anni una fila d' augurosi corvi 
È condannata a cingere volando 
Ogni mattin le torri : ivi sui merli, 
Fingendo il suono di cadente scure, 
La più flebile fischia ala di vento : 
Ivi pare di sangue incolorata 
L' onda che sempre ne corrode il fondo : 
Poi che una sera sul perfido ponte, 
A consumare un' opera di sangue, 
In sembianza di blando ospite stette 
Il Tradimento. ( s ) 

Vuoi saperne il nome? 
fida come il sol, tu che non sai 
Che sia tradire, deh ! segnati in prima 



78 IL MONTE CIRCELLO. 

Col segno de la croce, Itala mia. 
È il castello d' Astura. 

Un giovinetto 
Pallido, e bello, con ìa chioma d' oro, 
Con la pupilla del color del mare, 
Con un viso gentil da sventurato, 
Toccò la sponda dopo il lungo e mesto 
Kemigar de la fuga. Avea la sveva 
Stella d' argento sul cimiero azzurro, 
Avea l' aquila sveva in sul mantello ; 
E quantunque affidar non lo dovesse, 
Corradino di Svevia era il suo nome. 
Il nipote a' superbi imperatori 
Perseguito venia limosinando 
Una sola di sonno ora quieta. 
E qui nel sonno ei fu tradito ; e quivi 
Per quanto affaticato occhio si posi, 
Non trova mai da quella notte il sonno. 
La più bella città de le marine 
Vide fremendo fluttuar un velo 
Funereo su la piazza: e una bipenne 
Calar sul ceppo, ove posava un capo 
Con la pupilla del color del mare, 
Pallido, altero, e con la chioma d' oro. 
E vide un guanto trasvolar dal palco 
Sulla livida folla ; e non fu scorto 
Chi '1 raccogliesse. Ma nel dì segnato 
Che da le torri sicule tonaro 
Come Arcangeli i Vespri ; ei fu veduto 
Allor quel guanto, quasi mano viva, 
Ghermir la fune che sonò 1' appello 
Dei beffardi Angioini innanzi a Dio. 
Come dilegua una cadente stella, 



IL MONTE CIRCELLO. 79 

Mu\ò zona lo svevo astro e disparve. 
E gemendo 1' avita aquila volse 
Per morire al natio Keno le piume ; 
Ma sul Keno natio era un castello, 
E sul freddo verone era una madre, 
Che lagrimava nell' attesa amara : 
K Nobile augello che volando vai, 
Se vieni da la dolce itala terra, 
Dimmi, ài veduto il figlio mio ? " 

f ' Lo vidi ; 
Era biondo, era bianco, era beato, 
Sotto V arco d' un tempio era sepolto. " 

E tu, bella del carme ascoltatrice, 
S'io ti contristo, a me perdona, eterno 
Novellier di sventure. Apresi ad una 
Lagrima di rugiada il vedovile 
Fior del giacinto ; e per sbocciar dal core, 
Necessità di pianto à l' inno mio. 
Ma di' : sull' ampia terra una conosci 
Valle felice, ove giammai non sia 
L' eco sonata d' un lamento umano ? 
Dimmi, conosci una beata aiuola, 
Sovra cui non cadesse una dolente 
Stilla di queste creature stanche? 
Pure ne' tuoi fissando occhi sereni 
Combatterò contro le innate e pronte 
Malinconie, sì che men lento voli 
Per la mia terra, e meno afflitto, il carme. 

Ultima, vèr lo ciel de le sultane, ( 6 ) 
Mira là in fondo Terracina. Quale 
A' dì festivi di Muran le belle 



80 IL MONTE CIRCELLO. 

D' una piumetta tremula di vetro 
Oman le nere chiome, ella si pose 
Un boschetto di palme in su la testa ; 
Siede su rupe candida ; lavacro 
Fa del Tirreno ai piedi ; il guardo tende 
Lontanamente al curvo mare, e prega 
Perchè Sant' Elmo vigili le mille 
Reti e le vele ai pescadori ; e quando 
Spunta una nube che a tempesta accenni, 
Con le sue cento campanelle affretta 
Al domestico lido i vagabondi. 

Ultima appare sopra argenteo golfo 
Da quella banda ove ti batte il core, 
L' antica navigante Anzio, che vinta 
Patì la gloria dei rapiti rostri. ( 7 ) 
Ma di tarde vendette a rallegrarla 
Da' fatali suoi scogli usciron due 
Coronati avvoltoi che tra i fumanti 
Balsami de le terme e dei teatri 
Con altri rostri diguazzar nel sangue 
Dell' antica rivai. E in quella notte, 
Che imperiale fiaccola destava 
Il Palatin con le voraci fiamme, 
Anzio gioì dal crudo letto ; e intese 
Sull' erma solitudine del golfo 
Strider le Furie ed iterar gli spechi 
Come uno scoppio di maniache risa. 

Dovunque il guardo tu raccogli in questa 
Faticata di glorie e di sventure 
Terra latina, se dei padri care 
A te negli anni floridi V eterne 



IL MONTE CIRCELLO. 81 

Pagine furo, e V idioma, e P arte, 
Sorge un ricordo : che per noi F istoria 
È sapienza ambiziosa e mesta ; 
È come stemma d' inclita progenie 
Dai nepoti serbato ai dì pensosi 
De la miseria; testimon crudele 
D' una superba nobiltà scaduta. 
Su que' lividi stagni, ove ora un lento 
Bufalo sfanga e guata a la ventura, 
Volàro un giorno cavalieri a nembi 
Sovra destrier che non conobber mai 
Le corse de la fuga, esercitati 
Sol dei trionfi a respirar la polve. 
Ma quei potenti scesero nelP urne 
Tutti ; e coprì le stesse urne la terra 
Con le sue canne ; e i brandi seminati 
Per entro i solchi non fruttaron spade. 
Veggo la querce ancor tendere i rami, 
Ma non veggo la man che ne spiccava 
Aste da guerra. Su la via che cento ( 8 ) 
Miglia correa tra i monumenti, bruna 
S' alza una croce, e con le braccia afflitte 
Di preci al passeggier si raccomanda 
Per qualche ucciso. Poi che qui la Croce 
Di chi sofferse, all' aquila successe 
Di chi fece soffrir. Volse di molto 
Secolo, e uscì da quella eroica stirpe 
Una stirpe viril di mandriani: 
E chi può dir che al mandriano un giorno 
Non rinascano eroi ? E la vicenda 
De le cose quaggiù. L'orbe si gira 
Intorno al Sole, e infaticabil Giano 
À di tenebre un volto, uno di luce. 

Aleardi. 6 



82 IL MONTE CIRCELLO. 

Si gira l'orbe di ciascuna gente 

Intorno al sole de la gloria, e quando 

Compì la pompa de la sua giornata, 

Dechina a sera. Luce per due volte 

Di civiltà maravigliosa, e quale 

A nessuno fu dato, avemmo in sorte 

Noi d'inviar su la progenie umana 

A illuminarla. Diuturno buio 

Or ne possiede. Ad altre genti il raggio 

Meridiano or brilla. Oh ! sappian esse, 

Senza macchiarsi di guadagni iniqui 

di superbe violenze, il lieto 

Tempo goder de la stagion fugace 

Magnanime. E al mio cor tu sei più cara, 

Dolce mia terra, ancor ne la tua notte. 

Per 1' oscuro tuo ciel tremoli veggo 

Di qualche aurora boreale i lampi, 

E risplendere d' Orse e di coruschi 

Arturi, e di nembose Iadi le faci; 

Sottile, in vero, e piccoletta luce : 

Ma verrà la feconda ora che Dio 

Al poeta dirà : fC Sali quel monte 

E grida : Sorge l' alba. " Incontanente 

Suso per 1' erta salirà il poeta ; 

Vedrà frattanto gli stranier la forca 

Preparargli, e il capestro a le pendici 

Indifferente ; e griderà dall' alto : 

" Italiani, sorge 1' alba. " Asceso 

Veggente, scenderà martire. 

Tale, 
Mallevador d' un' altra alba promessa 
Da la Sibilla e dai profeti ; un giorno 
Un Divino movea là, vèr Pomezia, 



IL MONTE CIKCELLO. 83 

Quella cittade che ci sta di fronte. 

Beato allor di ville era quel piano 

Che or s' impaluda. Giovinette in danza 

Ivano al suon dei crotali, offerendo 

Ghirlande all'are qua e là votate 

Sotto una querce, o accanto una fontana, 

A le propizie deità campestri. 

La voluttade meriggiava all'ombra 

Dei mirti dati a Venere, fra l'alte 

Erbe adagiata, e V usignol dal fresco 

Kamo tessea sul bel capo ai felici, 

Senza saperlo, molli epitalami ; 

Appresso i plaustri, che reddien la sera 

Carchi di spighe e d' olezzanti fieni, 

Seguien drappelli di sudati schiavi, 

Che a le latine aure apprendean gli strani 

Versi del suol natio : sì che a le Slave 

Melodie de la Dacia udivi a quando 

A quando i figli replicar d' Arminio 

Con le severe melodie del Reno. 

E per un poco ne' lor petti il chiuso 

Affanno si molcea, poi che soave 

Consolator ne le miserie è il canto. 

Ma niuno allor certo sapea che a quello 

Ebreo tapino che laggiù passava 

Sollecito, la tunica succinta, 

I calzari di polvere bruttati, 

Ardea nel core d' abolir quell' are, 

Quelle catene, e quei vaganti amori ; 

Arclea nel core di lottar con Giove 

Fulminator, e di piantar sulP atrio 

Del Campidoglio la derisa croce. 

Folta la- barba, folto il crine ; il guardo 



84 IL MONTE CIRCELLO. 

D' aquila ; il volto macero, ritinto 
Dal sol di Spagna, egli venia reggendo 
Le brevi membra su baston ferrato, 
E mormorando di non so qual Dio 
Defunto. Paolo lo dicean le genti 
Già trionfate da la sua parola. 
Lui attendeva un popolo segreto 
Di viventi sotterra, a fioco lume, 
Fra un avello e un aitar; o trascinato 
Nei densi circhi a saziar le tigri 
D' Affrica, ad allegrar l' inclite noie 
De le tigri di Roma. Egli venia 
D'opere ricco desiando il forte 
Riposo del martirio. E un giorno uscito 
Da la porta Trigemina, il raggiante 
Capo reciso abbandonò sul verde 
D'un prato malinconico del Tebro. 
Or per il fango di quegli egri campi 
Non vedi più che qualche abbandonato 
Palagio degli splendidi nipoti 
Del santuario. Le cadenti imposte 
Sbatte, e le gronde V affannoso vento 
Marino ; e dentro le clorate sale 
Liberamente vagola col volo 
Tremolante la nottola a le stelle. 
Or di Pomezia per le vie deserte 
Sole, vestigia dell' antico fiore, 
Escon dall'erbe i ruderi d'un tempio 
Sacro a Saturno Fuggitivo. Oh ! i numi 
Fuggono anch' essi dall' età sospinti ! 
Ma il Dio di Paolo, di mia madre, e mio, 
Non fuggirà mai da la terra. Bada, 
Vaticano, che da te non fugga ! 



IL MONTE CIRCELLO. 85 

Or presta attento, Itala mia, V orecchio 
Ad insolito canto. 

A te dinanzi ( 9 ) 
Precinto dal solenne arco dei cieli 
Vedi un ampio teatro, e le montagne 
In colli umiliarsi, e le colline 
Morir ne la pianura ; e fra le dense 
Macchie dei cerri e le pinete brune 
Il bianco uscir de le romite ville, 
Pari di cigni a candida famiglia, 
Quando raccoglie il voi ne la vallea. 
E fuvvi un dì, che umano occhio non vide, 
Ma sopra un libro d' immortai granito 
Il sapiente divinando lesse ; 
Né l' illustre peccato avea commesso, 
Immemore di Vesta e de la tomba, 
Anco Silvia a la fonte ; e non la molle 
Velata Etruria, che legò ai venturi 
Fin ne la lingua eredità d'arcani, 
Negli ipogei funebri era discesa; 
E non ancor dalle paterne rive 
Maledette ramingo iva il Pelasgo 
Con le rancure dell' errante Ebreo 
Tragicamente patria altra cercando : 
Misterioso popolo che passa, 
Siccome lamentosa ombra coi dolci 
Penati in su le spalle entro le scure 
Nebbie dei tempi. 

Allora il Lazio a tanta 
Ed unica sortito èra di gloria, 
Che i muti e sonnolenti ora patisce 
Anni di solitudine, giacca ^ 
Sepolto ancor ne l'onde prime. Italia, 



IL MONTE CIRCELLO. 



Questo mio paradiso, altro non era 
Che un ordin lungo di selvaggi coni 
Incoronati da perpetuo lampo, 
Onde il mite Appennin s'ingenerava. 
Un mare negro che giammai dal canto 
Allegrato non fu del remigante, 
Malinconicamente circonfuso 
Tormentava le vergini scogliere* 
L' aura bagnata di mortai rugiada 
Con le tepide nubi invidiava 
A la giovine terra il blando riso 
De le giovani stelle. Ardea talora, 
Come d'antico cimiterio i solchi, 
L' onda d' erranti fiaccole azzurrine : 
Talora innumerati anni bollia 
Per reconditi ardori, e lento lento 
Emergeva una molle isola calva ; 
E sur essa appariva a la sinistra 
Lampana dei vulcani una infinita 
Deformità di creature morte : 
Mistico germe di venture pietre 
E maraviglie. Intorno a la solinga 
Primogenita usciano inaspettate 
Altre sospinte da virtù segreta 
Isolette sorelle, onde le dolci 
Nostre pendici, e 1' odorose curve 
De le nostre convalli. Ivi un zampillo 
Che ignoto allor non prevedea la gloria 
Insuperata d'esser detto il Tebro, 
Ai recenti dirupi era lavacro, 
E sulla genitrice onda piovea 
Con le pallide spume. 

Oh ! mesta assai 



IL MONTE CIRCELLO. 87 

Del mattin del creato era guest' ora ! 
Pupilla umana seminar non vide 
Quelle tepenti ceneri flegree ; 
E pure al bacio dei novelli soli 
Fresche, vivaci rispondean le selve 
Impetuose. Ed erano superbe 
Tribù di felci, che coprian le fredde 
Pomici con le foglie arabescate, 
E d' altezza vincean le nasciture 
Querce vocali. L' equiseto umile 
Che or V egro degli stagni aere vagheggia, 
Calamo poveretto, e si reclina 
Al saltar greve de la gracido sa 
Profetessa di pioggie, alìor sublime 
Sparso in viali di colonne verdi 
Popolava le ripe; ove giganti 
Con lo squallido cespo i licopodi 
Cresceano il mesto degl' intonsi prati 
NelP ampia solitudine. Natura 
Tal per innumerati anni sedea 
Vigorosa mendica; e ignota ancora 
Per le selvagge primavere il riso 
Era d' un fior, che ai pronubi favoni 
Raccomandasse i vagabondi amori, 
il vaporar de le fragranze. Al lembo 
Di qualche piano desolato alfine 
Pullulava una palma, e fin d' allora 
Forse dai cieli meritò la sorte 
D' allegrare i deserti. Entro le valli, 
Che a tante creature erano tomba, 
Pullulava un cipresso ; e quinci ei tolse 
Forse il desio di custodir gli avelli. 
L' eco ignorava ancor come piangesse 



IL MONTE CIRCELLO. 

La notturna elegia dell' usignolo ; 
Al limitar di nuz'ial caverna 
Non era apparsa ancor la l'ionessa 
Salutando le selve col ruggito 
Da imperadrice ; per le fresche lande 
Un segno di gemelle orme non anco 
Il galoppo tradia d' una puledra ; 
E pur grande e fantastica, siccome 
Vision di profeta, era la vita 
Che si agitava in su la terra. 

Ai miti 
Crepuscoli dei languidi mattini 
Predestinata a veleggiar sui mari 
La progenie dei nautili tendea 
La vela vaporosa, onde fé' liete 
Quelle viventi navicelle Iddio ; 
E cullata dai fiotti iva girando 
Per mezzo all' isolette di corallo 
Come flottiglia che si vede in sogno 
Movere in traccia di novelli mondi. 
Di sotto ai muschi pallidi colato, 
Molta col verde de le immani membra 
Striscia di lito misurando, stava 
Perfido pescatore un coccodrillo ; 
E fiso con l' immoto occhio su 1' acqua 
L' avo gigante degl' Iddii del Nilo 
D' un improvvido squalo iva spiando 
Gli ultimi guizzi. Perocché Natura 
Con perenne di stragi e di battaglie 
Alternarsi preluse al nascimento 
Del suo re doloroso. E allor che un fiato 
Di paradiso fé' sbocciar quel fiore, 
Caro elitropio che si gira a Dio* 



IL MONTE CIRCELLO. 89 

Che per corolla à la beltade, e spande 
Per effluvio moltissimo V amore, 
Quel fior gentil che si nomò la donna ; 
Un immenso sepolcro era la faccia 
Arida de la terra, ove confusa 
Giacea d'alberi folla e d'animali, 
Che un tempo fùr, né torneran più mai; 
Però che sul fecondo orbe regnava, 
Inesorabil vergine, la Morte, 
Mietitrice indefessa, ed indefessa 
Seminatrice di novelle vite ' 
In nuove forme. 

Ai tremuli sedotta 
Riverberi di luce, onde un vulcano 
Imporporava le sinistre baie, 
Remigando pel grigio aere veniva 
Una nube crudel di volatori. 
Valido d'Idra e flessuoso il collo, 
Siepe acuta di denti, ale di pelle, 
Onde le pronte fantasie d' Atene 
Divinarono il Drago. Allor che a volo 
Passavan, come funebri bandiere, 
Pauroso clamor si diffondea 
Sopra i paludi, e rispondean dai torbi 
Guadi con tristo sibilar le serpi. 
E sovente quel gemito in acute 
Strida mutava di duello, e forse 
Fervean non viste aeree battaglie; 
E forse allora vorticosamente 
Scendea ferito a sbattere sul loto 
Il fantastico augello ; e quella lieve 
Orma del pie, quella fugace posa 
Dell' ale stanche diventar di marmo ; 



90 IL MONTE CIRCELLO. 

E dopo mille e mille anni avvertite 
Fùr testimoni de la sua dimora. 



Accompagtìato da la bianca ancella 
Che illuminava quelle notti prime, 
Bello così di vita il giovinetto 
Mondo fendea con le prefìsse fughe 

I deserti d'azzurro. Allor che un giorno 
Scontrò per via come un oceano d' oro, 
Che lo inondò serenamente, ed era 

II vi'atore Spirito di Dio. 
Quale di verginella innamorata 
Palpita il core, e palpitò la terra. 
Tremebonde le vaghe ale dei nembi 
Si composero in pace ; e l' Infinito 
Spaziò su la queta urna de P acque. 

E quando al ciglio d' una valle, un fiero 
Gruppo di sette colli ardere Ei vide, 
Simili ai sette candelabri accesi 
Del venturo suo tempio ; allora a quella 
Misteriosa pleiade di fiamme 
Volse uno spiro luminoso e disse : 
« Tu sarai la mia Roma. > E l' armonia 
Di quelle note infino alla suprema 
Nebulosa che ai lembi è del creato, 
Come tocco di mille organi salse ; 
E tacque, e sparve. L'orbe le diurne 
Danze riprese e l' immortai viaggio ; 
Un diffuso i silenzi alti rompea 
Sollecitar di piume: peregrine 
Vedeansi in cielo scintillar pupille, 
Ed era de' seguaci angeli il coro. 



NOTE. 



( J J II monte Circello, roccia calcare in massima parte, onde si 
trae marmo ed alabastro, è collocato all' estremità occidentale 
delle Paludi Pontine. È l'antico Capo di Circe; e serba ancora 
sull' alto gli avanzi d' un tempio del Sole; e in una delle sue va- 
ste caverne, il nome di Grotta della Maga, la quale, come os- 
serva Bernardino di Saint-Pierre, fu la più antica botanica del 
mondo. Onde Ovidio nel Remedia amoris le volgea quel verso: 
«Quid tibi profuerunt, Circe, Parseiàes herbse?» 

1/ antiquario, il mineralogo, il botanico trovan tutti su quel 
monte argomento di studio. 

( 2 ) Circe possente Maga, figlia del Sole e di Perseide, una delle 
ninfe oceanine, era una seduttrice straniera di cui Omero canta 
a lungo nella Odissea. 

( 3 ) Ognun sa che il mito di Circe, con quel suo mutare in 
bestie immonde i meschini amatori, allude alle conseguenze delle 
brutali voluttà. Sarà forse perdonato all'autore, se osando met- 
tere in bocca di Omero qualche verso milleottocentocinquanta e 
tanti anni dopo Cristo, gli fece dire quello che il pagano adula- 
tor dei vincitori non avrebbe ai suoi tempi detto di certo. 

( 4 ) Le Paludi Pontine compongono buona parte dell'Agro Ro- 
mano; lunghe circa trenta miglia da Cisterna a Terracina; lar- 
ghe meglio che venticinque da Sezza a Monte Circello. Secondo 
Plinio, ivi erano ventitré città, oltre a innumerevoli ville. Ora la 
mal' aria tiene spopolata quella vasta pianura, la quale in molte 
parti è feracissima. I soli Sabini e gli Abruzzesi, sfidandone le 
febbri mortali, ardiscono scendere dai loro monti per guadagnarsi 
un pane colà al tempo della mietitura. La miserabile condizione 
di que' mietitori è dipinta energicamente dalla risposta, che men- 
tre io ero a Terracina, mi dicevan data a un viaggiatore. «Come 
si vive costi? » chiese questi passando. A cui l'Abruzzese: «Si- 
gnore, si muore. » 

( 5 ) Corradino di Svevia, figlio del quarto Corrado e di Elisa- 
betta di Baviera, sceso in Italia di sedici anni a riconquistare lo 



92 NOTE. 

splendido retaggio della Sicilia caduto in mano di Carlo d' An- 
giò, fu sconfitto nell' agosto del 1268 a Tagliacozzo. Sfuggendo 
alla strage, riparò al castello di Astura ; ma Giovanni Frangi- 
pane, signor di quello, consegnò per denaro 1' ospite al vincitore. 
Giudicato lo Svevo a Napoli e condannato, gli fu mózza la testa 
nel 29 ottobre 1268 nella piazza del Mercato, dove gli venne eretta 
una cappella mortuaria, che non è più. Il racconto poi del guanto 
che dicono gittasse Corradino dal palco, acciò fosse consegnato 
a Pietro d' Aragona, non è bene accettato dalla storia. 

( 8 ) Terracina è 1' antica Anxur. La sua collina offre tuttavia 
il vago aspetto che sorrideva a Fiacco: 

« Impositum saxis late candentibus Anxur. » 

( 7 ) Anxio, fiorente città un tempo, ora piccolo porto. I Romani 
come 1' ebbero vinta, ornarono il suggesto, donde parlavano gli 
oratori nel Fóro, coi rostri delle sue navi. « Naves Antiatum par- 
» tirn in Navalia Roma? subductae, partim incensa?, rostrisque ea- 
» rum suggestum in Fóro extructum adornari placuit. Rostraque 
» id templum appellatum. » (Liv. cap. 12, lib. 8.) — Ad Anzio 
nacquero Caio Caligola e Nerone imperatori. Incerta era la pa- 
tria di Caio: alcuni a Tivoli, alcuni a Treveri, lo facevan nato; 
ma Svetonio, nella vita di lui, toglie ogni dubbio scrivendo: « Ego 
in actis Antii ipsum invenio editum. » Quanto poi a Nerone, lo 
stesso Svetonio lo assicura con queste parole: «Nero natus est 
Antii post novem menses quam Tiberius excessit. » Strana cor- 
rispondenza di date! Forse i pasquini della Via Sacra e della 
Suburra avran detto, che l'anima di Tiberio, rifiutata perfino 
dallo Stige, s' era rifugiata nelle inique viscere di Agrippina, per 
rinascere rinsudiciata dentro alle forme di Nerone. 

( 8 ) La Via Appia da principio fino a Capua, poscia fino a Brin- 
disi condotta, era costeggiata per modo da templi, da archi di 
trionfo, da mausolei, che la chiamavano la regina delle vie. 

( 9 ) Ad intelligenza dei seguenti versi, in cui l'autore tentò di 
vestire di poesia, come potè, alcuni fatti geologici, occorrerebbe 
qualche largo cenno sulla geologia: ma troppo lunga cosa riu- 
scirebbe e noiosa. E forse questi versi non ne meritano la fatica. 
Non gli rimane però a fare che una preghiera, quella cioè di non 
essere troppo frettolosamente giudicato oscuro o strano da chi 
non conosca un poco questa giovine scienza. 



ACCANTO A KOMA. 

PRELUDIO. 



A MIA SORELLA BEATRICE 

AMORE BENEDIZIONE 
ALLEGREZZA SERENA 

DELLA MIA VITA AGITATA. 



ACCANTO A ROMA. 



Signor, eh' è mai questo terribil giuoco 
De la fortuna? quel finir quieto 
Di Siila, e l'aspro argomentar di Bruto 
Moriente a Filippi? Un dì la croce 
Si gloriò d' aver infranta e spersa 
La statua granitica dell' orba 
Deità del Destino : ond' è che il vecchio 
Nume, pare che ognor si rinnovelli 
D' arcana vita, e calpestando il giusto 
Misero, e l' are dell' amabil Dea 
Provvidenza, vi salga inesorato 
Derisore? Perchè questa perenne 
Felicità dei violenti? e questa 
Rea servitù che sol muta di nome ? 
Iddio d' amor, perchè questo implacato 
Odio di schiatte ? e per ghermire un santo 
Dritto, questo passar per una via 
Di congiure, di forche, e di ferocie 
Ne le battaglie ? Ov' eri tu, Signore, 
Quando per fieri e lunghi anni una gente 
Flagellò la sorella? E dove sei 

Aleardi. 1 



98 ACCANTO A ROMA. 

Or, che non odi il secolar lamento 

D'Italia, e le plebee risa dei fulvi 

Carnefici d' intorno a la sua croce ? 

Perchè ci tenti? La crudel vicenda 

D' un popolo che sorge, ascende, brilla, 

Declina e cade su la via del tempo, 

Come sfinito vecchierello, e i crudi 

Vicini lo calpestano passando, 

Ch' è dunque innanzi a Te ? Forse una pula 

Che l'aura investe, innalza, ed abbandona 

Questo indefesso accumular d' etadi 

Sull'universo che dovrà perire, 

Ch' è dunque innanzi a Te ? Forse il fugace 

Volo d' un' ora pel tuo Sol perpetuo 

Che non conosce alba, né sera. Oh, il Tempo 

Irrevocabil passa per la ignota 

Eternità, qual garrulo uccelletto 

Che valica un silente interminato 

Emisperio di mar, né sa che un giorno 

Senza indizio lasciar pure d' un' orma 

Vi cadrà stenuato. E tu frattanto 

In questa ora sollecita di vita 

I maestosi firmamenti aprivi 

Tra i confini del nulla come tenda 

In deserto, d' argentee, tremolanti 

Margarite trapunta. E se lo sguardo 

Noi leviamo, meschini ! a que' profondi 

Eserciti di stelle, a quella arena 

Luminosa di mondi, e tu ne schiacci 

Atterriti di te. Pur non di meno 

Ci divora il desir dell' infinito 

Che in noi ponesti. Ond' io ne la promessa 

De' tuoi Santi m' affido ; e so che vive 



ACCANTO A ROMA. 99 

Chiusa, inquieta, in un granel di polve 

A te simile una gentil fattura 

Di cui senza tramonto è la giornata, 

Ed è la poveretta anima umana. 

E le preci di lei, le sue battaglie 

Faticose ti premono sì forte, 

Che t' è men dolce udir s' ella ti chiama 

Sire de gli astri, di quel sia col nome 

Confidente di padre. Oh, se un' offesa 

Anima sventurata a Te riesce 

Più cara d' una stella, ascolta il grido 

Che mando a Te dal mio granel eli polve. 



IL 



Ò adorato i miei padri, e questa adoro 
Terra de' padri miei. Sento una stanca 
Pietà de' suoi lunghi dolori ; sento 
L' alterezza gentil d' essere figlio 
De la grande Infelice. — Arde in secreto 
In mille case a gli oppressori occulte 
Una nobile fiamma dall' amore 
Di pazienti Forti alimentata, 
Cui servon da vestali, anime schive 
Di carezze straniere. — In cima a mille 
Itale torri immota pende, illesa 
Dai geli d' oltramonte, una campana. 
Era la squilla che nei dì per fasto 
Illustri e per valor, co' suoi rintocchi 
Del popolo la voce accompagnava 
Quando avido di feste e di vendette 
Irrompeva, e la piazza era ad un tempo 



100 ACCANTO A ROMA. 

Reggia, tribuna e arena di battaglie. 
Ora a lungo obliata, almeno un giorno 
Di patria rabbia neramente anela 
Di sonare a martello. — Un vaticinio 
Che parla di redenti esce da i mille 
Incliti avelli, ond' è gremita questa 
Terra custode d' immortali morti. — 
Si solleva dall' isole, da i monti, 
Da le cento cittadi una preghiera: 

Iddio, se mai novellamente a questa 
Lagrimevole valle il viatore 
Tuo Spirito ritorna, oh ti ricordi 
Che cinta da tre mari avvi una patria 
Che si nomina Italia ; e Tu le sparte 
Sue membra ricomponi. Ivi nel mezzo 
Fra le cento cittadi è una cittade 
Da bugiardi profeti affaticata 
Che si nomina Roma ; e tu la rendi 
Ai nipoti de gli avi. In fuor di noi 
Chi puote dir che ne la sua famiglia 
L' eredità di Romolo discenda ? 
Quella ruina veneranda è nostra ; 
Ella composta de le nostre argille : 
Se cosa alcuna di straniero è in essa, 
Sono il pianto e le ceneri dei servi 
Ch'ivi traemmo da la vinta terra. 
Scendete pure, o barbari, dall' Alpe 
A ritorvi quel pianto. — E tu, Signore, 
Fa' che non scemi d'alimento mai 
Quella nobile fiamma : affretta il giorno 
Che suoni ad ira la campana antica: 
Odi la prece: il vaticinio adempì. 



ACCANTO A ROMA. 101 

III. 



voi, cui regge i passi de la vita 
Intelletto di patria, alme sbocciate 
Sotto il calor de le speranze nuove ; 
Giovani arditi da la bella fronte, 
Onde spira il divino alito e il genio, 
E del poeta la gentil baldanza ; 
Se più cara ai Celesti è la preghiera 
Di molte voci in armonia raccolte, 
Qui, divisi dal volgo sonnolento 
Che compra e vende, ignora il resto, e ride 
Leviamo un inno a le reliquie eterne 
De la Stella Latina. A la feconda 
Arbore de gli sterili deserti 
Benefattrice, che le curve palme 
Ai vincitori e ai martiri dispensa, 
Chiediamo il legno da compor la cetra ; 
Togliamo a plettro un doloroso chiodo 
Del crocifisso ; con le lunghe chiome 
D' una fanciulla che moria d' amore 
Componiamo le corde ; e se fiorire 
Lo strumento vi piace all' uso antico, 
Lo cingeremo di ginestre colte 
Sopra illustri rovine. — Oh non è questa 
La cetera che valga ; e troppo molli 
Son quelle corde per cantar di Roma. 



IV. 



A pie d' un monte che si china e perde 
Ne' lucenti renai d' una riviera 



102 ACCANTO A KOMA. 

Sta la concava costa desolata, 
Ove fu Sparta la città di ferro. 
Ivi è un avello da la pia difeso 
Carità de le Muse incontro ai nembi 
Di grandine, che scagliano le vinte 
Eupi messenie sul cantor defunto. 
Presso la fossa per arcano istinto 
Cavan lor nido, nelP aprile, i nivei 
Cigni di quella greca aura amorosi. 
Come brando fedele a cavaliero 
Posa con le vocali ossa una lira ; 
E ben gli sta, però che un dì Tirteo 
Si armò di lira, fulminò col verso, 
Vinse cogl' inni. Da la viva fiamma 
Di picciol lume se ne accendon mille, 
E al fuoco di quel fiero estro d' Atene 
S' accendeano i guerrier, che ne la mischia 
Precipitavan misurando i passi 
Sul metro audace de le sue canzoni 
Trionfatoci. — A lui togliam la ferrea 
Corda de le battaglie. 



Invida turba 
Di cortigiani con beffarde risa 
Da una tragica reggia un dì cacciàro 
Un grande malinconico. Pei campi 
Pallido errò, limosinante, immondo, 
Egli il gentile cavaliere, e in forse 
De lo intelletto. Gli parea nei balzi 
De la sua fantasia, dopo le spalle 



ACCANTO A ROMA. 103 

Il galoppo sentir d' un palafreno 

Che perpetuo il seguisse a ricondurlo 

Ne la turpe Sant' Anna. A sé d' intorno 

Yeclea bizzarri Lèmuri che i canti, 

Sudati indarno, gli rapian di mano 

Sperdendoli pei solchi e per le fosse 

Che limitavan la deserta via. 

E dubitò dell'anima. Gli parve 

Sogno il suo genio e l' immortai poema ; 

Sogno i Tancredi e le Clorinde, usciti 

Da la sua Musa ; e maledì Sorrento 

Bella, e la vita, e Leonora, e il mondo ; 

E dubitò di Dio. Quando da lunge 

Gli occorse un chiostro sul pendio d' un colle, 

E anelando salì come a rifugio, 

Come a la casa, ove una madre attenda. 

Là vergognoso e stanco inginocchiossi 

Sopra la soglia e domandò per Dio 

La cortesia d' un solo ultimo pane, 

Un guancial da posar la moribonda 

Sua testa di poeta, e la suprema 

Carità di un sepolcro. Ed ivi ancora 

Dormono 1' ossa di Torquato in pace. 

E allor che da le celle escono i lenti 

Padri, come li trae de le severe 

Mense il desio, su le pareti bianche 

Del cenacolo passa e si disegna 

Nobil conviva la figura santa 

D' un' ombra laureata a ringraziarli. 

E allor che scendon taciti, di notte, 

A la preghiera, lungo i tenebrosi 

Intercolunnii mormorar si ascolta 

Non so che pianti di Gerusalemme; 



104 ACCANTO A ROMA. 

Simili a quelle meste melodie 

Che si propagali sopra la laguna 

Se canta il gondolier con le sue rime. 

divino infelice, a te fu 1' estro 
Patimento ; 1' amore assenzio ; il genio 
Follia ; la vita un carcere ; 1' alloro 
Serto funebre. All' ombra de la quercia, 
Ove per uso ti assidevi, io pure 

M' assisi un vespro ; ed ero triste ; e piansi 
Pensando a te. Pensando a quell'arcano 
Terror d' un uom che il primo istante sente 
L' intelletto smarrir : a queir acuta 
Gioia del riaverlo : a quel selvaggio 
Brancolar del pensier fra le tenèbre 
Rotte dal lampo traditor degli egri 
Sensi : a quell' ora d' infinita angoscia, 
Quando lo spirto disperato tenta 
Aggrapparsi a un' idea, come neh" onde 
A una trave, e si vede a poco a poco 
Franar in un incognito profondo 
Dove scompare Iddio, dove il delirio 
Ebete ride, o scompigliato corre, 
E si rovescia e voltola facendo 

1 sonagli squillar de la follia. 
Infelice poèta, anch' ella ormai 
In questa terra dove tutto cade, 

La tua quercia è caduta. Altro non resta 
Che una fonte, una lapida, e 1' eterno 
Riso de la Campagna. — Or tu concedi 
Che, riverenti, a la tua cetra d' oro 
Togliam la corda che cantò la gloria. 



ACCANTO A ROMA. 105 



VI. 



Nei dì secondi a Babilonia, al ciglio 
D' un pomerio per- freschi orti odoroso, 
Grigio sorgeva un cumulo di pietre. 
L' ebrea fanciulla che al vicino fonte, 
Con 1' anfora sul crin nero librata, 
Traeva all' alba per attinger acqua, 
Dal diritto sentier si disviava 
Per la paura di passarvi accanto. 
Poi eh' ivi sotto, al par d' un assassino, 
Si giacea con la infranta arpa sepolto 
Un lapidato. Geremia, quel Dio 
Che ti conobbe assai ^ria che tu fossi 
Ne le materne viscere concetto, 
Disse a te pure un dì : « Dal violento 
Settentrione piomberà ruina 
Su le tue valli, e lutto in sui viventi. » ' 
E tale or piomba, e tale ancora offende 
L'italo Engaddi, l'italo Carmelo. 
nobile sospiro di Giudea, 
Qual core avesti allor che ne le amare 
Notti vegliate in servitù, piangevi 
Col metro dell'afflitto inno caldeo 
La vedovanza de la tua cittade? 
E forse intorno a te turbe di calvi, 
D'adolescenti laceri e di donne 
Fremeano attente in pose di dolore, 
E agli esuli una lagrima cadea 
Trepida al lume di straniere stelle? 

Ier. C. I, 14. 



106 ACCANTO A ROMA. 

Con gli anemoni sempre una ritorna 
Settimana accorata per le chiese, 
Che ancora dopo tanti anni il tuo verso 
Piange dall' Alpi ai Calabri dirupi ; 
E maritato a le armonie gementi 
Di Palestrina, suona per le mille 
Cupole, e per gli aitar come singhiozzo 
D' un popolo che langue in agonia, 
E muor dall'Alpi ai Calabri dirupi. 
La fatidica corda or tu ne dona 
Che pianse, è ver, ma profetò vendette 
Liete pur anco, e l' ora del ritorno 
Al Giordano natio. Così che il nostro 
Inno di Roma impaziente ardisca 
Vaticinar d' un popolo che in arme 
Sorge dall' Alpi ai Cftabri dirupi. 



VII. 

Ogni altra corda che ne manca sia 
D' odio, d' amore, di terror, di calma, 
Di magnanima bile o di pietade, 
Solitario Alighiero, a te dimando. 
Lo stilo, onde vergasti il tuo volume 
Che assolve e danna uomini e tempi, a noi 
Plettro sarà. Ma pria lascia che umile 
Ti riverisca con la mia canzone, 
Però che tu mi affascini, mi annulli 
Ne la mia polve, e nondimeno io t'amo, 
terribile altezza. — Tra le furie 
Che ruggian per le piazze cittadine, 
E il scintillio de le fraterne spade 



ACCANTO A ROMA. 107 

Per le infami convalli e per i monti 
Splendida stella del mattin sorgevi 
A fugare i fantasmi e la selvaggia 
Nordica notte che velava il mondo. 
Né pria né dopo s' è giammai veduta 
Stella, come la tua, che fiammeggiasse. 
E lungo la Penisola si sparse 
Un fremito di carmi e d'armonia 
A mattinar la nuova civiltade, 
Qual si mattina una recente sposa. 
Severo fior di lagrime irrigato 
Spuntò il tuo genio da una tomba; poi 
Che il casto amore d' una bella morta 
E di Firenze il perfido rifiuto 
Ti fecero per 1' ombre ir pellegrino, 
Tu scegliesti, esulando in fra le plebi 
Faconde, il conio de la tua parola 
Sicura; e dal macigno ancora informe 
Dell' idioma italico traesti, 
Scultor sovrano, nudità robuste 
D' immortali figure, che, varcata 
L' onda infernal su la funerea barca, 
Seminasti qua e là per i diversi 
Orizzonti di tenebre e di luce 
Dei regni spenti. E colaggiù, siccome 
Ti fossi assiso all' origlier di morte, 
Di tutti che perirò a' giorni tui 
Ne giudicasti l'anima, i nemici 
Cadaveri scagliando a le gemonie ; 
Di soavi Piccarde e di Cunizze 
Provvedendo i tuoi cieli. Ivi dall' alto 
Tu saettasti il Vaticano, e i sacri 
Sardanapali de l'aitar, ingordi 



108 ACCANTO A ROMA. 

De la caduca signoria del mondo, 

Inesorato giustizier. Ma intanto 

Qui, tra i viventi, irrequieto, e indarno 

Desioso del tuo bel San Giovanni 

Limosinavi con offesa fronte 

Pane ai castelli, pace ai monasteri. 

Né quando a' dì supremi, in su la spiaggia 

Adriaca, e pei sentier de la selvosa 

Pineta malinconica, mutavi 

I passi stanchi di chi muore in breve, 

Oh non credevi mai che il poco avello 

Là di Ravenna avria valso un intero 

Cimiterio di Re. Qual alto seggio 

T'abbia assegnato Dio ne le sue glorie, 

Alighiero, non so. So che la tua 

Italia ti locò nel più sublime. 

So eh' ella sempre t' obbliò nei giorni 

De la viltà: ma ai dì de la speranza 

Legge il tuo libro ; e ormai più non t' obblia. 



Vili. 

Non blandimento, ma flagello ai vacui 
Itali sogni e all' ozio, eccovi l' arpa 
Che vi composi con le illustri e sante 
Reliquie del passato. Or qua venite, 
Giovine e mesta pleiade di vati 
Che il lungo buio de la nostra notte 
Di speme consolate e d' armonie : 
Qual tra voi di fiacchezza à immune il petto, 
E più d' estri sfavilla, e più confida 
Nel valor del suo canto, apra le piume 



ACCANTO A ROMA. 109 

A l'altissimo volo. E quando oscure 
Requian le cose, e al raggio de la luna 
La tremula del mare onda s' ingiglia, 
Tu dal drappello glorioso eletto 
Sul sommo balzo, onde è custode un nume, 
Del vocale ti assidi arduo Soratte, 
Né ti sgomenti colassù '1 profondo 
Servii silenzio che da 1' Appennino 
Al doppio mar gli indifferenti campi 
Occupa e le città fatue, gremite 
Di tali vivi che ti paion morti : 
Ma al scintillar de le serene stelle 
Con la fede nel cor spargi a le quattro 
Plaghe dei venti 1' elegia di Roma, 
Sdegnosa Niobe da perpetui dardi 
Ferita sì, ma non uccisa mai. 
Voce smarrita in un deserto allora 
Forse quel canto ti parrà ; ma pensa 
Che in faccia a Dio non va perduto il zillo 
D' un insetto calpesto in mezzo all' erba 
Né il boccheggiar dell' uccellin che spira 
Sotto le strette di crudel fanciullo ; 
E credi a me, v' à un dì ne 1' avvenire 
Che i tuoi lamenti troveranno un' eco. 
E forse il bambinel che la tua strofa 
Adesso inconsapevole balbetta, 
Quando che sia, ne Y ora de le patrie 
Pugne cresciuto a battagliero audace. 
Ne 1' avventarsi sui nimici il verso 
Ripeterà del libero poeta. 



110 ACCANTO A ROMA. 



IX. 



Ma dimmi innanzi quanta luce in mente 
Ti splenda: e quanta carità ti scaldi 
Il cor; però che prima Musa è il core. 
Di', senti tu continua, profonda 
Una pietade d' ogni altrui sventura 
Con sùbito desio di consolarla? 
Pietà de V egra tapinella assisa 
Sul canto de la via che leva il croceo 
Occhio a chi passa, e le febbrili palme ; 
Pietà d' un servo popolo che indarno 
Ringhia di sotto il pie che lo calpesta ; 
Pietà di tutto cui quaggiù castiga 
La inevitabil legge del dolore ; 
Pietà persino de le inerti cose 
Che forse (e chi lo sa?) soffrono anch'esse? 
Dimmi, in qualche animoso impeto santo 
Ài tu sentito balenarti in petto 
Per fin la brama di cadere un giorno 
Martire de l'idea che ti governa? 
Ai tu patito in solitario affanno 
A la perfidia d' un amico, o de la 
Donna che amavi? — Ài pianto in sul feretro 
Di creature che ti fùr dilette ? 
Di', renitente invano a la soave 
Violenza del bello de la forma, 
Ardi tu sempre di gentile amore? 
Adori tu le maraviglie eterne 
De la natura, e senti la segreta 
Voce di Dio che parla da le cose? 



ACCANTO A BOMA. Ili 

Dimmi, poeta, se talor t' avviene 

Di notar, nel pensoso ozio fecondo 

Dei solinghi passeggi, o le deposte 

Sopra la sabbia ricamate valve 

D'una conchiglia, o di lontan le immense 

Fosche e lucenti linee del mare : 

Il laro che precipite si tuffa 

Ne V onde, o il turbin che da V onde sale ; 

Se talora seduto a la campagna 

Vedi ne 1' aria animaletti in danza 

Sul tuo capo ondeggiar; vedi per terra 

Un vorticoso brulichio di vite 

In sociali uffici affaccendate 

Pei labirinti de le lor dimore ; 

Se guardi al cielo, e pensi a gli infiniti 

Soli ristretti in un argenteo punto 

Di nebulosa; se ti guardi dentro 

E nel mondo de 1' anima contempli 

Ombre di colpe, lampi di virtude, 

E un tumulto d' amor, d' odii, di sogni, 

Di desir, di speranze e di memorie 

Agitato vagar ; se le stupende 

Grandezze ammiri, e gli stupendi nulla 

De l' universo : di', non senti i sacri 

Turbamenti de 1' arte, e il provocato 

Estro non t' arde ; e dentro non ti parla 

Di Dio, di patria, di virtù, di gloria, 

Di mille cose, onde il mortai si eterna? 



X. 



Ahi sventura! I possenti avi peccàro 
D' oltracotanza, ed è per noi fatale 



112 ACCANTO A ROMA. 

Scontarne con servili anni le colpe. 

Una letal vacuità di canti 

Paghi a ridir le molli primavere, 

I ruscelletti queruli, 1' argenteo 

Luccicar dei sereni astri su F acque 

Spirò per 1' aure torpide. Ritinta 

Di papaveri il crin, venne la Musa 

Verginella per V orgie, e per le scale 

Patrizie, e per le reggie affaticata : 

Ivi guastava la sua vesta, il puro 

Idioma natio, d' oltramontane 

Bende e d' orpelli ; in fin che tralignata, 

A lo stranier, che ne dispregia, i voli 

De la libera mente assoggettava; 

E come fosse figlia a nebulosi 

Scaldi, cresciuta a stille d'idromele, 

Cantò treggende, e per le fosche lande 

Illuminate dai folletti, i salti 

De le lubriche streghe, e 1' unghia fessa 

Del satanico capro, e le macabre 

Danze. Cantò le tacite badie, 

E gì' infingardi fraticelli ; e 1' urne 

Covi di spettri: e su veroni acuti 

Furtivi amor di eterne castellane 

Che obbliano in adùlteri sospiri 

La lontananza del fedel crociato : 

E angosci e finse, e simulò letizie 

Con quell' accento che non vien dal core. 

Ahi ! Ghibellin che non lasciasti erede ! 



I FUOCHI DELL' APPENNINO 

nella notte del 5 Dicembre 1846 

ANNIVERSARIO DELLA CACCIATA DEGLI AUSTRIACI 
DA GENOVA. 

CANTO. 



Aliìajim. 



A 

DONNA PAOLINA SAN GERVASIO 

E 

MADDALENA SAN GERVASIO FIORETTI. 



A voi, madre e figliuola, che vivete del respiro V una del- 
l' altra, inseparabili sempre, come conchiglia e perla ; amiche 
elette che meco visitaste, son pochi mesi, i toscani Appennini, 
gli umbri, e i piceni, offro questi versi a memoria di viaggio. 
Vi ricordate, mie care, que' tanti voti eh' erano appesi qua e 
là nel Santuario di Loreto ? Or bene, accettate questo canto, 
come un voto che V affezione appende alle vostre domestiche 
pareti. Anche V amicizia ha le sue divozioni. 



Aleardo Aleaedt. 



I FUOCHI DELL' APPENNINO. 



Via quelle bende di servii gramaglia 
Che per pietà de la defunta patria 
Da secoli portiam! Via quella plebe 
Di nauseata gioventù! Venite, 
Vispi fanciulli, amabili imprudenti, 
A cui già ridon su la testa bionda 
Il primo albor che rompe all' oriente 
Nitido, e i rai dell' avvenir che spunta. 
Qui festivi accorrete in man recando 
Kame d' allór, rame di cedri tolte 
Ai giardini dei Doria. In questa notte 
Si festeggiò per le montagne un grido 
Di Libertà, che dai Liguri offesi, 
Un giorno a noi per cento anni remoto, 
La sublime imprudenza, e lo scagliato 
Ciottolo provocar d' un giovinetto. 
Inghirlandati de la nobil fronda, 
Stringendo in pugno ciottoli votivi, 
Qui venite, speranze itale; io canto. 
Non l' aura bruna, che s' imperla e stilla 
Vivificando il calice dei fiori 



118 i fuochi dell'Appennino. 

Ne le arsure del dì mortificati; 

Né il quieto splendor ci' alabastrina 

Luna che batte là su le muraglie 

De le case montane, e su la snella 

Gora spumante del mulin che geme, 

M' eccitan 1' estro e i sùbiti ardimenti ; 

Però che solo per cantar non canto: 

Non tra le siepi il piccioletto lume 

De la lucciola errante, o il mesto verso 

Che il cuculo dai folti aceri manda, 

Simile a voce umana che si lagni; 

le legioni tacite degli astri 

Che ne passan sul capo, anno il mio canto 

Un Dio virile le sdegnose invita 

Malinconie del liberal poeta. 

Indomato desir di Libertade 

Sento riarder ne le vene. Oh fosse 

Pari a quegli astri splendido il mio verso 

Ed immortai! che allor da le vilmente 

Aperte chiuse de la rezia rupe 

Al flagellato da procelle ionie 

Capo dell' Armi, come folgor sacra 

Trapasserebbe illuminando, il carme! 



II. 



Ma perchè là dove si leva il sole 
Spunta a fior d' onda una funerea croce ? 
Forse è il voto che pose un battelliere 
Per ricordanza d' affogato amico. 
No; su quel lido, ove impaluda e requia 
La famiglia dei rivoli dell' Alpe, 



I FUOCHI DELL'APPENNINO. 119 

Fu la più bella marinara; e quelle 
Son le lagune, ove moria Venezia. 

Kode Y aliga e il nicchio, e F acre fiotto 
Le basi inferme e le sconnesse pietre 
De' suoi palagi, che gì' illustri nomi 
In barbari mutaro: e quando il vento 
D' Affrica mugge, sui canali immondi 
Cascan dall'alto i fregi, e le pensose 
Teste e le braccia a' suoi dogi di marmo. 
La sua gloria sparì, come una barca 
Di pescadori, cui la lunga fame 
Dei figli spinse a ritentar le irose 
Onde del verno, e non tornò più mai. 
Un'orfana e una vedova sedute 
Sopra la rena, puntan le pupille 
Tra le nebbie del mar; e a quando a quando 
Asciugano una lagrima coi cenci 
Del lor grembiule. 

E il suo Lione è morto. 
Pur v' à chi dice eh' egli viva ancora, 
Che fu visto vagar muto, di notte 
Tra gli scogli istriani, e per le coste 
Cavernose dei Dàlmati fedeli 
Fino all' ultimo giorno. Esce, e sul lido 
Posa l'antico, e con la lenta lingua 
Lambe le piaghe che dan sempre sangue; 
Ma se l'armonioso inno o il tamburo 
Sente sonar dei Vandali, si leva, 
E flagellando con la coda i lombi, 
Torna al covil che alcun occhio non vide. 
E aspetta. E Italia sa cosa egli aspetta. 



120 i fuochi dell'Appennino. 



III. 



Perchè dal sen di quell'elisio golfo 
Spunta là vèr ponente un'altra croce 
A contristar quel tiepido teatro 
Di palagi, d' aranci e d' oliveti ? 
Forse è l' indizio eli' ivi cadde un giorno 
Sotto il perfido stil dell'assassino 
Un viatore. Il mulattier che scende 
Dal petroso cammin de la collina, 
Giunto davanti a quella croce, il canto 
Sospende, scopre il capo, e prega, e in via 
Poscia rimette al suon d' una bestemmia 
L'unghia ferrata de la sua giumenta. 
No; t'inganni: laggiù dentro a un fiorito 
Sepolcro di cinerea lavagna, 
I trafficanti di famiglie umane 
Ancor viva calar 1' ardimentosa 
Mercadantessa, che da Giano à nome, 
E deserta finiva, ella che avea 
Dato l' aure vitali, e le fidenti 
Audacie, e l' ansia di venture, e il primo 
Amoreggiar coi remi all'indovino 
Dell' atlantico mar che trovò un mondo 
Da Dio nascosto. Pel suo porto un tempo 
Di merce carchi, di valor, di senno 
Andavano e reddiano i suoi navigli, 
Come le spole in man del tessitore. 
Ma in un momento di mercato iniquo 
Fu recisa la sua libera vita, 
Come fil che recide il tessitore. 



i fuochi dell'Appennino. 121 



IV. 



Fra i toschi monti, dove la villana 
Parla a quel modo che Alighier scrivea, 
Vedo laggiù su la fatai collina 
Di Prunetta spuntar un' altra croce. 
Accanto ad essa nei color listato 
De la fiamma, dell' oro, e de la notte 
Sorge immobile ai venti un alemanno 
Stendardo imperiai, che stilla sangue 
Da le lacere falde. Ivi spirava 
Ne la convalle un dì l' indipendenza 
Italica ; nel loco, ove recinto 
Da romani cadaveri, con morte 
Da eroe compia la parricida vita 
Catilina. E quel sangue uscì dal core 
Di Ferruccio. Però che quando curvo 
Sopra il morente, 1' assassin di Spagna 
Il più vigliacco dei pugnali infisse 
Nel magnanimo petto, il Fiorentino 
S' avvoltolò nell' aquile di seta 
Del vessillo stranier, per affacciarsi 
Con quella rea sindone a Dio, chiedendo 
Una vendetta che non giunge ancora. 
Iberia, Iberia ! allor che il lioncello 
Ausonio un giorno metterà le giubbe, 
Prega il tuo cupo Dio, eh' ei non ricordi 
Le codarde tue colpe. Ove la piova 
Batta sul tetto dell' alpina chiesa 
Di Cavinana, colano le gronde 
A macerar le sante ossa ferite 



122 I FUOCHI DELL'APPENNINO. 

Dell' Ettore toscano. E forse in quella 
Scurità de la fossa a lui parranno 
Stille di sangue torpido che cada 
Dal rotto seno de la patria ingrata. 
E quando inoltro e prego in quell' ostello 
Di numi che si chiama Santa Croce, 
Meno io penso talora ai gloriosi 
Raccolti là, di quel che a te non pensi, 
Grande obliato che ne sei lontano. 



E nuove croci e simboli di morte 
Veggo per tutto, dove più s'imborga 
La gemina pianura ove Appennino 
Più s' incastella ne le grigie alture. 
Strappate via quelle tristezze. Iddio 
Certo non volle scindere quest' alma 
Penisola in amari cimiteri 
Di patrie. Dai celesti ognor protette 
Fùr le concordi, valorose, e pie 
Cittadinanze. Ormai le avite colpe 
Troppo scontammo. Per selvaggio e lungo 
Deserto, è vero, abbiam peregrinato, 
Esuli in patria, incatenati, irrisi; 
Ma se non v'era altro sentier che questo 
Triste di spine e di servile affanno 
A mondarne dai vecchi astii, e dal sangue 
Sparso in pugne fraterne, e a farci uniti, 
Siccome fascio di littoria scure, 
Benedetto P affanno ! — E il dì che in capo 
Provocata discenda a lo straniero, 



I FUOCHI DELL'APPENNINO. 123 

Benedetta la scure ! Esulta, o patria, 

In queste di servaggio ultime prove; 

Dopo i riposi sui novali solchi 

Germoglierà più rapida la sacra 

Pianta di Libertade; ove dei forti 

La congiurata carità la guardi 

Dai turbini dell'Alpi; ove il codardo 

Non 1' avveleni col femmineo pianto. 

E voi fate esultanza, Isole illustri, 

Smeraldi eterni in campo di zaffiro, 

Fate esultanza entro quel mar che un giorno 

Era lago di Roma. 



VI. 



Al passeggero 
Che a Teramo s'avvia ne la festiva 
Notte di San Giovanni, occorre un nuovo 
Spettacol di lumiere. Da le cime 
De le montagne insino a le pendici 
Róse da due profonde urne di fiumi, 
Per quanto abbraccia di curve campagne 
Quell' abbruzzese austero anfiteatro, 
Ogni chiesa, ogni villa, ogni abituro 
Accende innanzi de la porta il suo 
Falò votivo: e le figure umane 
Che passano, come ombre, su la faccia 
De le candide case e de le fiamme, 
Paion drappelli d' anime beate 
Che intreccin balli al suon de le infinite 
Campane in festa ed al tonar dell'armi 
Di qua, di là, dall' eco ripercossi. 



124 I FUOCHI DELL'APPENNINO. 

Non altrimenti in questa nobil notte, 
Dagli umbri ulivi ai siculi castagni, 
Dai toschi pini ai calabresi lecci, 
Lungo la schiera de le brune corna 
Dell' Appennino si levaron fiamme 
A Vesta Independente, itala Dea. 
Accorgimento di stranier geloso 
Non valse a penetrar chi le accendesse' 
Su quell' ultime rupi ; e forse furo 
Provvedimento di quel Dio gagliardo 
Che a le tribù de la promessa terra 
I fuggitivi passi illuminava 
Con colonna di foco. Ed eran cento 
Quelle bandiere mistiche di fiamma 
Perchè son cento le città speranti. 
Sollecitate da la brezza alpina 
Salian le punte al firmamento, offerta 
Grata ai Celesti; e di là su una stella 
Con vivo lume di cortesi assensi 
Corrispondea, però che allora allora 
Dall' orizzonte emersa era la stella 
D'Italia rinascente. 



VII. 

Oh inver stupenda 
Festività notturna! Ancor che acuto 
Fosse il rigor del moribondo autunno, 
Pur una falda candida di neve 
Non fioccò su que' balzi a far insulto 
Ai fochi sacri. Fu però chi scòrse 
Altissima passar pei tersi cieli 



I FUOCHI DELL' APPENNINO. 125 

Una procella, e ne reggeva il volo, 

Di negro e di color giallo dipinta, 

Inferocita un' aquila scettrata, 

La cui simile non fu vista viva. 

Rivolte vèr gli squallidi Trioni 

Valicarono l' Alpi ; ivi le nubi 

Sciolser dal grembo gli adunati geli 

Che rumando crepitar sull' alte 

Querce d' Arminio, e sui poveri tetti 

Acuminati d' una fulva stirpe. 

Rupper la calma de la notte strane 

Novità di clamori. I pii che stanno 

In perpetua vigilia al Santuario 

De le speranze italiche, agitarsi 
Su la pianura di Roncalia udirò 
Un'assemblea d'astuti laureati 
Che di fedele schiavitù, di dritti 
Favellava, e d'antiche signorie 
D' una- gente sull' altra, e di ribelli : 
Tal che del Po si diffondea sull' onde 
Una viltà di striduli cavilli; 
Poi sull' Olona un cigolio di aratri 
Che squarciavan le vie, dove era stata 
Una città per seminarvi il sale. 
Allor pei campi di Legnan s' intsse, 
Come a risposta, un gran tumulto, ed era 
Un percoter di ferree aste, di spade 
Repubblicane su le maglie e i cranii 
Tedeschi ; un giuramento dell' audace 
Legìon de la Morte; una severa 
Melodia trionfai: mentre lontana 
Sonava 1' unghia d' un cavallo in fuga 
Che ver Costanza su la vuota sella 



126 I FUOCHI DELL' APPENNINO. 

L' onta recava del superbo Svevo. 
E quando all'alba gli astri impallidirò, 
Parve si udisse da normanne chiese 
Salir con la marina óra distinto 
Uno squillo di Vespri siciliani 
L' Avemmaria dell' itale vendette. 



Vili. 

Ave Maria, se a te son cari i folti 
Vigneti, e gli orti, e la di vota china 
Là dove al mesto dell' adriaco mare 
Sorride il colle de la tua Loreto, 
mistico geranio de le notti, 
Questa notte t' offriamo e questi fuochi. 
Kegina dei dolenti, Ave Maria; 
Se tu celeste viaggiatrice un clivo 
Dell' Appennin sceglievi, ove posasse 
La povertà de la materna casa, 
Siccome 1' orto de la tua famiglia 
Questa patria proteggi. Ave Maria, 
Il pescadore in disperata angoscia 
Tra la furia d' ingorde onde ti chiami 
Stella del mare. L' esule che passa, 
E ad ogni vecchiarella de la via 
Pensa a la madre e lagrima, ti chiami 
Ptifugio de la prole esule d'Eva 
Noi Te con l' inno di viril preghiera 
Arca di Federanza invocheremo. 



LETTERE A MARIA. 



LETTERE A MAEIA. 



L'INVITO. 



mia povera Amica, e tu nascevi 
Tra i felici del mondo ! Or va', ti fida 
Ne le impromesse d' una culla d' oro ! 
mia povera Amica, allor chi mai 
Detto l' avria, che dopo lunghe e acute 
Amarezze di giorni immeritati, 
Fiumi e dirupi valicando e valli, 
Qui voleresti a confidente nido 
Colomba malinconica? L'olivo 
Sia teco eternamente, o mia colomba. 
Chi l' avria detto mai, che l'uno all'altro 
Così incogniti pria, poi tanto cari, 
D' una robinia americana al piede, 
Stranieri all' ombra d' arbore straniero 
Qui ci uniremmo per versar del pianto? 
Le son fila d'Iddio. Ecco venimmo 
Simili a due romei, per sciorre il santo 
Voto d' insieme consolarci ; e invero 
Qualche cosa di blando ebbe quell' ora 
Che lagrimai su la tua testa bionda ! 

Aleardi. ' 



130 LETTERE A MARTA, 

Taci, o Maria; non mi ridir le tue 
Faticose venture ; io le so tutte, 
Tutte, anche quelle che non m' ài narrate ; 
Però che quando molto ama, è talora 
Di quel che passa a' suoi diletti in core 
Profetessa fedel l' anima mia. 

Oh! quel dir: sono sola, e a me le feste 
Pur de la madre incognite, né mai 
Un giovinetto mi chiamò sorella ; 
E crebbi, e piansi, e a pianger mi nascosi 
Perch' ero cinta da persone ignote : 
E non possiedo altro che qualche sacro 
Tumulo qua e là disseminato 
Per i campi d'Italia; e un sentimento 
Sempre patisco di paura, a starmi 
Come perduta sovra V ampia terra.... 
Oh ! quel dir : son così, povera donna, 
Sola soletta.... è pur un gran dolore ! 

Oh sì, piangi, o Maria, che questo fumo 
Di progenie superba altro di suo 
Che il dolore non à. Neil' agitarsi 
De le procelle 1' oceàn feconda 
La perla a le conchiglie ; e ne lo scuro 
De le secrete sue battaglie il core 
La perla de le lagrime matura. 
E queste tue, Maria, le troverai, 
Credilo a me, da un serafin riposte 
Ne la corona che t' aspetta in cielo. 

Anch' io, vedi, son triste ; e in fastidita 
Solitudine vivo ; ed era, un tempo, 



LETTERE A MARIA. 131 

Come allegria ci' allodole pel cielo, 
Giocondo il volo de le mie giornate. 
Una fronda d' ulivo benedetto 
Pendea custode a' miei placidi sonni, 
Che ne la festa de le palme allora 

10 pregava! Una vispa rondinella, 
Lasciate le sue case in Oriente, 
Santificava 1' ospitai mia trave ; 

E co' suoi rondinini io m' addormia. 
Quando pei lembi de le sceme imposte 

11 primo albor del ciel s' intromettea, 
Sentiva un bacio intiepidirmi il viso ; 
Era mio padre che venia per uso 
Con quella sua carezza a ridestarmi 
Soavemente, sì che amore e luce 
Fùr le primizie de le mie mattine. 

Non piangere, o Maria ! Cantando allora 

Scendea neh" Orto rorido di stille, 

L' alba negli occhi, e V avvenir davanti ; 

Ed aspirava da per tutto Iddio. 

Poscia un fiore coglieva, il più soave 

Abitator de le modeste aiuole, 

E sul guanciale de la madre mia 

Lo posava, però che quella santa 

Dopo i suoi figli e il padre dei suoi figli 

Amava molto i poverelli e i fiori: 

E il bacio avuto deponea sul fronte 

Purissimo di lei. Quegli eran giorni! 

E la vita mi parve una catena 

Di carezze, di fior, d' inni, di raggi, 

Di cui le anella si perdeano in cielo.... 

Oh ! basta, basta ì Piangi ora, Maria ; 

Che que' due benedetti io li ò perduti, 



132 LETTERE A MARIA. 

E non è mia neppur, là, in riva al fiume 
La casa ove son morti. 



Ahi! dopo tanta 
Serenitade irruppero qui dentro 
Le cento febbri dei vent' anni. Il baldo 
Desio d'un nome, i rotti studi, il folle 
Vaneggiare in canzoni confidate, 
Siccome foglie di sibilla, al vento, 
E ai delatori. Incominciar le audaci 
Idee, le notti vagabonde e i forti 
Proponimenti ne le calde cene; 
Ma più che spuma sul bicchier fugaci: 
E al quetar dei tumulti uno scorato 
Precipitar da le sognate altezze, 
E ne la intiepidita anima il duro 
D' una patria perduta accorgimento : 
Incominciar le ardenti ansie nei sogni 
Letificati da una bella rea ; 
E per un breve pie, per una ciocca 
Nera su i gigli d'una spalla nuda, 
Quel prodigar del cor le nove e sante 
Esuberanze; e l'agile vicenda 
De le fedi tradite, e il pentimento. 
Ahi! che allora, o Maria, nel fior del campo 
Ne l'andamento de le liete stelle, 
Nel rossor dei tramonti meditati, 
Ne l' eterna d' un fiume onda che passa, 
Ne la eterna che sorge alba dal colle, 
Sviato il core non trovò più Dio. 

Ma una pia ricordanza, un delicato 
Rimpianto un dì mi trasse ad un romito 



LETTERE A MARIA. 133 

Cimitero di villa. Ivi due croci, 
Smosse dal tempo, ti parean chinate 
Ad abbracciarsi: un vivo caprifoglio 
Con la salita de le verdi spire 
Unite le stringea, quasi che avesse 
Discernimento. Ivi trovai la calma 
D'uno che prega: e risentii presente, 
Tra mezzo i solchi della morte, Iddio.... 
Grazie, grazie, miei padri ! ! 

Odi, o Maria : 
Noi siam qui soli, poveri, sdegnosi 
De le fatue cittadi, e a le serene 
Gioie anelanti, che non dona in terra 
Che la casa materna e la diletta 
Famiglia d' ogni giorno. Or bene: in questa 
Via che ne avanza dell' esilio amaro, 
Se mei concedi, io ti verrò secondo. 
Ti fascerò di bende il faticato 
Piede, perchè non sanguini: coi molli 
Muschi raccolti su l'ombrose ripe 
Farò sponda a la tua splendida testa 
D'Italiana: a siiaderti il sonno 
Ti canterò la mia canzon più bella. 
Quando il sol brucerà per la campagna, 
Kicovreremo all'odorosa tenda 
Di mite acacia; che potrebbe il raggio 
Tingerti in bruno : ove dall' erte rupi 
Traditore ne incolga il tempo nero, 
Di fresco alloro ti farò ghirlanda; 
Così reina o poetessa andrai 
Eispettata dai fulmini le chiome: 
Sovra un desco di rose o di viole 



134 LETTERE A MAEIA. 

Ti frangerò il mio pane; e quando lassa 
Sotto V arsure mi dirai : K Fratello, 
Ardo di sete " io cercherò le lande 
In traccia d' acque vive : e se la terra 
Non le consente, ti corrò pei solchi 
L'onda del ciel nel calice dei fiori 
Che Dio prepara all' augellin che migra. 
Sarà giorno di festa il dì che ridi; 
E se tu piangi, contemplando afflitto 
Su le tue guance vereconde il pianto, 
Mi scosterò tacendo, e in rispettosa 
Lontananza sul campo inginocchiato 
Pregherò Dio, che il tuo fardel d' affanni 
A le mie spalle imponga. Oh tu non anco 
Sai quanta invidia delicata io porti 
Alla gentil virtù del Cireneo! 

Ma perchè il casto e azzurro occhio reclini 
E vai celando con la man di neve 
L' esitanza che in porpora ti pinge ? 
Ti comprendo, o Maria. Per farti lieta, 
Rea non sarai; però che sempre è mesta 
Quella letizia che di colpa odora. 
Profondo abisso dagli umani aperto 
Ne divide, lo so. Miseri e stolti ! 
Questa progenie d'esuli che fugge 
Verso il sepolcro, quasi scarso in terra 
Fosse il dolore, à meditato molto 
E in sapienti veglie à impallidito, 
Per comporsi altri affanni. E ai capricciosi 
Moti del suo pensier, spesso discordi 
Dal pensiero di Dio, diede il superbo 
Nome di legge, e fé' languire in tetra 



LETTERE A MA11IA. 135 

Prigion coi pie dal ferro illividiti 
Chi la frangea. Si dolsero i Celesti, 
Antiveggendo le catene e il danno 
Che il mortai si tesseva imprevidente. 
Ma intanto i figli a questa del passato 
Non consentita tirannia ribelli 
Coi codici degli avi ereditàro 
La scala dei patiboli e l'infamia. 

Mia non sarai. Ti chiamerò col nome 
Placido di sorella; e mi parrai 
Fiore di cielo; simile alla rosa 
De la mistica vai di Casimira, 
All' amoroso rosignol contesa. 
E péra il dì, che volta all' oriente, 
Quando nasce il più vago astro dei cieli, 
Tu non gli possa dir: rt Stella Diana, 
Al par di te purissima mi levo. " 
Fidati a me. Vedi laggiù sul terso 
Orizzonte del mar quelle due verdi 
Isolette vicine ? Elle divise 
Per grande abisso, fin dall'ore prime 
Del creato son là. Sempre alle stesse 
Avventure consorti, il sol le scalda, 
L' onda le bacia, le flagella il vento, 
E la pioggia le bagna : e l' una all' altra 
Sorridon liete, e l'una all'altra invia 
Un saluto di balsami e di canti.... 
Si guardan sempre, e non si toccan mai. 
Vedi lassù nel ciel romitamente 
La luna andar, come una mesta? Ed ella, 
Da che volò la prima ala del tempo, 
Con la terra amoreggia. Un' infinita 



136 LETTERE A MARTA. 

Lontananza di freddo aere le parte ; 
Pur fra i silenzi del viaggio arcano 
Si seguon sempre e si verran compagne 
Il Signor lo sa quando. E ne le notti 
Si scambiano un saluto alternamente 
Con favella di luce ; ed ogni giorno 
S' intendono coi palpiti del mare.... 
Si guardan sempre, e non si toccan mai. 
Così noi due soletti pellegrini 
In vicinanza coraggiosa e monda 
Malinconicamente esuleremo. 



IL 

L'IMMORTALITÀ DELL'ANIMA. 



Uns filosofes si parloit 
A s'amo, et si Tamonestoit: 
La moie ame, n'oMie pas 
Dont tu venis, et où iras. 

C .stoiment d'un pere à son fils. 
Fabliaux. 

Dunque m'assenti di venirti a fianco 
Neil' esilio, o Maria ? Oh, senza fine 
Sii benedetta. Ecco partiam, siccome 
Svelte a la riva da Aquilon notturno 
Due navicelle fragili. Ma dimmi, 
Ài conoscenza delle ree marine? 
Dimmi, sai tu la rada, ove la punta 
Volger si debba de le meste prue ? 
E credi che pel buio aere raminghi 
Sempre dato ne fia veder la stella 
Benefica del polo, a cui si volge, 
Come ad avviso che gli manda il cielo, 
L'incerto timoniere? 

mia sorella, 
Non paventar di salvamento: sei 
Buona; m'ascolta. 

Abisso inesplorato 
Senza termine è il core. Ivi raccolte 
Del l'ione le febbri ; ivi celate 



138 LETTERE A MARIA. 

Le viltà de la iena ; è uno scompiglio ; 

È il più superbo dei vulcani, quando 

Lo sommovon gli affetti. E pur nel fondo, 

irrevocata, o maledetta, o cara, 

Abita guardiana una virtude; 

E cui l'intende, arcanamente parla 

Una santa parola ; ed Eva prima 

La chiamò Coscienza, ed è flagello 

Muto agl'iniqui, e allegra le gagliarde 

Malinconie del giusto. Ella ne fia 

Stella del polo. 

Fra quell'onda ignota 
Che varcheremo del futuro, siede 
Squallida una riviera. All'appressarsi 
Sente da lunge il navigante acuto 
Un olir di cipressi, e vede in alto 
Girar qualche digiun sciame di corvi ; 
E via pel verde un albeggiar di marmi, 
Strani fior per un campo! Illanguidita 
Lascia i remi la mano, e da sé stessa 
Si ripiega la vela. Ivi è fatale 
Che approdin tutti d' ogni terra ; ed ivi 
Tutti dormono in pace. E noi, Maria, 
Arriveremo, e soli in appartata 
Arca, e abbracciati poserem nel sonno, 
Rimettendo la stanca anima a Dio, 
Poi che il termine è Dio. 

Nata all' opaco 
Seno d' un masso che le ruba i soli, 
Le rame allunga sottilmente e piega 
La tremula alberella. Urto di brezza, 
Che assidua spiri, non la spinge a quelle 
Curve insolite a lei: ma sì la tira 



LETTERE A MARIA. 139 

Un istinto di sole, un indefesso 
Desiderio di luce. 

In alto passa 
Una riga di gru, vòlta ai diletti 
Nidi lasciati ne le calde terre: 
Per tutto il remigato aere colonna 
Milìaria non è che loro apprenda 
Per quali monti, per qual mar s'arrivi 
A le dolci dimore. Uno più assai 
Sapiente di lor, pose in quell'ali 
De la patria l'istinto. 

E tal, Maria, 
Come a la patria de la luce, attrae 
Un istinto le meste anime al cielo. 

Ma tu sorridi come chi sentisse 
Pietà superba de le mie credenze; 
Dubiti forse, o bella nazzarena, 
Dell' avvenire del sepolcro ? Porgi 
Qui la tua mano candida: una bruna 
Zinganella che il grande occhio di foco 
In remota schiudea valle boema, 
Sui rosei solchi de le aperte palme 
M' apprese a studiar l' intime fedi 
Onde un' anima è paga o irrequieta.... 
Ohimè, povera amica, io ti compiango, 
Che all' avvenir del tumolo non credi ! 

È ver; come apparia sovra una porta 
Trista di Tebe un tempo in su la sera 
Cupa una sfinge, e provocava a sfida 
Ogni indovino con dimande arcane. 



140 LETTERE A MARTA. 

Ogni notte, ogni dì si manifesta 
Cupa sfinge la morte; e per le piazze 
E per le vie de la città galoppa 
Misteriosa, e i campanili ascende, 
Ed ulula per l'alto aere col tocco 
D'una campana; e d'eco in eco il suono 
Kisponde in cielo: e l'indovino ancora 
Edippo non trovò. 

Ma pur qui dentro, 
Più fedel d'ogni Edippo, è un sentimento 
Che mi profeta con gentil fermezza 
Nuovi destini, luminosi, eterni. 
Con tetre pompe e paurosi riti 
Perchè funesti, sacerdote, l' ora 
Che mi risveglio in Dio ? — Forse non basta 
Scorger il pianto dei diletti in vita 
Stillar tacitamente su le coltri, 
E il crudele pensier di non vederli 
Su la terra mai più ? — So che in quell' ora 
Cadranno i ceppi de la fragil creta, 
E dall' aspro guancial dell' agonia 
Qualche cosa eh' è in me spiccherà il volo 
Oltre la luna, oltre le stelle, e indarno 
Mi seguiran di mille aquile i vanni. 
Pallida vita! e tu saresti il grande 
Avvenimento degli umani e il solo? 
Il passato è una larva, a cui 1' oblio 
Va scancellando i languidi profili; 
Il presente non altro è che il veloce 
Avvenire che arriva. Ecco la vita 
Dell' uom superba. D'una gioia il volo, 
Il cader d' una lagrima ; una lotta 
Indefessa; uno sterile rimpianto 



LETTERE A MARIA. 141 

Dei giorni che passar; forse una colpa 
Travestita in rimorso, e una speranza 
Che sfugge e irride, come fatua fiamma 
A lo smarrito in tenebrosa landa. 
E il dolor, come re, siede nel mezzo 
Dell' inospita landa; e da la lunge 
Fra il turbinio de la commossa polve 
Sfolgoran gli assi e le cavalle insane 
De la fortuna. E domina i tumulti 
Ora un grido di morte, ora un plebeo 
Scoppio di risa : e V ansiose turbe 
Sotto i fuggenti corridor, tra i solchi 
Maculati di sangue, urta la Dea. 
Povero e forte, in eminenza assiso, 
Lagrima il giusto condannato a giorni 
Inoperosi, e accanto a lui guardando 
A quella grama commedia d' un' ora, 
Sveglia da la dolente arpa il poeta 
Un inno che nel vano aere si perde, 
E ne la valle giù passan le turbe 
Salutandoli folli. 

Oh! ne la vita 
Qualche delitto incognito ne pesa; 
Qualche cosa si espia! 

Chi a noi d'intorno 
Segnò questo fatai cerchio di colpe 
E di sventura? e su la vergin prole 
Fé' che per rami di Cain scendesse 
L' eredità di sangue inconsumata ? 
Chi sovra i balzi permettea le rócche 
Violente, onde emerse il pauroso 
Dritto dell' oppressor ? Perchè nel mezzo 



142 LETTERE A MARIA. 

D' un silenzio che medita siili' onte, 
Quel prepararsi a le supreme sfide 
Dei popoli ringhiosi? Onde cotanto 
Fàscino all' oro, e quell' esser delitto 
La povertade ? E nei fastosi prandi 
L'esultanza dei tristi e quel segreto 
Patimento di pure anime, sempre 
Inesperte del mondo? E chi mi trasse 
A questo ballo mascherato, dove, 
Se mai per generoso impeto io strappo 
Il vel bugiardo, e levo alta la fronte, 
E sillogizzo un franco ver che tutti 
Anno nel core, mi deridon tutti? 
E su gli ungari campi e su i moravi 
Sorge un Castel con una tetra muda 
Ove starò per orbi anni scontando 
La santità del temerario vero? 
E sopra mi verran 1' unghie e la rabbia 
D' aquila immonda a lacerare i lombi 
All'oscuro Prometeo?,.. 

Oh! tal l'idea 
De' celesti non era ; e pria che nati 
Fossero i padri de' miei padri, alcuno 
À peccato per noi. 

Forse, Maria, 
Quella tremola stilla che discorre 
Giù pel tuo seno come cosa viva, 
È più che pianto. È un mistico lavacro; 
E, senza che tu '1 sappia, ella ti monda 
Pei cieli patrii. Poi che tutti, o cara, 
Di lassuso venimmo: uno lo disse 
Che mai non erra : e quanto d' alto e puro 
E di nobile à il core, è forse un' eco 



LETTERE A MARIA. 143 

Lontana ; un' indistinta ricordanza 
Che ne lasciava quel divin paese. 

Onde questa mi piovve insaziata 
Ansia d'un bello che non trovo in terra? 
Ne le forme dell' Itale fanciulle ; 
Ne l'austera armonia de i cesellati 
Carmi de gli avi ; ne le dolci note 
Che 1' usignolo di Catania attinse 
Dal suo cor che moria ; ne le colonne 
Del Partenone ; nei celesti volti 
Che Raffaello in vision rapito 
Vedea la notte, e il giorno ritraea; 
Nel mar, nei monti, nei deserti, e invano 
Ne le stelle lo cerco. Oh certamente 
È più in su che le stelle! 

Allor che m'arde 
Turgido il core, e in ogni fibra un vivo 
Fremito sento di desio che anela 
A una colpa imminente, onde mi viene 
Questo poter recondito che insorge 
Meco a battaglia, e nel misterio estingue 

I bollori del sangue, e mi suade 
Una virtù che dal gioir rifugge ? 

Onde avvien mai, che ai termini sdegnoso 
Assegnati al mortai, come se avessi 

II sentimento di chi fu bandito, 
Rompo il confine col pensiero, e volo 
D' un avvenir sui campi interminati ? 
E molto più del minacciato Inferno 
M' è terribile il nulla ? E qui si giura 
Noi moribondi eternità d'amore, 

E d' odio eternità noi moribondi ? 



144 LETTEKE A MARIA. 

Se non fosse così, perchè talora 
Fin nelle braccia de la donna mia 
Quel subitano fastidir la vita? 
Dimmi, Maria, perchè nell'abbondante 
Primavera degli anni, allor che ignota 
Senti agitarti una virtude quasi 
Creatrice di mondi, all' improvviso 
Stanca una voglia di morir ti vince ? 
E nel voi de le danze, e fra i doppieri 
Multiplicati a lustro de le mense, 
Muta la noia al fianco tuo s' asside, 
Non atteso conviva, a dolorarti? 
Perchè raccolto del giullare il teschio 
Gittato via dai lepidi becchini, 
Quel curioso dimandar d'Amleto 
La celia antica al dissepolto amico? 
Onde sì forte maestà deriva 
Dai quattro palmi d' un' aurèola nuda, 
Ove posa un estinto? E chi primiero 
Di benevoli Mani à popolato 
Le chiese consuete; e via pei campi 
Al tenue filo de le nuove lune 
Sognò crucciosi Lèmuri? Chi mai 
Nutrì nel core ai non ingrati figli 
La reverente carità ch'espia 
Dei sepolti le mende? E su le tombe 
Così gentil malinconia profuse, 
Che, miste ai sicomori, ogni cittade 
In Oriente se ne fa cintura; 
Quasi gli estinti con perenne e pia 
Zona d' amor, di verde e di profumo 
Abbracciassero i vivi? 

mia sorella, 



LETTERE A MARIA. 



145 



Sali quel colle, e giù per la valletta 

Mira là quell'erboso ultimo lembo 

Chiuso da bianco muricciolo dove 

Una selvetta pullula di croci : 

Quello è il nobile campo, ove anno i padri 

De la villa riposo. Essi, Maria, 

Poco àn goduto, anno patito molto 

Per i figli e le mandrie, e per le gemme 

Dal vigneto promesse. Essi nel tempo 

Del mietitore benedisser Dio 

De le biche raccolte, e se dai tetti 

Lagrimava la neve, essi cantando 

Reddian col fascio di roveti a spalle 

All' allegria del focolar loquace. 

Poscia nei giorni di riposo, al tempio 

In famiglia traean vestiti a festa 

A cantare al Signor le lor preghiere. 

E alcun vi fu che ne la ingenua vita 

Uniforme non seppe altro del mondo 

Che quel campo, quel monte, e quella chiesa. 

Ora taciti là posano, come 

Se non fossero nati. 

Ed ivi forse 
Dorme un occulto Pindaro senz' arpa : 
Un Ildebrando, cui mancò la stola 
Venerabile e i tempi : un novo forse 
Napoleon, che non sortia la spada, 
Ma l'animo sortiva ai favolosi 
Combattimenti, e a quella anco maggiore 
Lotta che nei crudeli anni del bando, 
Solo, in cospetto de la terra, e nudo 
Combattè nell' infame isola e vinse. 
Essi, quasi incompiute opre passàro, 

Aleardi. IO 



140 LETTERE A MARIA. 

Simile a donna sterile, ed arcani 
Fino a sé stessi ; e non vorrai, Maria, 
Che trovino lassuso il compimento? 

Oh ! sì, V avranno. E tu lo rivelavi, 
Divo d' Atene moribondo : e allora 
Già non falliva il famigliar tuo genio, 
Che due volte immortai ti preclicea. 

Calava il sole un vespero d' autunno 
Remotissimo a noi : le inseminate 
Cime all' Imeto si tingean di rosa ; 
Con le ghirlande del ritorno in poppa 
Un naviglio le azzurre onde spartia 
Salutando il Pireo ; giocondi gruppi 
Di verginelle ripetean sul lido 
Inni de la immortale poveretta 
Che a Leucade saltò ; quando un acuto 
Grido s' intese correre le vie : 
" Socrate è morto. " 

E forse, Attica bella, 
Quella cicuta fu '1 maggior peccato 
Che ne la immonda servitù scontasti! 
E forse dopo un lungo ordin di turpi 
Secoli di dolor, senza saperlo, 
Col nobil sangue il martire Bozzari 
Di quel tradito ti lavò la macchia ! 

Socrate è morto ! Ma a la stirpe d' Eva 
La più superba eredità lasciava 
In questo ver : che 1' anima non muore. 

sapiente che svelasti a noi 
Un perpetuo avvenir, forse bramato 



LETTERE A MARIA. 147 

Con la virtù del sentimento avresti 

Più che Dio non creò ? Che questa dolce 

Securità di riveder mia madre 

Fosse un' amara irrision del cielo ?... 

Oh no, no, madre mia ! veracemente 

Ci rivedremo, e ancor m' arriderai 

Col tuo languido e nero occhio ci' amore ; 

Ti narrerò di quella nostra e cara 

Verginella che fu mia dolce cura 

E come intatto e chiuso orto guardai. 

Tu che facevi col saper del ciglio 

Mansuete le nostre ire fanciulle, 

Novamente accòrrai questo sdegnoso 

Che partorivi con fatica tanta, 

troppo presto o troppo tardi, in mezzo 

A le viltadi d' una fiacca stirpe. 

Te che il fango di qui nella secura 

Semplicità dell' anima sfioravi, 

Vedrò, raccolta la persona bella, 

Fra '1 nimbo dei beati, e tuttavia 

Volonterosa del figliale amplesso. 

Oh sì, ti rivedrò ! Già su le piume 
Dell' estro infaticabile precorro 
Al mesto fine de le mie giornate, 
E mi par eli morir. Già sul mio petto, 
Esercitato da sì lunghe croci, 
L'ultima croce sta. Niuno di tanti 
Che su la terra amò, niuno 1' estinte 
Vela pupille al povero poeta. 
Sento una gente, che non vidi mai, 
Gemere un vecchio salmo ; e in faccia al verde 
Margo del suburbano Adige mio 



148 Lettere a marta. 

Calarmi ne la fossa: odo fra i sassi 
Il badile sonar del taciturno 
Seppellitore, che mi versa in capo 
L' ultima gleba, e mi rimango in una 
Solitudine buia abbandonato. 

Quand' ecco un Forte splendido che arriva 
E mi contende al Ee de le tenèbre, 
E lotta, e vince, e da la oscena tomba 
Mi vuol redento. Un aleggiar di brezza 
Paradisiaca mi blandisce il volto 
Con frescure olezzanti : e pei sereni, 
Traversati da spiriti e da stelle, 
Ascender veggo sub" opposto lembo 
L' alba che ne impromise il Nazzareno. 
Attonito mi levo, e da le chiome 
Scuoto la morte : e sovra il gelid' orlo 
Del sepolcro chinata un' apparenza 
D' immortai gioventù mi si presenta, 
E non sente di terra il suo saluto.... 
Oh! la ravviso. Ella è mia madre. Ed ecco 
Mi raccoglie nel suo manto odoroso 
Dei profumi del cielo; e come augello 
Di paradiso che a la prole insegni 
Il remigar de le inesperte piume, 
La mi trae per le vie dei firmamenti. 
Ne la fidanza del materno seno 
Lieve lieve mi sento all' indefesso 
Rapidissimo volo ; e via trapasso 
Saettando pei limpidi zaffiri. 
Ornai s' io miro a la superba e frale 
Vanità de la terra, altro non odo 
Che il confuso fiottar dell' oceano 



LETTERA A MARTA. 149 

Ne le sponde custodi ; altro non vedo 
Che uno di monti, di deserti e d' acque 
Vertiginoso rotear sui poli. 
Ed Ella intanto la fedel parente 
Saziando con semplici parole 
Quel desio di saper che m'innamora, 
Il creato mi svela, e la diversa 
Indole de le stelle, e ad uno ad uno 
Mi spiega i cieli come cosa sua ; 
Qual visitando le fragranti aiuole 
Del tepido verziere, una cortese 
Giardiniera ti narra i tulipani 
E le camelie che le edùca il sole. 

E senza posa il terso etere solco 
Con la dolce compagna. E già comprendo 
Perchè tanta di luce onda si versi 
Su le altissime corna a le montagne 
Nel bel mondo di Venere. Più lunge 
Paghe contemplo d' una danza istessa 
Pei domestici azzurri ire concordi 
La tenue Vesta con le sue sorelle ; 
Figlie di madre fulminata un tempo, 
Solo cognito a Dio. Veggo neh" ampio 
Giove al confine de le curve lande 
Il giorno tramontar velocemente, 
E quattro lune illuminar le fredde 
Eapidissime notti, e quattro lune 
Specchiarsi a 1' onda de le sue marine. 
Per andamenti di più vasto giro 
Privilegiato di maggior seguaci 
Vedo Saturno dall' anello avvolto 
Viaggiar malinconico. Discerno 



150 LETTERE A MARIA. 

Simile a scòlta sul confine estremo 
Dell'imperio del sole, irto di geli. 
Muto di lume il solitario Urano : 
E via pel taciturno etere in fuga 
Ire e redir Comete, impazienti 
Visitatrici d' altri ignoti soli 
Pari a Sibille, che, disciolto il crine, 
Profetino terrori. 

" Madre mia, 
Più non ravviso la natal mia terra! 
Dimmi ove gira, che tuttor per due 
Sepolture m' è cara, e per il fido 
Amor d' alcuna creatura viva ? " 

E a far pago il desio devia le penne 
L'angelica mia guida, e da la veste 
Semina fiocchi di cadenti stelle. 
Vólti di novo vèr le vie del sole, 
Col diafano dito Ella mi accenna 
Lontan lontano un punto bruno. 

ft Madre, 
Vedo una cosa piccioletta in fondo 
Movere là nel vano : è forse quello 
L' orbe superbo de le nostre patrie 
Dai mar, dai monti, dai deserti immensi ? " 

" Sì; quel granel di polvere che vola 
Là giù, è la Terra. E pari a le funebri 
Che fra poco vedrai larve di mondi 
Qua e là disperse, anch' ella quando fia 
Piena la cifra de' suoi dì fatale, 
Così travolta andrà per lo infinito. 



LETTERE A MARIA. 151 

Svanirà l' acqua che la bagna ; F aura 
Che la circonda ; né scintilla alcuna 
Più nel suo grembo celerà di foco. 
Vedovata di piante d' ogni forma 
Vivente, fredda, cavernosa, muta 
Passerà in cielo come passa in mare 
Naufraga nave, dove tutto è morto. " 

Qui la materna sapiente voce 
Seguendo a dir, 1' antica de le cose 
Notte mi narra, e la profonda requie 
De la materia informe, e il primo guizzo 
De la feconda luce ; e de la vita 
Le origini, e il cessato Eden col fallo 
De la fragile madre ; e la vicenda 
Di servitù, d' affanni e di vittorie 
Predestinata a le venture stirpi, 
Con rapita canzon mi vaticina. 
Né piango io, no, che lagrimar pupilla 
Immortale non può ; ma sento un' acre 
Reminiscenza del versato pianto. 

Poi riaperto il voi esco dai mondi 
Ove domina il Sole : e lui che immoto 
Credeva, trascinar miro in arcana 
Fuga il corteggio de le serve sfere 
Verso la via dell' Ercole celeste. 
E nuovo etere passo ; e là saluto 
Le due famiglie de la gelid' Orsa 
E quel provido e fisso occhio d'amore 
Che il porto accenna a le raminghe vele. 
Valico i regni, dove il trino splende 
Sodalizio dei re : m' accosto al Sirio 



152 LETTERE A MARIA. 

Che i Sabei d' Oriente affascinava 
Pastor contemplativi, inclito lume, 
Il fior più bello dell'aprii dei cieli. 
Odo piover dall' alto una dolcezza 
Di profuse armonie, che manda, tocca 
Dal suo custode Cherubin, la Lira. 
Sotto lo sguardo del Signore io vedo 
Entro a fecondi albóri nebulosi 
Comporsi giovinetti astri e lanciarsi, 
Come gazzelle, a le prefisse curve. 
E tratto tratto sulla via mi scontra 
Un raggio rapidissimo che cala 
Da una stella per tanto etra divisa, 
Che pria mille fien vólti anni a la terra, 
Che scenda al tocco di mortai pupilla. 
E sempre eh' io m' innalzi entro i silenzi 
Di quegli azzurri spazi interminati, 
Mi sorride novello un tremolio 
D' isolette di luce ; e qual si pinge 
Come il giacinto e la viola, quale 
Veste le tinte de la cener mesta, 
Od incolora le seguaci sfere 
D' un incarnato languido di rosa : 
Poi che non cresce solamente il giglio 
Sui costellati campi del Signore. 
E tutto splende, e tutto danza in quella 
Festa dei cieli, e tutto fugge a volo ; 
E Dio solo conosce a quale arcano 
Porto tenda il creato, e quando fia 
Ch' ivi riposi dal fatai viaggio. 

Oh ! potessi io, poscia che avrò veduto 
Sì addentro l'universo, un'ora sola 



LETTERE A MARIA. 153 

Rinascere a la terra itala, e sciòrre 
Rivelator di meraviglie un carme 
Nobile, forte, non caduco, e novo !... 

Maria, dove sono ? e chi per tanta 
A spaziar serenità di cieli 
Rapiva il nato dall' argilla ? E pure 
Sogno questo non è ; non è baldanza 
Di fantastico volo. Iddio, connessi 
In un mistico nodo anima e polve, 
Come cavallo e cavalier, li avvia 
A le venture d' una corsa istessa. 
E perenne è la lotta, e le cadute 
Vituperose, e splendidi i trionfi. • 
Con la valida voce ora i galoppi 
Domina il sire : con obliqui slanci 
Ora il cavallo il cavalier trascina. 
Passan, così congiunti, profumate 
Curve di colli e selve paurose, 
Squallidi stagni e fruttuosi piani 
Fino a quel dì, che estenuato, esangue 
Cade il corsier ; e del nitrito estremo 
Fa il portico sonar d'un cimitero. 
Libero allora il cavalier si leva 
Affacciandosi a Dio che le cadute 
E le vittorie numera.... 

Maria, 
Tu dèi saper, che ne le serve etadi, 
Mazzeppa avvinto a corridor selvaggio 
Dagli oppressori, sanguinando passa 
Il genio, e a la dimora ultima anela. 



LE CITTA ITALIANE 

MARINARE E COMMERCIANTI. 
CANZONE. 



LE CITTA ITALIANE 

MARINARE E COMMERCIANTI. 



« Italia, Italia, » urlarono con cento 
Lingue diverse e ignote 
Da le guerriere oscurità profonde 
De le runiche selve, e da le tetre 
Dell' Asia boréal steppe remote, 
Un giorno di spavento 
Genti camuse da le chiome bionde : 
E all' ombra di fatidiche betulle 
Dai dólmini (') * cruenti 
Ispirate lanciar verbi di foco 
Dru'idiche fanciulle 
A rovesciar sul designato loco 
Quelle plebi di cupidi credenti ; 
Perocché su la terra itala Dio 
Kendere allor dovea 
Una grande giustizia ed aspettata ( 2 ) 
D' una potente Kea 

Giunta al soverchio de le sue peccata: 
Arrotar le bipenni, e sui cavalli 
Selvatici balzarono que' torvi 

* Vedi le Note in fino del Canto, pag. 169. 



158 LE cittX italiane 

Carnefici ; e varcar montagne e valli 

Dritti .vèr 1' Alpe, col funereo istinto 

D' un nuvolo di corvi 

di' abbia fiutato un triduano estinto 

Ed ella si sedea la moritura 

Imperadrice, d' orgie insaziata 

E imprevidente ; e 1' ultima libava 

Stilla del suo falerno 

In una coppa d' attica fattura 

Che le porgea con fina aria di scherno 

Bellissima una schiava. 

Ma le fùr sopra quei feroci, e il petto 

Le piagarono e il fianco, 

Infin che venne manco, 

E giacque. La Penisola fatale 

Si converse in un lungo ordin di tombe 

Da gli stranier vegliate; e fu divisa 

La veste dell'uccisa. 

Ma i rapitor contesero su 1' urne 

Con rabbie diuturne 

Duellando, e la truce 

Lancia cognata si vibrar nel core: 

E a la corusca luce 

De le cittadi in fiamme, elli di rossa 

Stroscia rigaron la romana fossa ; 

Così che più fecondi 

Per le stragi dei nomadi assassini 

Kiser di mèssi i piani eridanini : 

E più di pria giocondi 

V'imporporaste al sangue dei nemici, 

Tumidi grappi de le mie pendici. 



MARINARE E COMMERCIANTI. 159 



IL 



Ma sull'itala tomba il benedetto 
Patibolo sorgeva 

Del Nazzareno a mallevar che un giorno 
I sepolti laggiù risorgeranno; 
E così fu. Rianimato ergeva 
Dal lungo e infame letto 
La patria il capo : e si guatò dintorno. 
Non più scettro ; non più schiavi ; spariti, 
E spariti per sempre. 
Uno spiro novel di libertade 
Aleggiava pei liti, 

Per 1' erte piazze e per le torte strade 
Fortificando le virili tempre. 
Da per tutto di scuri e di martelli 
Una ressa operosa 
Mista d' allegro favellio risuona, 
Senza tregua né posa, 
De le sue coste per l'immensa zona : 
È un percoter d' accétte entro i pineti 
Al favor degl' inerti anni cresciuti ; 
Un nuotar di fanciulli irrequieti, 
Sfidando i gorghi ; un tessere di vele ; 
Un fervere d' irsuti 
Polsi a temprarsi 1' àncora fedele. 
E in quell' aprii di civiltà foriero, 
Sopra V azzurro de le tre marine 
Guizzar si vider, come avesser penne, 
Navigli a cento a cento, 
Superbi di domestiche bandiere 



160 LE CITTÀ ITALIANE 

Che ondoleggiavan nobilmente al vento 

Su le libere antenne. 

Partian gli audaci, e ripetean le rive 

De' naviganti il canto 

E de le donne il pianto. 

Cotal l' itala vergine apparia 

Kingiovanita per la terza volta: ( 3 ) 

Patrizia impareggiabile cadea, 

E si levò plebea: 

Discesa imperadrice entro la bara, 

Risorse marinara, 

Che splendida di maglie 

Corse P oceano, come in pria la terra, 

A commerci, a battaglie ; 

E se lo scettro avito avea perduto, 

Fé' del remo uno scettro, e fu temuto. 

Dall' aquila latina 

Sorse un Lì'on con l'ale, e il suo ruggito 

L' Oriente contenne impaurito : (*) 

Cadde Marte in ruma, 

E da la rada ove Colombo nacque, 

Volò san Giorgio a cavalcar su l'acque. 



III. 



Veleggiando venia verso Aquilea ( 5 ) 
Un dì F Evangelista 
Cui s' accompagna il re de le foreste, 
Quando il nocchiero improvvido dall' óra 
Sospinto, in grembo d'una pigra e trista 
Laguna si perdea 
Tra un labirinto d' isolette meste. 



MARINAIIE E COMMERCIANTI. 161 

All' appressarsi del naviglio sacro, 

Unico abitatore, 

Volando emèrse di colimbi un nembo 

Dal turbato lavacro. 

Il Pio guardò quell' isole dal lembo 

De la sua poppa lungamente. In core 

Gli sfolgorò del vaticinio il lampo ; 

E profetò, che un giorno 

Tra quella d' acque squallida vallea, 

In trionfai ritorno 

All' avello condotto esser clovea. 

E come ei tacque, su le canne apparve 

Lo spettro d' una chiesa bizantina, 

Che tremolò per l' etere, e disparve ; 

E d' eco in eco per lo tacito arco 

Dell' adriaca marina 

Grido immenso volò : « Viva san Marco ! » 

Sì, laggiù poserai, ma sotto 1' ale 

D' un padiglion di cupole dorate ; 

Laggiù, o celeste, poserai, ma cinto 

Da selva di lucenti 

Colonne, e sul tuo portico regale 

Scintilleranno egregi e impazienti 

I destrier di Corinto. 

Al nome tuo, venturo inno di guerra, 

Da gli antri funerali ' 

I lividi corsali ( G ) 

Esuleranno : e dai pugnati campi 

Prigioniere verran di Palestina 

A riflettersi mille arabe lune 

Dentro le tue lagune ; 

E su le torri dell' infido Greco 

Un vecchio ardente e cieco ( 7 ) 

Aleardi. 11 



162 LE CITTÀ ITALIANE 

Guiderà la vittoria, 

A piantar fra i nemici il tuo vessillo 

Logoro da la gloria. 

Verranno i re da reg'ion lontane 

Le tue belle a sposar repubblicane ; ( s ) 

E su quella palude 

D' alighe immonda sorgeran portenti 

Di templi, di trofei, di monumenti : 

Da quelle isole nude, 

Come dal sen di magiche conchiglie, 

Perle usciranno d' inclite famiglie. 



IV. 



E sul primo spuntar dell' alba austera 
Di queste età novelle, 
Dai meandri partia de' suoi canali, 
Sopra dromóni di natio cipresso, (') 
E su la tolda de le fuste snelle 
Venezia mattiniera, 
Quando ancora dormian le sue rivali. 
E vèr le plaghe de la bella aurora, 
Mercadantessa audace, 
De' suoi nobili figli ella volgea 
La venturosa prora 
Di tesori indovina. E qual riedea 
Seco recando dall' Indo ferace 
I profumati balsami che manda 
L' olibano che piange, 
il cortice del cinnamo riciso 
Ne' laureti del Gange; 
Qual le stoffe traea nel paradiso 



MARINARE E COMMERCIANTI. 163 

De la vallea di Casimira inteste, 

i persici tappeti, e 1' auree lane 

D' Angora, salvi da le ree tempeste 

De lo Ellesponto, ove sovente il flutto 

Per cupidigie insane 

Fu triste di cadaveri e di lutto. 

Esule da Golconda, dove langue 

D'amor la baiadera, il diamante 

Fea Rialto brillar del suo splendore ; 

E il nitido rubino, 

Quasi impietrata gocciola di sangue, 

Rutilando ridea sul crin corvino 

De le venete nuore.... 

Ma all' età dei magnanimi perigli 

Successero i riposi 

Degeneri, i fastosi 

Palagi, F ozio, i carnovali e il sonno. — 

Vòlta anch' ella a Oriente, in queir istesso 

Mattin scendea dai pallidi d'ulivi 

Amalfitani clivi 

Una gagliarda gioventude : l' arme 

In su la spalla ; il carme 

In su le labbra ; V onda 

Di fronte immensa ; e la baldanza in core. 

E intanto la profonda 

Mente scrivea dei padri una prudente 

Legge che resse la marina gente ; ( ,0 ) 

E porgeva ai nocchieri, 

Per governar dei loro alberi il volo, 

L'ago fedele nell'amor del polo; ( M ) 

Perchè nei tempi neri, 

Quando notturna infuria la procella, 

Scusasse il raggio dell'occulta stella. 



161 LE CITTÀ ITALIANE 



V. 



E tu scendevi, amazzone dell' Arno, 
Pisa tremenda e bella, 
Tu pur scendevi a le marine giostre 
Balzando in cima a le spumanti prue, 
Come a selvaggi corridori in sella : 
E valoroso indarno 

Fu '1 Saraceno, a cui le olenti chiostre 
Palermitane fulminavi e i chioschi 
De le Alambre azzurrine. ( 12 ) 
L' oro e le merci di rimote arene 
S' accumular ne' toschi 
Stipi: e al tuo nome l'isole tirrene 
Serviano, come ninfe oceanine ; ( 13 ) 
E teco le fraterne acque fendea 
Genova, l'iraconda 
Ne le cacce del mar saettatrice. 
L'ionessa dell' onda, 
Lasciò il teatro de la sua pendice, 
E le terrazze candide, e i giardini 
Pensili, e i cedri del natio Bisagno, 
E tra una selva d' ondeggianti pini 
Volò a ruggir con la rabbia inumana 
Del sùbito guadagno, 
Fatta al sultano bizantin sultana: ( u ) 
E poi che d' oro e di fortuna sazi 
Ebbe i suoi figli, ai popoli largiva 
Il mondo americano.... ( I5 ) Ahi! scellerate 
Nipoti di Caino ! 
Voi che esultaste nei fraterni strazi, 



MARINARE E COMMERCI ANTT. 165 

Dall'abisso dell'italo destino 

Vi maledice il vate. 

Oh Meloria! Meloria!( 16 ) — Allor che in prima 

Quel tuo passando vidi 

Cimitero d' Atridi, 

Sopra il navil che mi traeva, io piansi 

Una lagrima amara. Era di notte: 

Un vel copria di languide tenèbre 

L' isolotto funebre : 

Quando m' apparve sovra il bruno mare 

Un galleggiar di bare ; 

E quinci un uscir d' ombre 

A pugnare implacabili, e le spiaggie 

Di cadaveri ingombre, 

E il flutto che frangevasi a le arene 

Mandava un suono come di catene.... 

Ma venner, Pisa, i giorni 

D' espiazione ; ed or le capre 1' erba 

Brucano ne la tua piazza superba; 

E fin quando t'adorni 

Tutta di lumi in festa geniale, ( ,7 ) 

Rassomigli a una pompa funerale. 



VI. 



Mentre nell'ombra l'ispide contrade 
Del féudal straniero 
Giaccano avvolte, e pochi violenti - 
Spartiansi i campi d' un immenso e scarno 
Vulgo con la ragion del masnadiero, 
Col dritto de le spade, 
Col terror dei patiboli, fiorenti 



166 LE CITTÀ ITALIANE 

Erano di famose arti le folte 

Città repubblicane, 

Come sciame d' industri api ne gli orti 

Dell' Ausonia raccolte. 

Ivano ai giuochi de le gaie corti 

ai festivi tornei le castellane, 

Cinte di trina veneta le spalle 

Eburnee: ivano ai balli, 

E rifulgean de lo stranier le sale 

Di veneti cristalli. 

E felice il guerrier, quando mortale 

Più la mischia ruggia, se di gagliarda 

Corazza proteggea gli omeri e il petto 

Temprata su la incudine lombarda; 

Che lui serbava de la sposa al caro 

Bacio e al materno tetto 

La fedele virtù di queir acciaro. 

Patrizie sete e preziosi panni, 

Tinti ne' rai dell' iride, tesori 

Fruttàro e gloriosi ozi ed orgoglio 

A la città del Fiore; 

Che vide un re degli ultimi Britanni ( 18 ) 

Oro chiedendo al tosco mercatore 

Tender la man dal soglio. 

E uno strepito lieto, un lieto fumo 

Di fervide fucine, 

Da valli e da colline 

Saliano al cielo liberale: e parve 

Fin ne' placidi chiostri, accompagnata 

Da l' uniforme suon de la gualchiera 

Più santa la preghiera; 

E se invitava a tessere la lana, 

Più santa la campana. — ( 19 ) 



MARINARE E COMMERCIANTI. 167 

Ma facil di codardi 

Propositi alimento è l'opulenza, 

Cui più di molli bardi 

Caro è il vezzo e il vagir che non sul campo 

L'aspra armonia de le battaglie e il lampo. 

Il cittadin fiaccato 

La salvezza fidò dei venerandi 

Lari al valor di comperati brandi: 

E dal venal soldato 

Uscir le ignavie e '1 tradimento e i roghi 

Perfidi e il Fato artefice di gioghi. ( 20 ) 

VII. 

Vittima illustre di perpetui falli 
Così da quella estrema 
Cima scendea la peccatrice e grande 
Madre degli avi miei novellamente 
In basso loco. E il vago diadema 
Di perle e di coralli 
Franto cadea. Le nobili ghirlande, 
Raccolte in dono il dì che venne sposa 
A le nozze del mare, 
Sperdea, misera Ofelia, a fiore a fiore 
Su la via dolorosa: 
E come ilota fu respinta fuore 
Dal gran convito de le genti avare. 
Una schiera di vili anni coperti 
Di luttuoso velo, 
Cinti di foglie fracide d'alloro, 
Sotto V ausonio cielo 
Passaron lenti a guisa di mortoro, 
Ognun recando qualche spenta gloria 



168 LE CITTÀ ITALIANE MARINARE E COMMERCIANTI. 

In silenzio all' avello ; e poi che niuna 

Più ne restava, sin la lor memoria 

Sommersero nell' onda dell' obblio. 

E di tanta fortuna 

Solo rimaser la speranza e Dio!.... 

E V Arcadia trillava. Ahi sciagurati 

Fastasimi di vati! E quella, in tanto 

Strazio comun, la dolce ora vi parve 

Da vaneggiar nei folti 

Boschi per Clori e Fillide ? — Dei fati 

Scherno crudel fu il vostro canto, o stolti 

Fabbri di vacue larve! 

E intanto quel gentil popol che corse 

Marinaro e guerriero 

Sul gemino emispero, 

Vedilo là, che asciuga al sol la vela, 

Quasi mante! di povero, sdrucita; 

E al remo suda inconscio pescadorc, 

E ignoto vive, e muore 

Ignoto, e posa nell' umil sagrato 

A la sua chiesa allato, 

Dove appendeva all' are 

Qualche votiva tavola a Maria 

Ave, Stella del mare! 

Pei mille templi che da Chioggia a Noto 

Ti ergea pregando l'italo devoto; 

Per i lumi modesti 

Ch' ora ei t' accende ai dì de la procella ; 

Per Kaffael che ti pingea sì bella; 

Tu sì gentil coi mesti, 

Fa' che la gloria ancor spunti, o Divina, 

Sui tre orizzonti de la mia marina. 



NOTEc 



(') Monumenti druidici formati di poche e grandi pietre. 

( 2 ) La dissoluzione dell' imperio di Roma. 

( 3 ) Italia etrusca, romana, italiana. 

( 4 ) Leone, insegna di Venezia; San Giorgio, insegna di Genova. 

( 5 ) Tradizione riportata dal Sabellico. — Istor. Ven. Dee. 1, 
Lib. 2. 

( 6 ) Uscoccbi, Dalmati, Liburni ec. 

( 7 ) Enrico Dandolo. 

( 8 ) La Caterina Cornaro, la Bianca Cappello. 

( 9 ) Navi venete antiche fabbricate coi molti cipressi di cui 
erano ricche allora l' isolette di Venezia. 

( !0 ) Legge o Tavola Amalfitana. 

(") L'invenzione della Bussola di F. Gioja amalfitano. 

(") Guerre contro i Saracini di Sicilia é di Corsica. 

C 3 ) L'Elba, la Corsica e la Sardegna. 

C 4 ) Quando era padrona di Pera. 

( ,s ) Colombo. 

( ,6 ) Piccolo isolotto presso Livorno, dove ebbe luogo una delle 
più grandi stragi fraterne, che rovinò Pisa, la quale era stata la 
provocatrice. 

(") Nella festa detta la Luminara. 

( 18 ) Arrigo VI d'Inghilterra che ricevette e non restituì da ol- 
tre un milione di fiorini d' oro, per il che fallirono le famiglie 
fiorentine dei Bardi e dei Peruzzi. Il re però concesse ai Bardi 
in compenso, che ponessero nella loro Arma un Castello e tre 
Leoni dorati. 

( 19 ) Ne' conventi de' Frati Umiliani e in altri, dove si esercì 
tava 1' arte della lana. 

( 20 ) Sulla quale opinione leggi Machiavelli. 



RAFFAELLO E LA FORNARINA. 

IDILLIO. 



e Ma non potea se non somma bellezza 
Accender me, che da lei sola tolgo 
A far mie opre eterne lo splendore. 

Vidi nmil nel tuo volto ogni mia altezza; 
Rara ti scelsi, e me tolsi dal volgo; 
E fia con Topre eterno anco il mio amore. 
M. Buonarroti, Sonetto XXXIX. 



RAFFAELLO E LA FORMRINA. 



Passar già meglio di trecento aprili, 
E cadeva un aprii, raccomandando 
A la feconda carità del maggio 
Le morenti viole e la giuliva 
Infanzia de le rose. Il sol dorava 
Gli archi del Coliseo, di porporina 
Luce innondando, come è suo costume, 
La scintillante aura del ciel latino: 
E sola un' ora gli mancava al vale 
Cotidiano, ad occultar la fronte 
Dietro l'aspra di selve e di vendette 
Isola, amor dei violenti Corsi: 
Itala allora; itala sempre. 

Accanto 
Al muricciuol d' un breve orto riposto, 
Tra le spire sedea d' una vitalba 
Voluttuosa un cavali er; la testa 
Gli pendea, per natio vezzo, chinata 
Sopra la tenue spalla, quasi cedro 
Troppo grave al picciuol che lo sostiene. 
Ondoleggiando su le vesti elette 



174 RAFFAELLO E LA FORNARINA. 

In brune anella gli scendea la chioma 
Nitida; e l'occhio.... oh! chi ridir volesse 
La delicata poesia, la forte 
Poesia di quell'occhio glorioso, 
Di tutte cose belle innamorato, 
Dovria parlar come si parla in Cielo. 

Stava qual uom che desiando aspetta 
Piacer tardato. E vagabondo intanto 
Il suo pensier correa tra le bellezze 
De la natura. Ora guardava al flutto 
Del Tevere, che sotto gli fuggia 
Frangendosi nei ruderi del ponte 
Venerando di Code, e nelle nasse 
Dei pescadori. — Ora guardava al cielo 
Lontan lontano, ove una scura, obliqua 
Striscia di pioggia visitar pareva 
Il laghetto d' Albano, e V azzurrine 
Fonti di Nemi, e monumenti e selve, 
Che fanno invidia ai nobili giardini 
De lo stranier. La brezza che dal monte 
Gianicolo movea, non anco resa 
Flebile e sacra dal sospiro estremo 
D' un poeta infelice, al taciturno 
Giovin molceva 1' olivigna fronte ; 
A lui recando il murmure uniforme 
Dei rimoti mulini. Uscia d' un tempio, 
Tomba divota di donzelle vive, 
Un'armonia di cantici argentini, 
Che innanzi sera modulavan quelle 
Paurose del mondo : e t' affliggea 
Soavemente, quasi fosse un coro 
Di martiri che il mesto inno levasse 



RAFFAELLO E LA FORNARINA. 175 

De' suoi dolori. 

All' improvviso ei parve, 
Che la sua mente ristringesse il volo, 
Pari a colomba altissima che scenda; 
E tutta nel vigor de le pupille 
Fosse l'anima accolta. 

Una fanciulla 

Vie più del tiglio flessuosa, e bella 

Qual essere dovea da giovinetta 

La Venere di Milo, assicurata 

Ne la fidanza di non esser vista, 

Folleggiando venia per il pometo 

Domestico con pie di danzatrice. 

Nel lieve corso ella spiccava a caso 

Il sommolo dell' erbe, e 1' odorose 

Teste dei fiori: un libero favonio 

Le avea disciolto il vel trasteverino, 
Tal che simile a Galatea pei golfi 
Siculi spinta dai sospir del mare, 
Pareva anch' ella che vagasse a vela 
SulP ondeggiante e folta erba del prato : 
E le molli scopria nevi del collo 
Intemerato, e il pomo de le spalle 
Tinte di giglio. Su l'argentee spille, 
Fitte al volume de le trecce nere, 
Batteva il sol di Roma irradiando 
Quella testa fidiaca, ove era impresso 
Un sigillo di ciel, da parer cosa 
Neil' angelica cella immaginata 
Dal Fiesolano estatico. Cotanto 
D' in su la calma de la pura fronte 
Si rivelavan le innocenti idee 



176 RAFFAELLO E LA FORNAHINA. 

Al par che de la tersa onda del Garda 
L' alghe e i lapilli puoi notar nel fondo 
Tutti ricinti d' iridi dorate. 
Ella venia dicendo un suo rispetto: 
Mesto era il verso, ancoraché gioconda 
La cantatricc ; e come giunse all' orlo 
Del Tevere, sedette, ivi immergendo 
Il pie sottil ne la volubil acqua, 
Simile a tremolante ala di cigno 
Che festevole guazza. In quel momento 
Cantava un capinero in su la cima 
D' un oleandro ; e a lei la giovinezza 
Cantava in core. 

Lungamente il guardo 
Indagator de la beltade affisse 
Il cavaliero in quel novo e gentile 
Miracolo: notando la superba 
Leggiadria de le forme, e il crine e il labbro 
Tumidetto, e le molli ombre e la varia 
Ingenuità de le verginee pose, 
Ond' ei fu vinto. A rotti balzi il core 
Batteagli: il fiume, gli alberi, le mura 
Gli giravano intorno in andamento 
Vertiginoso: gli feria le orecchie 
Un indistinto tintinnire, e 1' alma 
Tremolando gli ardea, quasi fiammella 
Al vento. Alfin si scosse, e involontario 
Gli sfuggì questo accento : R Fornarina ! " 

Volse a tal voce rapida la testa, 
Ed arrossì la creatura bella; 
Trasse da 1' onda il pie tutto stillante, 



RAFFAELLO E LA FORNARINA. 177 

E V ombre lunghe de le nere ciglia 
Velarono il pudor de le sue gote. 

Quel silenzio confuso ei ruppe il primo, 
E incominciò : ft Bel fior trasteverino, 
Perchè nell' ombra di romite mura 
Bimani ad olezzar così racchiuso, 
Quasi geranio inavvertito in questa 
Perpetua sera de la tua casetta? 
Degnissima di luce e dell' aperto, 
Vuoi tu meco venir nel grazioso 
Mondo a sentirti mille volte il giorno 
Dir che sei bella ? " 

Allor la vereconda : 
" Signor, rispose, ho trapiantato anch'io 
Talor de' fiori, e fuor de la lor terra 
Tosto appassirò ; e mi clicea mia madre, 
Che sempre il fior del poveretto è in poco 
D'* ora obblì'ato in terra di signori. " 
K Appressati, ei riprese ; io non t' inganno ; 
Ardo di te. Da lunghi giorni io spio 
I tuoi passi, e t' ammiro, e non ho pace, 
E mi possiede un tedio impaziente 
D' ogni altra cosa. Oh non temer d' obblio ! 
Tutto che nasce nel mio cor, contiene 
Alcun che d' immortal. Vuoi tu donarmi, 
fanciulla, il tuo cor ? " 

K Ma voi, chi siete ? " 
Inanimita ripigliò la bella, 
Osando alzar il ciglio a quella nova 
Eloquenza d'amor che la tentava. 

AlEARM. 12 



178 RAFFAELLO E LA FORNARINA. 

" Tra le fonti del Foglia e del Metauro, 
Il peritoso giovine seguia, 
È la cittade dove nato io fui, 
Gemma de V Appennino infra due monti 
Sopra la china che vagheggia il mare 
Adrìaco : d' allori e di vigneti 
Ricca e d'ulivi e più di cortesia. 
Indi fanciul discesi e poveretto : 
Se non che ne 1' ardente alma infinito 
Un mondo avea d' immagini, di forme, 
D' arte e d' amore ; cosicché per tutta 
Italia io seminai le creature 
De la mia mano ; e or vo pago di lieto 
Censo e del grido di pittor gentile. " 

K Chiunque siate, replicò la franca 
Verginella, o Signor, saper v' è d' uopo 
Una mia fantasia. Se la mia vita 
Fidar dovessi ad un pittor, la scelta 
È già fatta dal core. Avvi un cortese 
Venuto in Roma eh' io giammai non vidi ; 
Ma ne sentii parlar qual di potente, 
Cui la Madonna visita- dal cielo 
Sol per farsi ritrarre : egli è da Urbino 
E col nome d'un angelo si chiama...." 

" Io son quel desso, ei l' interruppe, io sono 
Raffaello da Urbino. " 

La fanciulla 
Si rifece di porpora, e si tacque. 

Ventano in quella vagolando a volo 
Festivo e obbliquo due farfalle, e 1' una 



RAFFAELLO E LA FORNARINA. s 179 

L' altra inseguiva, petali viventi 

Aggirati dal zeffiro. Le vide 

L' altissimo pittore, e a lei rivolto 

Che si tacea : K Mira, amor mio, le disse : 

La nostra vita fia come la vita 

Di quelle due felici vagabonde, 

Sempre in mezzo all' aprii. Sarà un perenne 

Inseguirsi d' amore ; una perenne 

Visita ai fiori de la gioia ; sempre 

Inebriati e liberi. L' avara 

Felicità, perpetua vì'atrice, 

Scontri talora un solo istante al mondo, 

E se ritardi ad afferrarla, sfugge, 

Né per rimpianti più torna. Quaggiuso 

Or tutto odora, tutto canta ; 1' aura 

Che tu respiri, ondeggia ai trilli novi 

De gli augelli sposati ; è tutta piena 

Dell' errabondo polline dei fiori ; 

L' acque e la terra cantano 1' eterno 

Epitalamio de la vita ; tutto 

Ama quaggiù: lasciati amare, o bella. 1 ' 

La man timidamente egli le porse 
Dal muricciuolo ; ed ella lenta lenta 
Alzò la sua : si strinsero ; e gli sguardi 
Lunghe promesse si scambiar d' amore. 
Cadeva il sole ; il mormorio d' un bacio 
Parve si udisse : e queir occulto nodo 
Stretto in un solitario angol di Roma, 
Un giorno lo saprà tutta la terra. 



180 RAFFAELLO E LA FORNARINA. 



IL 



Fornarina, vien qui. Se in questa guisa 
Dall' umiltade del mestier paterno 
Oso chiamarti, mi perdona. Il vero 
Tuo nome il mondo noi conobbe mai ; 
E io pur l'ignoro, povero poeta. 
Pensa però che infra le genti, noto 
Suona il nome gentil di Fornarina 
Più che quello di molte imperatrici. 
Fammiti accanto ; io ti dirò sommesso 
Quanto a te non fidava il tuo modesto 
Grande. 

Egli è un re ; ma non di quei che fanno 
Tremebondi tremar. Ne lo infinito 
Paese de lo Spirito v' à un regno, 
Che si appella Pittura : un dei soggiorni 
De la Bellezza, ove continua danza 
Menan le Grazie in faccia a la Natura : 
Ivi l' audace Fantasia pompeggia 
Fra un corteggio d' idee, che nei colori 
Si tingon di perenne arcobaleno. 
Ed ivi egli à possanza incontrastata : 
Che la corona onde gli brilla il capo 
Gli die spontaneo il mondo. Ivi egli impera 
Su multiforme popolo di genii 
Che furo un tempo e in avvenir saranno : 
Colà il divino ti addurrà nei vaghi 
Domimi suoi, più che reina, musa 
Ispiratrice : e tu sarai scintilla 



RAFFAELLO E LA FORNARINA. 181 

Pria d' esser freddo cenere nell' urna. 
Ma la sua gloria invì'erà su quella 
Urna ignorata il più gentil dei raggi 
A consolarla, e vi farà che spunti 
Il fiore eterno de la rinomanza. 
La terra avrà l' opere sue ; V olimpo 
Il potente suo spirito. Tu sola 
Possederai l' affettuosa, arcana 
Poesia del suo core. 

Affretta, affretta, 
A colmarlo d' amore. Ahimè ! non vedi 
Come veloci corrono le fusa 
De le Parche, o fanciulla? 

Amalo, e serba 
Il santo orgoglio di non mai costargli 
Una lagrima sola. Egli talora 
A te nel grembo poserà la testa 
Placida, in famigliare atto soave : 
Ma a' tuoi risponderà vezzi di foco 
Apparenze di gelo, a le tue blande 
Carezze in vista indifferente e chiuso 
In silenzi ritrosi. Oh non crucciarlo ! 
Lascialo far. Tu romperesti fila 
D' idee che ignori ; e a te la terra un giorno 
Stretta ragione chiederla d' alcuna 
Maraviglia perduta. In quello istante 
Sappi, eh' ei t' ama, come donna mai 
Non fu amata quaggiù. Da quella fida 
Culla beata de le tue ginocchia, 
I fantastici voli esso a 1' eliso 
Spicca dell' arte : e gì' impeti d' amore 



182 RAFFAELLO E LA FORNARINA. 

Frenati qui, si mutano in figure 
Luminose là suso. Ivi all' eterna 
Increata beltà che gli lampeggia, 
La fuggitiva tua beltà ritempra, 
Sì che tu n' esci qual giammai non fosti 
Trasfigurata, e splendida, ed al tocco 
Del suo pennello insuperato, il riso 
De le tue labbra brillerà nel volto 
De le sante del cielo. 

Affretta, affretta, 
A colmarlo d' amore. Ahimè ! non vedi 
Come veloci corrono le fusa 
De le Parche, o fanciulla? 

Oh ! se sdegnoso 
E agitato talor ti comparisse, 
Noi rampognar ; non contristar quel grande 
Morituro: egli crea. Una superba 
Diva il governa. Or non è tuo ; gli è lungi 
Da la tua signoria ; però che 1' Arte 
À di tremende gelosie pur ella. 
Ma non temer. Verran 1' ore dei casti 
Abbracciamenti. Allor che la sua mente 
Avrà quiete in una nobil forma, 
E spunterà il miracolo del bello 
Da la tavola sacra, a le tue braccia 
Tornerà radioso : e allor tu il copri 
D'una pioggia di baci. Quando stanco 
Al seno tuo riparerà dall'aspre 
, Lotte del genio, ignote a te, da i lunghi 
Fluttiiamenti dell' arcano mare, 
Ov' ei corse a rapire il vello d' oro 



RAFFAELLO E LA FORNARINA. 183 

Dell' Ideale, appagalo d' amore ; 
Fa' eh' ei vegga neh" arco de le nere 
Tue sopracciglia un' iride di pace ; 
E al molle fiato del tuo labbro, i cieli 
De la sua fantasia scintilleranno 
D' astri non pria veduti. 

Affretta, affretta 
A colmarlo d' amore. Ahimè ! non vedi 
Come veloci corrono le fusa 
De le Parche, o fanciulla? 

Egli, Signore 
Dell'avvenir, non à quaggiù che pochi 
Anni contati: e pure il mor'iente 
Spirerà all' opre un' immortai virtude. 
Oh ! la breve tua man non à valore 
Ad arrestar la infaticabil rota 
Del tempo. Mira come la barchetta 
De la sua vita naviga sollecita 
Verso il mistico porto, ed i tre venti 
Dell'arte, de la gloria e dell'amore 
Ne gonfiano le vele. Ahimè ! su quelle 
Pinta una fascia si vedrà tra poco 
Di lutto, e innanzi a lei chiuderan l'ale 
I zeffìri pietosi in suon di pianto. 
Da le torri di Eoma una funesta 
Ora tra poco sonerà per F ombre 
Notturne : e 1' amor tuo, l' amor del mondo 
Giacerà freddo e giovane. Una siepe 
D'accese faci splenderà sui panni 
Funerei del letto ; e le tre Grazie 
Veglieranno il bel morto. Afflitte note 



184 RAFFAELLO E LA FORNAMNA. 

Dal non visibil organo la Diva 

Cecilia spanderà per quelle vòlte ; 

E ne la pompa dell'esequie il Cristo 

Trasfigurato, suo lavoro e gloria 

Ultima, apparirà, come lo stemma 

De la più pura nobiltà che crei 

A sé stesso un mortale. Ahi ! che strappata 

A forza da una gente senza core 

A quel tuo moribondo che ti cerca, 

Povera donna che lo amasti tanto, 

Non lo vedrai spirar! E lungamente 

Questo mondo crudel che non intende, 

D' onta plebea t' insulterà. Diranno, 

Che tu, il più bello dei vampiri, il sangue 

Dell' angelo suggesti ; e di tue braccia 

Nodo di morte, e del tuo sen gli fésti 

Sepoltura precoce. Oh sprezza i vili ! 

Tu l'adorasti, e se per te mistero 

Fu il genio suo, non fu il suo cor. L'amasti; 

Né mai fu detto che d'alcun dolore 

Quel divino affliggessi. Oh sconsigliata 

L' itala donna, cui fu dato in sorte 

Stringersi al petto un' amorosa testa 

Nata a gli allori, che la cinge invece 

Di domestiche spine! A lei di contro 

La Penisola sorga, e le domandi 

Terribil conto del perchè la inerte 

Stella non manda lume. 

Fornarina, 
Nessun sa il lutto che dipoi confuse 
Il tuo vivere in tristi ombre ravvolto. 
Forse ogni sera a lo sparir del sole, 



RAFFAELLO E LA FORNARTNA. 185 

Vedovella del genio, tu venivi 
Inosservata a la deserta chiesa 
De la Rotonda a spargere in secreto 
Una lagrima e un fior sul pavimento. 

E tu dal cielo arridimi, se questo 
Amor che porto a le gentili, afflitte 
Da la calunnia, mi consiglia il verso 
Che nell'umil tenor siracusano 
Dopo trecento aprili oggi t' invio. 



ORE CATTIVE. 



ORE CATTIVE. 



SCOPERTA. 



Ieri assiso sull' orlo de lo stagno 

Vedeva un ragno 

Tessere la sua tela insidiosa 

Sopra una rosa. 

Oggi, allor quando mi giuravi amore 

Stretta al mio core, 

Sui labbri tuoi vedea che la bugia 

Anch' ella ordia. 

Ieri, tolta una goccia a quel? immondo 
Stagno fecondo 

Che genera famiglie di viventi 

Ai soli ardenti, 

Vidi per entro capricciose torme 

D' agili forme 

Ire e venire in vorticose spire, 

Guizzar, morire. 



190 ORE CATTIVE. 

Oggi nell' ora che ti dissi : « addio, 
Spasimo mio » 

Cadde una stilla da' tuoi mesti rai, 
E l'osservai. 

V era per entro un brulichio di snelle 
Figure belle; 

Dio mei perdoni ! all' aria, ai movimenti 
Parean serpenti. 



LA BADIA. 



I. 



È in Castiglia un'antica Badia 
Che si appella San Pier di Cardegna; 
Dove blanda sull' anime regna 
La Madonna dei sette dolor: 

Dove il Cid *a pregare venia 
Ginocchioni, coperto di maglia, 
Mentre il fido corsier di battaglia 
Scalpitava aspettando di fuor. 

Quivi un dì, che quel Prode non c'era 
Presentaronsi i Mori a le porte: 
Cf Presto, aprite, vogliam porre a morte 
Cento frati col loro prior." 

E raccolta la tremola schiera 
Sotto i chiostri l'àn tutta svenata, - 
E Maria da quel dì fu chiamata 
La Madonna dei cento dolor. 

Per molt'anni in quel giorno nefando 
Cosa apparve da metter spavento; 
Lungo i chiostri dell' ermo convento 
Vivo sangue le pietre sudar. 



192 OBE CATTIVE. 

E il portento durò fino a quando 
Isabella percosse Granata, 
E la stirpe dei Mori odiata 
Kipassò, come un esule, il mar. 



IL 



Quando riedeva quel dì dell'anno, 
Che mi tradisti, Lisa fallace, 
Sentia nel core rieder 1' affanno, 
Morivan gli estri, perdea la pace. 

Piena di spettri V aura notturna, 
Cinto di macchie sanguigne il sole, 
Sentiva un bieco desio dell' urna, 
Parean saette le mie parole. 

Oggi son placido, pure è quel giorno 
Il lago è limpido, la luce è lieta, 
Canta un' allodola, mi guardo intorno, 
Ride il creato, torno poeta. 

Vedi dal colle, che il sole indora, 
Una fanciulla scendere al prato ?... 
È dessa, o Elisa, fallace Mora, 
È l' Isabella che t' à scacciato. 



IL LAMPO A SECCO. 



Non più sul tronco fragile 

Di pioppe vuote 

Il verde picchio il valido 

Becco percuote; 

Che ormai di sotto al tepido 

Guancial dell' ala, 

Come s' imbruna il vespero, 

La testa ei cala. 

Niuna pe' campi eterei 

Nube veleggia, 
Tranquillo è il cielo e nitido, 

E pur lampeggia. 

Diresti, che in tripudio 

Là, vèr ponente, 

L' aura di razzi illumini 

Festiva gente. 

Lampeggia; ma benefica 

Piova non scende 

Sui colli che implacabile 

Arsura offende, 

Aleahdi. 15 



194 ORE CATTIVE. 

Sembra talor che 1' anima 

Così t' avvampi, 

Lisa, di vivi e sùbiti 

E arcani lampi. 

Ma son fallaci, e passano, 

Senza che cada 

Mai d' una nobil lagrima 

La pia rugiada, 

Che temperi gli spasimi 

D' un mesto amore, 
E il lungo desiderio 

D' un arso core. 

Errai. Te falsa e mobile 

Pensai sovente; 

Mobil non sei, né perfida; 

Tu se' impotente. 



LE ONDINE. 



D' un lago tacito 
Cinto di betule 
Sopra le immobili 

Onde turchine 
Eidde volubili 
Danzano, intrecciano 
Famiglie aeree 

D' agili Ondine. 

Volano, volano 
In giro languide 
Coi bracci pendoli, 

Come chi dorme, 

I veli nivei 
Tessuti d' alito 
Lasciano scorgere 

Le dive forme. 

Le membra àn gelide, 
Le labbra pallide, 

II crin cinereo, 

Non anno il core. 
Sono una nuvola 
Di fredde vergini, 
Che mai non seppero 

Che fosse amore. 



196 ORE CATTIVE. 



Lieve uno strepito, 
Come per 1' aride 
Foglie fa il zefiro, 

Danno i lor balli; 
Altere ammirano 
Le proprie immagini 
Pinte sui liquidi 

Cupi cristalli. 

Quando la candida 
Luna le irradia, 
Sembrano un'orbita 

D' iride stanca ; 
Ombre di giovani, 
Larve di silfidi, 
Altro che V anima 

A lor non manca. 

Con volo instabile 
Girano in garrulo 
Vortice assiduo 

I tuoi pensieri, - 
Elisa, simili 
Ai fochi fatui, 
Che a notte danzano 

Pei cimiteri. 

I tuoi sarebbero 
Baci adorabili, 
Se non sentissero 

Di labbra spente: 



ORE CATTIVE. 197 



Degne degli angeli 
Le tue blandizie, 
S' elle non fossero 

Fatte di niente. 

sciolga il tenero 
Cinto di Venere, 
inesorabile 

Ricusi amore, 
Sereno, gelido 
Sempre ed immobile 
In solitudine 

Stagna il tuo core. 

Superba e vacua 
Divina statua 
Non ài delizie, 

Non ài tormenti ; 
L'inerzia vegeta 
Ne le tue viscere, 
Leggiadra sterile 

Di sentimenti. 



LA VALLE DELLA MORTE 

nell'isola di già va. 0* 



In un' isola in fondo all' Oriente 
Da quaranta vulcani illuminata 

Fra le magiche valli, ond' è ridente, 
V è una picciola valle avvelenata. 

Cava, rotonda, senza un filo d' erba 
Da enormi pietre e da paure cinta, 

In vetta a un monte, sovra il letto serba 
Sempre un'arena in livido dipinta. 

Folte allo incontro su gli esterni clivi 
Selve di cocco sorgono e d' allori : 

Brucano cervi, cantano giulivi 

Augelli strani in cima a strani fiori. 

Di fuori è il monte un naturai giardino : 
Da le cortecce sudano le manne: 

L'aura che spira odor di benzoino 
Fa dondolare del bambù le canne. 

* Vedi le Note, a pag. 220. 



ORE CATTIVE. 199 

Ma su in la valle, come in trista reggia 
Sempre col dardo vigile sull' arco, 

Cacciatrice infallibile passeggia 

La morte, e attende gli imprudenti al varco. 

Le rondinelle che sfilando a nembi 

Kiedono a le lor case in Occidente, 

Solo che radan di quel loco i lembi, 
Come ferite piombano repente. 

Vi muor il daino che trapassa a volo, 

Vi muor il seme che vi reca il vento, 

D' ossa biancheggia il maladetto suolo, 

L' aura che ne vapora è un tradimento. 

Ode il fragor de' sotterranei tuoni, 

E queto pasce il buffalo selvaggio ; 

Vede le vampe de' fumanti coni, 

E pasce queto de le lave al raggio : 

Ma se un alito sol di quella infesta 
Aura lo tocca, esterrefatto mugge, 

Agita il pondo de la torva testa, 
Vibra la coda e rumando fugge. 

E pure, Elisa, io so d'un' altra cosa 
Di questa valle ancor più desolata: 

Cara di fuori, splendida, festosa; 

Morta di dentro, e come avvelenata. 

E tu sei quella. Io non ò mai veduto 
Deserto più deserto del tuo cuore, 

Come una tomba devastata muto, 

Dove ogni affetto che s' appressa, muore ; 



200 ORE CATTIVE. 

Sterile camperei sparso di brevi 

Scheletrirli d' amori appena nati, 

Sparso di spente illus'ion, di lievi 
Ali di spemi colte negli agguati ; 

Ei pare un cimitero senza croci. 

Se pur care vi sono le vostre vite, 
Da questa valle, trepidi, veloci, 

giovinetti, fuggite, fuggite. 



IL CANTORE SCHAHKOULLC) 



Polvere e fumo avvolgon le dugento 
Torri di Bagdad, la città dei Santi: 

Per le moschee fischian le fiamme e il vento 
Salgono gli urli de la strage e i pianti 

Al firmamento. 

Brilla per tutto la cornuta Luna, 

Fuor che a la Porta ancor de le Tenebre; 
Poi che tentando 1' ultima fortuna, 

Ivi un audace con ardor funebre 

Le schiere aduna. 

Ma la vittoria è ornai dell' Ottomano. 

Da la sua tenda che di gemme luce: 
« Schiavi, recate di quel reo Persiano 

Qui la testa esecrata, » urla con truce 

Volto il Sultano. 

E quel giovine audace era un Cantore 

Celebrato in sul Tigri. « Io voglio, pria 

Di morir, presentarmi al vincitore: 

Per me non già, ma per quest' arte mia 

Che meco muore. » 



202 OEE CATTIVE. 

Con disperata man de lo stromento 

Corse le corde in faccia del tiranno, 

E cantossi la morte. Era un concento 
Di gemiti, di fremiti; un affanno 

Senza lamento. 

Poscia cantò le ceneri e la tomba 

De la sua patria misera, e la valle 

Del Tigri schiava. E sibili di fromba 
Quelle note parean; fischi di palle, 

Squilli di tromba. 

Intonò alfine l' inno dei redenti : 

Narrò la pace, il rinnovato aprile 

Dell' arti, i lieti campi, i monumenti ; 
Narrò 1' amor, la voluttà gentile 

D' esser clementi. 

In quello istante divenuto buono 

Era ogni tristo, e si quetaron l'ire. 

Taccion le schiere: dal gemmato trono, 
Sorridendo, al Cantor concede il Sire 

Vita e perdono. 

Anch'io ti dissi un giorno, o traditora: 
« Senza di te morrei: oh non lasciarmi 

Languir! Oh non voler che meco muora 
Questo che tu mi spiri estro dei carmi, 

Dolce Signora ! » 

E l' itala cantai buona novella 

Sfidando il palco de 1' austriaca gente, 
E con V audacia di canzon ribella 

Le battaglie predissi, e la nascente 

Itala stella. 



ORE CATTIVE. 203 

Ma tu, crudele, arte spregiando e pianto, 

Compisti inesorabile il misfatto; 
Tolto al mio cor dell' amor tuo l' incanto, 

Spenti, Sultana, tu volesti a un tratto 

Cantore e canto. 



TRAGEDIA COTIDIANA. 



Che fai, Psiche? qual cor, qual sentimento 
È il tuo, di brancicar con spensierata 
Crudeltà da fanciul quella farfalla? 
Non vedi già che V opalina polve 
E i lembi d' ó? n' ài guasti, e V agii luce 
Più non dipinge d' iridi sottili 
L'ali fatte col fiato? A lei che importa, 
Che con amor le prodigiose tinte 
Tu ne contempli e i fragili ricami, 
Che con vezzo a le tue guance di pèsca 
La prema e al labbro e a le recenti poma? 
Anzi sen duole e trepida. Già sai, 
Come espiasti curiosa un tempo 
Imprudenti desir di sapienza: 
Or via, lasciala andar. — Un' altra Psiche 
Bella al paro di te, ma più crudele, 
Simil governo un dì faceva anch' ella 
Di mesta cosa che le avea donata. 
E quegli strazi mi scendean sull' alma 
Con vergogna e dolor, come il flagello 
D'iniquo Americano in su le spalle 
De la povera Negra, che le carni 
D'ebano sconta che le diede Iddio. 
E il mio cor si frangea, però che quella 
Malinconica cosa era il mio core. 



ORE CATTIVE. 205 



IL 



Perchè piangi così mortificata? 
Psiche, che cerchi ? — Io già tei dissi ; « Amore 
Non tormentarlo, che volerà via. » 
Ed è volato, e senza più ritorno. 
Misero ! mi narrar che 1' altra sera, 
Quando lasciò de' tuoi lari la soglia, 
Iva come ehro ; gli erano d' un tratto 
Imbianchite le chiome, e ne la sua 
Fuga accorata ei lagrimava, e d' ogni 
Lagrima spanta usciano lucciolette 
Di gelato splendor. Ma poi che al ciglio 
Giunse del prato eh' è di fronte al colle, 
Irruppe dai conserti orni una gente 
Sinistra ad assalirlo ; e ognun di loro 
Avea nome : Sospetto. Avvelenate 
Punte di stilo gli piantar nel fianco ; 
E cadde spento. Indi passava a caso 
Amorosa dei campi e de la luna 
La Musa mia, che inorridì mirando 
L'atroce scena. Si raccolse in collo 
Il morticino, a cui pendean le braccia 
Tristamente, e la testa; e improvvisando 
Inni funerei, nottetempo al piede 
Lo seppellì del tiglio. Ignota a tutti 
Questa istoria credea : ma le cicale 
Concittadine ne cantaro a lungo 
L'epicedio indiscrete e le venture. 



E MORTA. 



FANTASIA. 



« Nondum ili ì flavum Prosaerpina vertice crinem 
Abstulerat, stygioquo caput damnaverat Orco. » 



I. 



Ella morì. Ne la pomposa e lieta 
Fioritura de gli anni e de gli amori. 
Era bella, e '1 sapeva. Allor che il breve 
Piede movea per la cittade, ognuno 
Le dava il passo, ognun la riveria 
Volgendosi a mirarla ! Allor che il nome 
N' era annunciato a le festanti sale 
D' una veglia patrizia, un curioso 
Breve silenzio succedea per quella 
Atmosfera di luce e di fragranze; 
Donde pronti accorreano ad incontrarla 
Molli desiri e sorridenti invidie, 
Tal che qualche labbruccio indi si morse. 
Quando talor facevasi a la porta 
D' una chiesa gremita, era un profano 
Di teste sviamento e di pensieri 
Vòlti ad un tratto a la gentil divota, 
Bench' ella nel fervor de la preghiera 
Tenesse aspetto de le care Sante 
Dipinte su gli aitar; ma più con quelle 



ORE CATTIVE. 207 

Che avean peccato ne la vita prima, 
Fragili figlie d' Eva. — Ella morìa. 
Subita, e cinta di sinistro arcano 
Ne dissero la morte. Era una notte. 
Sovra il suo letto d' ebano dormiva 
Sorridente. La lampa agonizzava. 
Sovra il tappeto orientai caduto 
Era un volume da la man che ancora 
Si atteggiava a tenerlo. Avea scordato 
Quella sera di dir le sue preghiere. 
Un altro Iddio le inquietava i caldi 
Rivi del sangue. E sotto il trasparente 
Yelo azzurrino de le sue palpebre 
Iva ondeggiando immersa in non so quali 
Vagabondi desii la sua pupilla. 
Ma da canto a la bella peccatrice 
Carnefici soavi e inavvertiti 
Vegliavano dei fior. Dal levigato 
Labbro di conca alabastrina il capo 
Sporgeano in giro. Ed era ognun di loro 
Dono segreto di segreto amante 
In segreto tradito. Iddio che lega 
Tutte le cose di quaggiù con fila 
Misteriose, Egli saprà per quale 
Corrispondenza incognita si fosse 
L' anima di que' fior comunicata 
Con 1' anima di quei poveri cuori. 
Tutto taceva. Una canzon briaca 
Solo si udia, come balzar per l'aura; 
E qualche pésta che fìnia perduta 
Dietro le svolte : l' indice del tempo 
Segnava il colmo de la notte. Allora 
Avvenne un fatto pauroso. Il gambo 



208 ORE CATTIVE. 

Lieve lieve allungando una magnolia 

Al labbro s' appressò cupidamente 

De la sopita, e vi depose il bacio, 

Onde 1' aveva il donator pregata. 

Ma in quello istante pur non altrimenti 

La cardenia movea, movea 1' acuta 

Tuberosa ed il giglio ; e ognun credeva 

In quella delicata ora di colpa 

D' esser non visto, ognun d' essere il solo. 

Che la divina sognatrice, accesa 

Da volubili febbri, il collo e i crini 

Acconsentiva e il sen nitido a tutti 

Perfidamente con egual misura. 

Ma in un balen dall' acre accorgimento 

Ch' ella tradia fùr colti. Una gelosa 

Eabbia li vinse, e in tacita congiura 

Ne decisero il fato. Allor dal fondo 

Dei calici scherniti, ove si accoglie 

Tanta virtù d' inesplorate essenze, 

Stille dedusser di sottil veleno 

E nuvolette d'aliti mortali. 

Poscia ravvolti in quei vapor d' affanno 

Saettaron le nari all' infedele 

Atrocemente. Ella agitò pei lini 

Le sue nobili forme; una fatica 

Disperata divenne il suo respiro ; 

Come di cosa che si ferma, il metro 

Sempre più lento era del core ; volle 

Mettere un grido ; aprì gli occhi ; la lampa 

Spegneasi allora con guizzo supremo ; 

Ed ella vide 1' ombra de la morte 

Passar su la parete. — Al vi'atore 

Che vaga per alcuna isola greca, 



OHE CATTIVE. 209 

Mezzo tra ì fiori e 1' eriche nascosa 
Appar talvolta, giovinetta eterna, 
Una ninfa di Fidia. E sì lo vince 
La leggiadria de le scolpite membra 
Da spasimar qual di fanciulla viva. 
Le siede presso, la contempla e quasi 
Arde, le parla, la desia: ma passa 
Pur non di meno il venticel che spira 
Da Giacinto o da Scio, senza che un solo 
Riccio si mova sul marmoreo fronte 
De la bella di Paro. E tal giacevi, 
Misera Elisa, in mezzo a lo scompiglio 
De le diverse coltri inanimata. 



IL 



Ella morì. Con arte attica avvolto 
A le spalle il lenzuol, mandò un addio 
A' suoi diletti, e disdegnosa in vista 
Si volse a la lontana e sterminata 
Regìon de le larve. Indifferente 
Varcò i silenziosi anditi scuri 
Che conducono a Dite. Era il terreno 
Molle di pianto dei passati innanzi. 
D' infra gli spacchi dei cadenti muri 
Si rizzavan in tetro ordin le strigi 
Col topazio del tondo occhio fissando 
La passeggera, ed incurvando in atto 
Di reverenza il capo. Il tenebroso 
Aer intorno intorno era inquieto 
Per l'ale floscie di notturni augelli 
Che il volto a lei strisciavano e le chiome 

Aleaiìdi. 14 



210 OHE CATTIVE. 

Eigide, urtando con l'incerto volo. 
Ella seguiva indifferente, e il piede, 
Vanto dei balli, scivolar talora 
Sentia sul tergo d' un' immonda botta 
Saltellante nel buio a la ricerca 
Di laide nozze. Quando giunse al varco 
Dell' orba solitudine dei morti, 
Su la soglia trovò de le sue buone 
Opre il fardello e de le sue peccata; 
E lesta e franca lo si pose in capo, 
A quella foggia che usan sul mattino 
Le colligiane olimpiche d' Albano, 
Tornando dal social pozzo con F iclria. 
Era il loco una sabbia arida e grigia, 
Pari a le dune e senza mai confine. 
SulF orizzonte una perpetua zona 
D' immutabili nubi. Il suol pungea 
Per le reliquie di conchiglie infrante, 
Per insepolte e róse ossa. Nel cielo 
Ignoto al sole, scolorite, immote 
Apparenze di stelle a quando a quando 
Lasciavano cader un tetro raggio, 
Simile a quel del diamante nero. 
Lontan lontano, a schiere, ivan pel fosco 
Crepuscolo fantasimi d' amori, 
Vissuti un tempo, su, in la terra bella, 
Traendo spente faci arrovesciate: 
Eran così consunti, e ne le forme 
Diafani, che sotto il sen vedevi 
Pendere immoto il cor; come si vede 
Pendere fra le nebbie del gennaio 
Un vizzo frutto che obbliò distratta 
L' autunno di spiccar la villanella. 



OHE CATTIVE. 211 

E dietro lor, come giunchiglia gialle, 

Larve di gelosia, ricinti i lombi 

D' aspidi morti, e di trisulchi stili, 

Col fronte redimito di pupille 

Torbide e fisse, e rase di palpebra. 

Larve seguian di tradimenti, larve 

Di rimorsi che un' eco di querele 

Mettean vestiti a punte di cilicio. 

Qual chi cammina e nelF andare ondeggia, 

Veniva in fine sventolando i cenci 

D' un abito da maschera, la ignuda 

Larva dell' orgia, con in mano un franto 

Calice, con un riso ebete ai labbri 

Stillanti vino; e a lei dintorno errava 

Un tintinnio sottile di sonagli, 

Un murmure di baci e d'interrotti 

Aneliti. E quell' ordine sinistro 

D' incerte ombre terrori al desolato 

Piano crescea. Poiché la v'iatrice 

Si sentì così sola, e come immersa 

Entro il nulla infinito, ogni splendore 

Insolente del guardo, ogni alterezza 

Dimise, e affranta si sedè sul fianco 

D'una spezzata Sfinge. Ivi appassiti 

Giù da la fronte le cascàro i fiori 

De la ghirlanda: ivi perde del magro 

Dito 1' anello eh' io le avea donato. 

E al lembo del profondo occhio le apparve 

Una stilla gelata. Io non so quanti 

Minuti od anni rimanesse assisa 

E diserta così; però che il tempo 

Non si conta laggiù. — Per quella via 

Venne passando un' amorosa coppia 



212 ORE CATTIVE. 

Di pallidi leggiadri; ed ivan lenti 
Come malati. Il giovine cingea 
Soavemente con un braccio al fianco 
L' adorabil cognata ; e con la mano 
Posta sul cor le trattenea le nere 
Gocce di sangue che gemean tuttora 
Dall' antica ferita. Allor eh' ei giunse 
A ravvisar la misera seduta, 
Disse, appressando il volto a la compagna, 
Sì che col labbro ne lambì 1' orecchio : 
n Affretta il pie, né riguardar, Francesca, 
Quella crudel che non amò giammai. " 
Come fur dileguati, una seconda 
Coppia arrivò di creature belle 
Che con amore si tenean per mano. 
In lui congiunte su la vasta fronte 
Parca l' intelligenza e la sventura 
Nobilmente patita. Era nel vago 
Capo di lei, raso di chiome, e avvolto 
In bianchissime bende, una forzata 
Serenità che risentia del chiostro: 
Ma sotto gli occhi languidi per molto 
Implacato desio, notavi il solco, 
Che le lagrime ascose avean segnato. 
Ella si strinse al suo diletto, e chiese 
Nel linguaggio dei semplici trovieri: 
" Abelardo, che fa quella romita ? " — 
" Piange, rispose, perchè amore in terra 
Promise a molti, e non amò nessuno." 
E sdegnosi passar senza la scarsa 
Carità d'un saluto. Altra o divisa 
Gente od unita seguitò la prima, 
Senza degnar né d' un accento pio 



OHE CATTIVE. 213 

Quell' anima che n' era sitibonda. 
Ira e vergogna in rapida vicenda 
Volgean le chiavi del superbo core ; 
Quando giunse una donna incoronata 
D' illustri perle il crin di corvo. Avea 
Sguardo da impero : la persona svelta 
Come palma, e flessibile : le forme 
Procaci colorite a la materna 
Canicola di Menfì. Un cesellato 
Scettro movea che arieggiava al tirso 
Di lasciva baccante. Una cerasta 
Mordeale il seno che fu già delizia 
D' immortali Quiriti. Avvicinossi 
A la seduta, e l'ironia guizzava 
Su le sue labbra mentre era per dire ; 
Ma impetuosa si levò la mesta, 
E più regina in quello istante apparve 
De la regina, e " Va', le disse, io nulla 
con te di comune. Io non concessi 
Agli oppressor de la mia terra un bacio ; 
Io non fuggii da timida cerbiatta 
Al tempestar de la battaglia : vanne." 
Tacque e si assise, e un fremito di motti 
Egiziani e sangue uscir dai morsi 
Labbri di quella rea che si partia 
Mortificata. Allor, come a sorella, 
Avvolse al collo de la Sfinge il braccio; 
E a lungo in disperato atto rimase 
Quella deserta. Una gentil sedette 
Soavemente a lei da canto : " Elisa, " 
Disse con voce delicata : ff Elisa." 
Si scosse l'altra e la guardò. Dal mesto 
Volto scorgevi de la nova apparsa 



214 ORE CATTIVE. 

Superbamente lampeggiar la fiamma 

Del Genio : ma le Grazie erano assenti. 

Sul petto ansante le cadeau le chiome 

Eoride e tese, come d' annegata ; 

Stillava anch' esso il niveo manto, egregia 

Opra d' ancelle ioniche che un tempo 

Le fanciulle vestian di Mitilene. 

K tu, che vuoi, che con pietà mi chiami 

In questo loco, ove pietade, a quello 

Che scerno, è spenta ? — Ma se pur m' è dato 

Di volgerti, o cortese, una preghiera, 

Pria di risponder, ti scongiuro, ascondi 

Quella tua cetra che ti pende al fianco. 

Quello stromento mi ricorda ardenti 

Ore d'amor, e punte di rimorso, 

E un poeta infelice." 

K E perchè dunque 
(Sclamò la Greca) lo tradisti, o donna, 
Con crudele viltà? Perchè lasciargli 
Nel bruno abisso de le tue pupille, 
Sì soavi e sì false, astutamente 
Affogare ogni sua felicitade? 
Perchè baciarlo con le labbra ancora 
Umide d' altri baci ? Il ciel negava 
Intelletto d' amore a te, leggera 
Giocatrice di cuori. E ne la tua 
Sterilità dell' anima giammai 
Non comprendesti la feconda vita, 
Onde soverchia d'un poeta il core. 
Ire bollenti e fuggitive; santa 
Ignoraoza dell'odio e dell' obblio; 
Lunghi silenzi ; subite eloquenze ; 
Baci di foco ; gelosie di ghiaccio ; 



ORE CATTIVE. 215 

Carità di perdoni ; una serena 

Purezza di pensier mista a febbrile 

Sperìenza di cupide carezze ; 

Ingenue fedi ; desiderii audaci 

E insaziati ; avidità di arcane 

Ebbrezze ; del martirio e de la tomba 

Uno sprezzo magnanimo ; un perenne 

Vagheggiamento dell' eterna idea ; 

Ecco, Elisa, il poeta, ecco la vita, 

Che invan mi chieggo, se le Erinni o i Numi 

Concessero agli splendidi infelici 

Condannati a la cetra. Io '1 so per prova ; 

E 1' onda che si frange a la scogliera 

Di Leucade lo sa. Tu lo tradisti; 

Tu lo lasciasti, o donna, offeso e solo : 

Là, su la terra forse ei ti negava 

Il suo perdono, e tu sarai dannata 

Forse per molti secoli soletta 

Sempre ed offesa a viaggiar per l' ermo 

Regno dei morti." 

Tacque. E V una l' altra 
Guardava : ed una si tergeva il pianto. 

ni. 

O sventurata poetessa, io troppo 
Quella donna adorai con le pagane 
Bramosie che la tua voluttuosa 
Ode cantò, con le profonde e caste 
Malinconie dell' anima che il divo 
Nazzareno insegnò, perchè negarle 
Potessi il mio perdono. Oh se sapessi! 
Io nei recessi del mio cor le aveva 



216 ORE CATTIVE. 

Elevato un aitar ; come d' un nimbo 

Cinta le avea la. nobile persona 

D' ideali bellezze. A la pupilla 

Vittoriosa, a la moresca tinta 

Di fanciulla andalusa, ella parea 

Una Madonna del Morillo. I miei 

Pensieri in forma d' angioletti biondi 

Con 1' occhio di v'iola intorno al capo 

Le volavano e ai pie : davanti a lei, 

Simili a cinque candelabri assidui, 

Ardevano i miei sensi. E col più molle 

De' versi miei le rivolgea continuo 

Inni eleganti, e cupide preghiere. 

Ma un dì, ridendo, da la nicchia scese 

La Santa de' miei sogni, e tramutossi 

In volubile femmina. Ridendo 

Gittò 1' aureola di virtù prestate 

E incomode dal fronte, e lo ricinse 

D' una corona di farfalle : e mentre 

Le dava il passo, attonito, m' infisse 

Uno stiletto freddamente in core. 

Poscia irruppe all' aperto e da le vesti 

Una maschera trasse, una di quelle, 

Onde celebre un tempo iva Rialto ; 

E ascoso il volto, e dato il braccio a fatui 

Giovani ignoti, volò via danzando 

Per una china lubrica di fango; 

Né la rividi più. Così ferito 

M' inginocchiai pregando a Dio clemente 

Che tuttavia quella crudel vegliasse. 

Indi rimasi fra la gente lieta, 

Come in limpido cielo una sinistra 

Nube di grandin carica e di lampi. 



ORE CATTIVE. 217 



IV. 



Ma tu morivi: e a me covvenne il tempo 
Medico, Elisa, tal che la ferita 
Non dà più sangue. E ver eli' anco non oso 
Sfidar le lastre de la tua contrada ; 
E ver eh' ogni mattin spontaneo porgo 
La mia moneta a una fedel mendica, 
Perchè porta il tuo nome. E pur il core, 
Despota un giorno, or diventò vassallo, 
E su lui regno alfin. Ma dimmi, Elisa : 
Che fui per te? Chi t'insegnò sì pronta 
Virtù d'obblio? Fosti poi lieta? Dimmi, 
Adorabil Chimera, ài tu trovato 
Chi indovinasse del tuo cor gli arcani ? 
Un dì per le sublimi Alpi io movea 
Dei nepoti di Teli. Da canto al ponte, 
Che da Satana à nome, in giù fissava 
La vanità del pauroso abisso, 
Dove la Reissa, furibonda naiade 
Sbatte l'urne di porfido, e ululando 
Fugge non vista. Ivi afferrato un cembro, 
Curvo sul ciglio lungamente stetti 
Su la morte librato. Io non vedea 
Che rupi ed ombra. Un indefesso e freddo 
Vento recava sibili d'ignoti 
Augelli; un rombo di cose cadenti, 
E rimoto pei ciechi antri un perpetuo 
Mugghio. L'arcano spirito del loco 
A piombargli nel sen con maliarde 
Vertigini invitava. Era un terrore 



218 OHE CATTIVE. 

Con voluttà. Non altrimente, Elisa, 

sentito quel dì, che con lo sguardo 

M' affacciai studioso a le profonde 

Vanità del tuo cor. Salvo che note 

D' uccelli no, ma canto di sirene 

Dolcissimo sorgea dal buio. Vinta 

Da ineluttabil fàscino, cercando 

Non l' obblio, ma 1' amor, precipitossi 

La desiosa anima mia nel suo 

Leucade anch' ella : e non trovò che ambagi 

Perfide e gelo. — Or tutto fu. La morte 

Pose fra noi l' immensità di quattro 

Zolle di terra. Ma se pure un giorno 

C incontrerem, dopo un millennio, Elisa, 

Là su nel mar dell' anime ; del mio 

Spirito la facella incontanente 

Scintillerà livida luce. A volo 

Pure mi celerò dietro le siepi 

De gli alberi immortali, a fin che V eco 

De le memorie e il morso, un' ora sola, 

Non abbiano a scemarti il Paradiso. 



Elisa è viva. Un pellegrin che venne 
Da le costiere di lontano mare 
Narrò d' averla vista uscir dall' acque 
Nuotatrice gioconda. Ed una sera 
Neil' ora mesta che la squilla parla 
Di ricordi, di patria e di defunti, 
La rivide pensosa, in su la rena 



ORE CATTIVE. 219 

Scrivere un nome che non era il mio. 
Forse F Elisa del mio sprezzo ancora 
Vivrà; ma quella del mio core è spenta. 
Pure è un dolor che passa ogni dolore 
Portar il lutto di persona viva. 



NOTE. 



(') La valle che chiamano della Morte nell'Isola di Giava, dove 
sono 38 vulcani ardenti, e molti che da un pezzo paiono estinti, 
à un mezzo miglio di circonferenza all' incirca; è in cima a un 
colle, ed è una sorgente vulcanica di acido carbonico. 

( 2 ) Il famoso Musico persiano Schahkouli sotto Amurat IV, un 
de' più crudeli Neroni ottomani, fu il fortunato protagonista di 
questo dramma, dopo la presa di Bagdad nel 1C38. 



IL COMUNISMO 

E 

FEDERICO BASTIAT. 



La proprie'té c'est le voi. » 
Pboudhon. 
: Le Communisme ane'antit la Liberte'. » 

Bastiat. Harm. écon. 
La Liberte' est un acte de foi en Dieu 
et en son oeuvre. » 

Bastiat. La Loi. 



A UN AMICO. 



Mio Cako. 

In questi giorni agitati per tanta fèbbre di aspettazione, 
postomi, per trovare un poco di quiete, allo smesso studio 
della Economia Politica, rilessi le opere di Federico Bastiat, 
e quel tuo lavoro che sai, così splendido, in verità, per con- 
cetto e per forma : ed ò sentito che anche da questa scienza, 
come voi due la trattate, esce un calore ài profonda poesia. 
Sicché non ò potuto resistere alla tentazione di scrivere dei 
versi ; e questi meschini che mi son venuti, te li mando e te 
li dedico, quantunque sicuro che non varranno a procurarti 
un millesimo del nobile diletto che il tuo libro mi à dato. 

Nello scriverli mi tornavano sempre a mente le orrende 
giornate del giugno 1848, che fecero di Parigi un macello 
di cristiani. 

Io e 1 ero, mio caro, e anzi desiderando vedere come quella 
gente là, maestra, facesse le barricate, un bel mattino, a una 
svolta della via Crécy, mi trovai tramezzo alle fucilate, a 
rischio di farmi ammazzare senza gusto. Che giorni furono 
quelli! Che angoscia! Non mi sarei mai immaginato che i 
Francesi fossero così barbari. Il cannone tonava per le strade: 
le strade correano sangue. Io mi sentivo soffocare ; avevo in 
ira Parigi, e quella Repubblica senza repubblicani. Per rad- 
dolcirmi V anima andai a vedere Lamennais. Il celebre vec- 
chietto era come sepolto in un povero seggiolone, e gli veniva 
giù una lagrima. Mi sedetti sulla sua branda d y anacoreta, 
e si stette un pezzo in silenzio. Finalmente con quella sua 



224 A UN AMICO. 

voce esile che tanto contrastava con la furia di potenti idee 
che esprimeva, porgendomi quei quattro ossicini della sua 
mano, mi disse : « Questi cannoni, mio caro, uccidono anche 
le speranze d' Italia. » — « Quanto a ciò, risposi, essi non 
mi uccidono nulla, perchè con questa gente e con questo 
Lamartine al governo, con quelV Oudinot all' esercito, dopo 
che li ò imparati a conoscere, di speranze non ne ò avuto 
più ombra. » — E si tacque di nuovo lungamente. Egli aveva 
gli occhi levati al cielo, e forse pregava per il suo e per il 
mio paese, per chi moriva e per chi faceva morire. E il can- 
none seguitava. Ma lasciamo là. 

Del resto, tornando al Bastiat, noti è mica vero, sai, che 
quando ei morì a Boma gli abbiano deposto nel sepolcro a 
San Luigi de ì Francesi il suo manoscritto. Quel volume sì 
bene incominciato, e sì male interrotto dalla morte, V Italia, 
a quel che mi dissero, lo inviò a te, acciò ne riempia le mol- 
tissime pagine rimaste bianche; e allarghi e svolga, nella mi- 
rabil maniera che sai, il fecondo e magnanimo concepimento 
del defunto basco. 



Addio col cuore dal tuo 

Aleardo Aleardi. 
Verona, 15 febbraio 1859. 



IL COMUNISMO. 



I. 



Scossa dai pie la polvere 
Dei castelli sovrani, 
Che dai lor balzi franano 
Sui non più servi piani : 
Scossa dai pie la cenere 
De le pire ferali 
Che osàro Iddio far complice 
D' odii sacerdotali; 
Stanca d' inique o stolte 
Battaglie e di rivolte, 
Fidente sempre e giovine 
Par che l'Umanità 
Volga a superbi e rosei 
Sentier di civiltà. 

IL 

Col suono accompagnandola 
De le frante catene, 
Illusi vati il termine 
Cantano di sue pene. 
Ma sempre un' implacabile 

Alearoi. 15 



226 IL COMUNISMO E FEDERICO BASTIAT. 

Necessità la punge ; 
E l'invocata e perfida 
Felicità non giunge ; 
Pure il dolor dardeggia ' 
Sopra l'immensa greggia 
Dei faticanti miseri; 
E 1' odiato sudor, 
E pur l'irremissibile 
Condanna del Signor. 



III. 



Da le fessure gelide 
Del muffido abituro 
Guarda il plebeo con invido 
Occhio all' opposto muro ; 
E per le allegre e lucide 
Finestre del potente 
Vede danzar le pleiadi 
De la beata gente : 
Entra con l'aer tetro 
A provocarlo il metro 
De la insistente musica 
Mista dei corridor 
All' inquieto scalpito : 
Ode ; e ne rugge in cor. 

IV. 

Rugge e rammenta il mobile 
Lastrico de la strada, 
E la codarda ruggine 
Che rode la sua spada ; 



IL COMUNISMO E FEDERICO BASTIAT. 227 

Pensa ai convegni, ai lividi 
Volti de' suoi compagni ; 
Vede una morte sùbita, 
sùbiti guadagni ; 
Nel conturbato rio 
Dell'alma sua, più Dio 
Non si riflette. Cùpido 
Di vendetta un desir, 
Quasi calpesta vipera, 
Lo seduce a ferir. 



V. 



Allor da sotterranee 
Fucine di congiure 
All' improvviso erompono 
Insolite figure, 
Che sui frequenti trivii 
Con sospettosa voce 
Dritti feroci insegnano 
A la plebe feroce. 
Forieri de la morte 
Battono all'erme porte 
D' ogni miseria ; e chiamano 
Lo scarno abitator 
A preparar le fiaccole 
Per 1' orgia del Terror. 

VI. 

E alfin l'inesorabile 
Indice segna l'ora. 
Lascian la sega, lasciano 



228 IL COMUNISMO E FEDERICO BASTIAT. 

L'incudine sonora 

Que' furibondi, e sboccano 

Dal lamentoso tetto. 

I rei sofismi cambiansi 
In palle di moschetto : 
Per le fumanti vie 
Gemono le agonie ; 

E cento madri in lagrime 
De le stelle al pallor 
Cercheran fra i cadaveri 

II figliuolo cbe muor. 

VII. 

lo vedran su lugubre 
Vascello all' indomane 
Partir di ceppi carico 
Per isole lontane : 
Dove non valgon gemiti. 
Dove pietà non vale, 
Dove la vita è simile 
A un lento funerale ; 
Dove lo cinga un lutto 
Perpetuo come il flutto ; 
Donde il pensiero libero 
Con penosa virtù 
Eivóli ad una patria 
Ch' ei non vedrà mai più. 

Vili. 

E tu rompesti il fàscino 
Che tante menti offese, 



IL COMUNISMO E FEDERICO BASTIA?. 229 

Tu, del Diritto vindice, 
Magnanimo Francese. 
Contro il novello barbaro 
Che spinger si consiglia 
Verso un tremendo incognito 
Questa civil famiglia, 
Che sul campo eredato, 
Dal mio sudor bagnato, 
Pone una bieca lapida, 
Che in nome del Signor 
Mi scaccia, mi vitupera, 
Mi appella rapitor ; (') * 



IX. 

Contro il mendace aruspice 
Ch' osa con mano impura 
Cercar l'umane viscere 
Profetando sventura ; 
Dei partiti nel torbido 
Circo di sangue immondo 
E tu scendesti interprete 
De la ragion del mondo. 
Tenevi nella manca 
Una bandiera bianca, 
Dove avea scritto V angelo 
De la nascente età, 
Con fulgidi caratteri, 
cc Iddio, e Libertà ; " 



Vedi le Note, a pag. 232. 



230 ÌL COMUNISMO E FEDERICO BASTIAT. 

X. 

Tenevi con la facile 
Serenità d' un nume 
Ne la destra la nobile 
Arma del tuo volume, 
E combattesti indomito 
Cavalier d' un' idea 
Santa. Ed al piede innocua 
La furia ti cadea 
Dei dardi avvelenati 
Dai nemici scagliati ; 
Che ti curvavi a cogliere 
Pur seguendo a pugnar, 
Del buon senso spezzandoli 
Su la pietra angolar. 

XI. 

Poi ritornato ai patrii 
Viali di Baiona, 
Cui fan da lunge i vertici 
De' Pirenei corona; 
Vagavi solitario 
Lungo le arene basche 
Che l'Oceano accumula 
Nei dì de le burrasche ; 
E guardando a le stelle 
Eternamente belle, 
Chiedevi a Dio, se V ordine 
Che domina nel ciel 
Da innumerati secoli 
Con armonia fedel, 



IL COMUNISMO E FEDERICO BASTIAT. 231 

XII. 

Governi pur quest' orbita 
Che la progenie umana 
Discorre infaticabile 
Lungo una spira arcana : 
Sospinta ognor dal provido 
Aculeo dei dolori, 
Superba de' suoi Genii, 
Mesta de' suoi Signori, 
Che va con larghe ruote 
Aure cercando ignote, 
E par che miri assidua 
Con lunga avidità 
Verso un sereno e fulgido 
Sole di libertà. 

XIII. 

Ma a Te non diede, ahi misero! 
Il ciel risposta intera, 
Vela una lenta tenebra 
La tua pupilla nera, 
Né più consente agi' impeti 
Del tuo pensier veloce 
E generoso, il languido 
Filo de la tua voce. 
E nell' Italia muori 
Nel suolo degli allori; 
In questa urna magnifica, 
Di glorie che perir, 
Urna che serba splendidi 
Fati dell' avvenir. ( 2 ) 



NOTE. 



(') « Chi à diritto di far pagare l' uso della terra, di questa 
» ricchezza che non è il fatto dell'uomo? A chi è dovuto 1' affìtto 
» della terra? Senza dubbio al produttor della terra. Chi a fatto 
» la terra? Dio. In questo caso, proprietario, ritirati. » 

Proudhon. 

( 2 ) Federico Bastiat nacque a Baiona il giugno del 1801, morì 
a Roma di tisi tracheale il dicembre 1850. 



AMORE E LUCE. 



AMORE E LUCE. 



I. 



Pria che frangessero 
Ai solitari 
Lidi le torbide 
Onde dei mari ; 
Pria che solcassero 
Con lunga guerra 
Vulcani e turbini 
La giovin terra; 
Pria de le belve, 
Pria de le selve, 
Pria degl' innumeri 
Soli e dei mondi 
Che via pei limpidi 
Cieli profondi 
Con danza armonica 
Iddio conduce, 

Era la luce. 

IL 

Pria che nel tumolo 
Posasser, carchi 



236 AMORE E LUCE. 

D'anni e di grazia, 
I Patriarchi ; 
Pria ch'Eva al nobile 
Ke della creta 
Narrasse l'ansia 
D'amor segreta 
Lungo i viali 
D' orti immortali ; 
Pria che gli Arcangeli 
Ebri d' orgoglio 
Iddio tentassero 
Cacciar dal soglio ; 
Prima del palpito 
Del primo core, 

Era l'Amore. 



in. 

E quando l'ultimo 
Fia dei viventi 
Sceso neh" ultimo 
Dei monumenti, 
E la novissima 
De le procelle 
Insurga a spegnere 
L' ultime stelle ; 
Quando il Creato 
Sarà un passato ; 
Quando una tenebra 
Priva d'aurora 
Starà perpetua; 
Uniti ancora 



AMORE E LUCE. 237 

Vivran continuo 
Nel lor Fattore 

Luce ed Amore. 



IV. 



Allor che il gemino 
Polo si oscura, 
Tetri vi regnano 
Gelo e paura ; 
Ove s'illumini 
D' una scintilla, 
La terra germina, 
L'anima brilla. 
Se pur v'ha un core 
Muto all' amore, 
Come fantasima 
Passa infecondo 
Senza vestigio 
Lasciar nel mondo ; 
Dilegua incognito, 
Quasi lamento 

Che porta il vento. 



Amor le patrie 
Distingue e i lari; 
Brucia P olibano 
Sopra gli altari ; 
Matura l'inclite 



238 AMORE E LUCE. 

Cittadinanze ; 
Consola il feretro 
Di pie speranze ; 
Amor fa bello 
Persin 1' avello ; 
Che mentre il martire 
Al palco è vòlto, 
Vede il carnefice 
Smarrirsi in volto ; 
Securo e placido 
Le infami scale 

Intanto ei sale. 



VI. 

L' ora che il tremolo 
Mattin s'ingiglia 
Al primo battito 
D'amor somiglia: 
Per lei si scoprono 

I monti e i piani, 
Per lui si svelano 
Del cor gli arcani: 
Sparito il sole, 

L' aura si duole ; 

II mar dà gemiti, 
Pare che cada, 
Simile a lagrime, 
Giù la rugiada: 
Qual malinconica 
La luce muore, 

Così 1' Amore. 



AMORE E LUCE. 239 



VII. 



Il fior che pullula 
Lontan dal raggio, 
Ben sente l' alito 
Del blando maggio ; 
Ma 1' egro calamo 
Non s' incolora, 
Ma il gracil petalo 
Mai non odora 
Tra l' ombra eterna 
De la caverna : 
Così la vergine 
D' amor privata 
Compie da vittima 
La sua giornata. 
voi narratelo, 
Chiuse dimore 

Di meste suore ! 



Vili. 

Dite gli spasimi 
D' alcuna pia, 
La vita simile 
A un' agonia ; 
Le brame cupide 
Ch'ardono il sangue 
Di solitaria 
Donna che langue, 



240 AMORE E LUCE. 

Serva all' amara 
Ragion dell' ara. 
pie, quel vampiro 
Che accanto al letto 
Sotto l'immagine 
Di reo diletto 
V'agita i visceri, 
Vi sugge il core, 

Si chiama Amore. 



IX. 



Per valli roride 
Romita e bruna 
Vaga la lucciola 
Sotto la luna: 
Ma al primo vespero 
Che s' innamora 
Di luce tremola 
Il grembo indora, 
E par giulivo 
Topazio vivo. 
Poi quando è l'opera 
D'amor compita, 
Torna a' suoi rivoli 
Bruna e romita; 
Che indissolubili 
Volle il Signore 

Luce ed Amore. 



ELEGIE. 



Aleardi 



ELEGIE. 



AD UNA AMICA 

INVIANDOLE LE POESIE DI UNA CARA DEFUNTA. 



« Ossa quieta, precor, tuta requiescere in urna, 
Et sit humus cineri non onerosa tuo. 

Effugiunt avidos carmina sola rogos. » 
Ovidio, in morte di Tibullo. 



Ella, fa un anno, ripassò con languido 
Pie la riva del Po, quasi un desire 
La traesse a veder la sacra Italia 

Pria di morire. 

Ed or giace là dentro a una funerea 
Stanza, senz'aria e senza luce alcuna, 
Ella che tanto amava i campi, i fulgidi 
Astri e la luna, 

E il coglier fiori! Ella che amava ai rigidi 
Verni la vampa di giocondo foco, 
Ora il freddo la stringe! Ella sì pavida, 
Laggiù, in quel loco, 

E sempre sola ! Io la morente all' ultime 
Ore non vidi; e me ne piange il core, 
Pensando pur che verso me la misera 
Nutria rancore: 



244 ELEGIE. 



E mi lasciò così, senza una placida 
Ricordanza d' amor, senza un addio. 
E a perdonar di molte amare lagrime 
Le avevo anch' io. 

Nina, ricordi tu de' nostri celeri 
Anni il mattin, quando fioriano unite, 
Come tre fide foglie di trifoglio, 

Le nostre vite? 

Or di lei non rimane altro che V avida 
Tomba e dei canti l' immortai volume ; 
Quali rimangon d'un augello splendido 
Alcune piume, 

Che fuggendo lasciò cader per l'aere, 
E manifestan col gentil colore 
Quanto ponesse in lui 1' Eterno artefice 
Cura ed amore. 

Come al racconto di pietosa istoria, 
Letta da malinconica pupilla, 
Ad or ad or su la faconda pagina 

Piove una stilla; 

Così i miei versi, quasi fosser lagrime, 
Piovon sul triste foglio, or che. t'invio 
Questi canti di lei, che troppo giovine 
Ascese a Dio. 



IN MORTE 



MARCHESA VIRGINIA BECCADELLI DE LUCCA. 



Donna, di te so poco più del nome: 
Non so se fosse azzurro o bruno il lume 
Degli occhi tuoi; non so se di tue chiome 
Fosse il volume 

Biondo, fulvo o corvin. Solo ho saputo 
Ch' eri bellezza gracile, uno stelo 
Frale col fiore che sentia un acuto 
Odor di cielo: 

Seppi che quando ti affacciavi ai balli 
ad un teatro, od alla chiesa, od ivi 
Tratta in cocchio dai rapidi cavalli 

Lungo i tuoi clivi; 

Al veder la tua faccia pallidina 
Si fermava la gente intenerita 
E dicea sospirando : poverina !. 
Ha poca vita: 

Seppi che più delle patrizie sale 
Tu visitavi, e Dio ti benedica, 
Per vie romite, su per buie scale 

Qualche mendica. 



246 ELEGIE. 



Pur, non so come, io sento una devota 
Confidenza con V anima d' un morto 
Anche se ignoto; e chiedo a quella ignota 
Lume e conforto. 

Dimmi, Virginia, e, per pietà, ci svelli 
Questo dubbio crudel che ne divora: 
Hai tu veduto sotto questi avelli 

Spuntar V aurora 

D' un' altra vita? Oppure 1' amorosa 
Anima tua si è tutta tramutata 
In terra, in aura, in onda, in questa rosa 
Oggi sbocciata 

Sulla tua fossa? — Ed or che sei? — Qual forma 
Ti distingue dall' altre ? — Ove dimori ? — 
Che fai ? — Che senti ? — Serbi ancora un' orma 
Dei vecchi amori? 

Ricordi ancora i dì tristi o giocondi 
De la terra ? — Conosci l' armonia 
Dei Veri eterni ? — Oh, per pietà, rispondi, 
Virginia mia. 

Io notte e giorno con orecchio teso 
Stetti daccanto al tumulo seduto; 
Ma stetti invan: non ò mai nulla inteso: 
L'avello è muto. 



EPICEDIO PER UNA BIMBA. 



EPICEDIO PER UNA BIMBA, 



A L. Z. F. 
I. 

LUIGIA. 

Ti ricordi una sera? Al firmamento 
Levasti, cara dolorosa, il viso, 
E somiglianti a due righe d'argento, 
Bagnar due stille il tuo mesto sorriso; 

E mi dicesti : K Mio poeta, oh quanta 
Parte dell'alma mia vive lassù! 
mio poeta, una canzon mi canta 
D' Amelia mia, che non vedrò mai più. 1 



Io canterò. Su queir avel ti siedi ; 

Su quel? avel ti sederò daccanto : 

Ai dì che furo con la mente riedi ; 

Cerchiamo un delicato estro nel pianto. 

Oh ! il mio passato è una città deserta 
Ove due cippi mortuari in pie 
Segnan le tracce de la via mal certa 
Fra gli avanzi dei gaudi e de la fé. 



250 EPICEDIO PER UNA BIMBA. 



Vergine lieve in rapida carola 
Che ti lambe e dileguasi ; spedita 
Gondola che pel bruno aere s' invola, 
È il picciol lampo de la nostra vita. 

Qui tutto muor. Interroga gli ardenti 
Deserti, ove orma viva non appar ; 
E ti diranno quanta onda di genti 
Volse e sparì, come essiccato mar. 



E un dì matura l'avvenire arcano 
Quando, simile ad un navil che affonda 
Per vetustade in placido oceano, 
Svanirà ne la tenebra seconda 

L' orbe : e forse per F etere, sull' ale 
Si librerà qualche divin cantor 
Armonizzando un inno funerale 
Su le virtù sue brevi, e i lunghi error. 



Arpa de' miei prim' anni, a cui le miti 
Gioie ò fidato del paterno tetto ; 
E il fremito di popoli avviliti 
Sotto il flagello di straniero abbietto; 

A cui 1' ardore di desir mal domi 
E un tesoro di speme e di martir, 
Cui lagrimando ò confidato i nomi 
Di quelle che amai tanto e mi tradir; 



EPICEDIO PEE UNA BIMBA. 251 



Arpa de' miei prim' anni, al ciel converso 
Qui nel silenzio, ignoto carme io sciolgo ; 
Però che sdegno l' indiscreto verso 
Che pubblica gli affetti intimi al volgo ; 

Tu a questa bella travagliosa assenti 
Da le tue corde un suon consolator: 
Mimo il metro udirà de' tuoi concenti, 
Che F angoscia profonda à il suo pudor 



IL 



AMELIA. 

Non fu di te più morbida 
La foglia de la rosa ; 
Non fu di te più candido 
Un fior di tuberosa, 
lagrimata Amelia, 
Illusion perduta, 
Che il mio solingo cantico saluta. 

Una corona attendere 
Parea la bionda chioma; 
Era 1' amabil alito 
L' olezzo d' un' aroma ; 
Vaghe, azzurrine linee 
Le trasparian dal fronte, 
Quasi di cielo incancellate impronte. 



252 EPICEDIO PER UNA BIMBA. 



Ma sorse un dì che languido 
Più dell' usato e anelo 
Il grande occhio ceruleo 
Ora volgeva al cielo, 
Or de la madre all' avida 
Pupilla al pianto esperta, 
Qual fra due cari paradisi incerta. 

Ella patia. Per gelida 
Febbre che l'agitava, 
Pieno di sparsi ninnoli 
Il letticciuol tremava, 
Come per vento tremola 
Sopra la pianta un nido ; 
Quando mi colse un disperato grido. 

Chi può ridir quell'ululo 
D' angoscia e di terrore, 
Che manda da le viscere 
Una madre al Signore, 
Se tramutati in feretro 
Dell'unica fanciulla 
Vede i guanciali de la fredda culla? 

Io m' affacciai dall' andito 
A le funeste porte ; 
Sentii, passando, battermi 
Il fiato de la Morte 
Di contro il volto, un brivido 
Mi penetrò nelF ossa ; 
Ed ò provato il freddo de la fossa. 



EPICEDIO PEE UNA BIMBA. 253 



Or che fuggì la nivea 
Perla da la conchiglia ; 
Or eh' ài lassù tra gli angeli 
L' angiol di tua famiglia ; 
Che mai ti resta, povera 
Donna, del perso incanto? 
Un biondo riccio, una memoria, e il pianto. 

Prega, o gentil ; le lagrime 
Tergi. Verrà quell' ora 
Che poserai nel placido 
Avel dei padri. Allora 
Dio ti darà di ascendere 
A la lucente sfera 
D' Amelia tua. Prega, o gentile, e spera. 

Spera; che sol nei fervidi 
Istanti de la mischia 
Quando una fìtta grandine 
Di palle intorno fischia, 
Ed erran polve e gemiti 
Per le cruente rive; 
Solo la gloria del valor non vive; 

Ma vive a tutti incognito 
Magnanimo un valore 
Nel cor che regge all' ultima 
Speranza che gli muore, 
E a pugne solitarie 
Scende dall' alba a sera 
E strazia l' alma sì, ma non dispera. 



254 EPICEDIO PER UNA BIMBA. 



Oh! benedici al giubilo 
D'allor che a te spossata, 
Disser le ancelle vigili: 
Una fanciulla è nata. 
Benedici agli spasimi 
Che ti squarciàro il petto 
Curva a la sponda del mortai suo letto! 

S' Ella or si bea pei floridi 
Campi non perituri, 
Forse sfuggì le perfide 
Lusinghe de gli impuri; 
Le gelosie, le smanie, 
Le illusion mendaci, 
E d' uno sposo fastidito i baci. 

Qual chi rapito naviga 
Di Spezia la marina, 
Vèr V onda cara a Venere, 
Accanto a una collina, 
Se de la Polla torbidi 
Vede bollire i lembi 
Ne tragge auspicio di venturi nembi: 

Tal per quest'aere italico 
Prevedo un dì saette. 
L' odio fu sparso ; il postero 
Eaccoglierà vendette. 
Però in que' giorni trepidi 
Del lugubre duello 
Batteran le sventure ad ogni ostello. 



EPICEDIO PEK DNA BIMBA. 255 



Ella dal ciel propizie 
Ci pregherà le sorti ; 
Né fia che beva al calice 
Di consanguinee morti, 
Ove la goccia ascondesi 
La più cocente e amara, 
Quella che serba la materna bara. 



III. 



MAETA. 

Oh la bara materna ! Io 1' ò sentita 
Lenta, un vespro, passar giù nella via: 
E 1' angoscia che in quella ora ò patita 
Non patirò nell' ultima agonia. 

Quando la salma uscì fuor della porta 
Sentii la vita che dal cor mi usciva ; 
L' avrei meco voluta, ancor che morta, 
Sempre, e adorarla, come fosse viva. 

Madre mia, tu mi fosti il primo amore, 
Amor che solo il padre ebbe a rivale; 
La tua fossa fu il mio primo dolore, 
Dolor selvaggio, immobile, immortale. 

Sempre ò dinanzi 1' ora, che le stanche 
Palpebre in cerca del figliuol levasti; 
E con le labbra tremolanti e bianche 
Quell'ultimo tuo bacio a me donasti; 



256 EPICEDIO PEB, UNA BIMBA. 



E mi dicesti con un fil di voce : 
« Ricordati di me, che t' amai tanto. > 
Piangevan tutti. Ella guardò la croce, 
E passò. Io stetti in disperato pianto, 

Con la sua man di cera ne la mia, 
Per quanta ora non so. So che un momento 
Sentii la man che fredda divenia; 
E caddi freddo anch'io sul pavimento. 

Ch'io mi ricordi? E non sai tu che spessi 
Giorni venni a picchiar a la tua stanza, 
Sperando ancor che tu mi rispondessi 
Con quell' amor che avevi per usanza ? 

Non sai che s'io sentia su la mia testa 
Passeggiar due piedini pel soffitto, 
Balzava a un tratto da la sedia, in festa; 
Poi ricadeva dal dolor confitto ? 

Ch'io ti ricordi? E non sai tu che mai 
Donna non chiamo che Maria si appelli, 
Che la miseria de' tuoi lunghi guai 
Nel devoto pensier non rinno velli? 

Che dal tuo letto, donde quella sera 
Spiegasti il volo che non à ritorno, 
Ogni sera ti mando una preghiera 
E in te riposo fin che spunta il giorno? 

Il paesello de le mie memorie 
Rividi dopo molti anni passati, 
E ne la mente ritessea le storie 
Del mio mattino e i bei sogni beati. 



EPICEDIO PER UNA BIMBA. 257 



Inavvertito peregrin d' affanno 
La dolce visitai casa romita, 
E nell' arida età del disinganno 
Cercai le impronte de la prima vita ; 

Vidi la stanza, ove la pia scendea 
A risvegliarmi con V amplesso usato, 
L' ampia finestra, onde vegliar solea 
Me ne' giuochi anelante in mezzo al prato ; 

Eividi i fiori, il mandorlo, il giardino, 
E udir mi parve il capinero antico 
Là, su la cima tremola del pino, 
Che festeggiasse il ritornato amico ; 

La corte, P atrio, il focolar, le scale, 
Tutto in quel mio perduto paradiso, 
Quando io passava, mi diceva : vale ; 
Tutto àvea la sua lagrima, il suo riso. 

E piansi, e piansi ; e su la fossa acerba, 
Arcano albergo d' infinito affetto, 
Genuflesso raccolsi un filo d' erba, 
Gemma fatata che mi posa in petto. 

E tu perdona, bella travagliosa, 
Se al tuo dolore il mio dolor confondo; 
Non avea che una corda armoniosa 
Pel mio fil d' erba, e pel tuo riccio biondo. 



Aleaiidi, 11 



CANTI PATRII. 



CANTI PATBII. 



PEK UNA VIOLA 

COLTA IN VALPOLICELLA, 
nel dicembre 1857. 



Io messes et bona vina dato.» 

'Tibullo, lib. I, ol. I. 



A L. Z. F. 



I. 



Non sento ne le povere mie valli 
Più le canzoni e i balli 
De la vendemmia, e i cori 
Sonar per V aia. e i serpeggianti calli ; 
Non sento lo squittir dei corridori 
Veltri, né 1' aure rompere del monte 
Più le fulminee canne 
Dei cacciatori occulte 
Limge da le capanne 
Nel tronco degli annosi alberi fessi, 
E ad altre cacce pronte, 
Quando saranno adulte 
L' ire e il valor d' un popolo d' oppressi 



262 CANTJ I'ATBII. 

Fin gli augelli obliar le antiche strade 

Torcendo il volo ad altre 

Meno offese contrade ; 

Ove non sieno clivi 

Da inferma uva fallace 

Mortificati o da succisi ulivi. 

Solo fedele all'apice del pino 

Saltella un fiorrancino, 

E con la nota querula d' amore 

Par che lamenti l'anno che si muore. 



IL 



Odo il diffuso gemito dell' arso 
Vomero che si lagna 
Uscendo a la campagna 
In su Y aurora. Vedo là dell' orto 
Neil' angol più secreto, accoccolato 
Su un cembalo squarciato, 
Bacco fanciullo piangere sul morto 
Onore del vigneto : 
Poi eh' ora attrista gì' itali bicchieri 
Con la livida spuma, 
Acre conforto a le bramose canne 
De le genti alemanne, 
La barbara cervogia. 
E intanto quasi a scherno 
Coi più limpidi soli la matrigna 
Natura a gli implicati 
Roveti arride e all' invida gramigna ; 
E batton, detestati 
Ospiti, intanto a la porta cadente 



CANTI PATRII. 263 

Del colono che trema, 
Di febbre in su lo strame, 
Il verno, l' inclemente 
Gabelliere e la fame. 



III. 

E tu, di', per che modo 
Se' sbocciata quaggiù su questo ciglio 
Inavvertito, languida viola, 
Come fanciulla sola 
In paese d' esiglio ? 
Non senti tu la mesta 
"Fuga del giorno corto, 
E su la gracil testa 
Piover con lento vortice le foglie 
Del carpino imminente, 
Quasi crini d' un morto ? 
Questa, che morde gelida, non senti 
Aura dell' alba che passò del Baldo 
Su le nevi recenti ? 
Non ti mette paura 
A te soletta, a sera 
Veder le nebbie sorgere dal prato, 
Come bianche fantasime vaganti 
Per V erbe del sagrato ? 
E ne la notte pura 
Veder brillare il Carro arrovesciato 
E le spere fiammanti 
Dell' Orione infausto, 
Del qual non ebber conoscenza intera 
Mai le sorelle tue di primavera ? 



264 CANTI PATRII. 

IV. 

coraggiosa fuor di tempo nata 
Come 1' anima mia, 
In etacle gelata 

Presto morrem. Ma poi che Dio e' invia, 
Tu spandi i tuoi profumi, 
Sia pur soltanto per 1' umil famiglia 
Dell' eriche e dei dumi : 

10 manderò frattanto, 

Come 1' arte e 1' amor me lo consiglia, 

Lo sterile mio canto. 

Che se alcuno verrà che ti ravvisi 

Tradita al molle fiato che vapora, 

Svelta da un' unghia, pendola nel grembo 

Di nitida fiala 

E tu morrai. Meglio morir nell' ora 

Che saettando cala 

Giù da le gole il nembo! 

Che se alcuno notasse il santo e fiero 

Intendimento de le mie canzoni, 

Me al guardì'an straniero 

Ricondurrebbe e ai tetri 

Crepuscoli, e a la paglia 

Di remote prigioni. 

Meglio esser morto il dì della battaglia! 

Gentil viola, lo saprà il Signore 

Quello che giovi o vaglia 

A le arcane armonie dell' universo 

Un poeta che langue, un fior che muore, 

11 tuo odore, il mio verso. 



PER UN GIUOCO DI PALLA 

NELLA VALLE DI FUMANE. (')* 



« Ipse semipaganus 
Ad sacra vatum Carmen afferò nostrum. 
Perseo, Prol. alle Satire. 



AL CONTE GIOVANNI GOZZADINI. 



I. 



Echeggia all' iterato 
Suon di battute e eli respinte palle 
Con pronto magistero 
Colte siuT impugnato 
Disco di tesa pelle, echeggia intorno 
La vitifera valle. 

A cui toglie il Pastel, ( 2 ) simile a tenda 
Color de le viole, 
Veder siccome tremolo discenda 
Il sole e 1' altre stelle. 
Al noto suon mi accelero con destro 
Piede fra i sassi del sentiero alpestre ; 
Le locuste saltellano pesanti 
Fra i cespi di purpurei elianti 
Al mio passaggio rapido ; il ramarro 
Lesto a la fuga e splendido si posa 

' Vedi le Note, a pag. 297. 



266 CANTI PATRII. 

Guardandomi dal lembo 

D' un ramoscel di rosa ; e il re di macchia, 

Unico re beato, 

Or mi svolazza innanti, 

Or mi svolazza allato, 

Felice se una morbida falena 

Dio gli conceda a la solinga cena. 



IL 



amabili vittorie, o gentil foco ! 
di salute rosea feconde 
Sudate ore gioconde 
Della mia giovinezza ! Or mi ricordo 
Que' bei mattini che ferveva il giuoco 
Sulla piazza di rustica villetta 
Romoreggiando ; e ai termini segnati 
Con frasche di nocciòlo 
Fitta ondeggiava de le palle al volo, 
Parteggiando la gente ; 
E a far più bella V innocente festa . 
Dal sommo dell' altana 
Le fanciulle sporgevano la testa 
Tra un fior di timo e un fior di maggiorana. 
E allor quando la squilla 
Della meridiana ora consiglia 
Un saluto a Maria, 
Era bello veder all' improvviso 
Sostar i giuochi e '1 riso ; 
E della turba pia 
Che ne facea ghirlanda, 
Chi il biondo capo e chi la veneranda 



CANTI PATRI!. 267 

Canizie discopria ; 

E passato l' istante 

D'un silenzio che prega e che sublima, 

Tornava al plauso e al favellio di prima. 



III. 

A que'dì inviolate eran le imposte 
Lasciate aperte del fidato ostello; 
Allor del camperello 
Su le patenti coste 
Maturavan le frutta inviolate ; 
Al colmo de le nere 
Notti, pei trivii, senza alcun sospetto 
Mover potea soletto il passeggiere. 
Securo era il pudore 
De le fanciulle, e fido 
Il grembo de le nuore ; 
E riverita come santa cosa 
La vecchierella annosa ; 
E santo il giuro ; e santo 
De la sventura il pianto ; 
E su la soglia accolto 
Del povero F aspetto, 
Come ci' amico che ritorna, il volto. 
Una palmetta d' intrecciata uliva, 
Simbolo allor verace 
Di casalinga pace, 
Pendeva a capo d' ogni casto letto, 
E un'aura sana di virtude usciva 
Dal breve cimiterio benedetto. 



268 CANTI PATRII. 



IV. 



Quanto mutato ormai da quel di pria 
Veggo il villaggio ; e come 
Fra il palazzo disciolta e l'abituro 
La benigna armonia! 
Leggi straniere, e lungo giogo impuro 
Fumo di studi, ignobili patrizi 
E cittadini vizi, 
E la flebile schiera 
Dei giovani strappati 
Ai campi inseminati 
E al lagrimoso amplesso de la madre, 
Per seguitar non itala bandiera 
Fra terre estrane, e squadre 
Estrane, àn spento il lume 
D'ogni gentil costume. 
Pergami non esperti 
Del mondo, e amici trepidi del vero, 
Ministri avari o inerti, 
Talor, non già del cielo, 
Ministri de lo Impero, 
Che storcono il Vangelo 
A prò de lo straniero, 
Àn de la patria dolorosa spento 
Fra i campi il sentimento 
E il grido. Àn fatta muta o ir re verità 
La magnanima voce 
Che parla da la croce. 



CANTI PAT1UI. 269 



Ahi ! villano, villano ! Ahi vecchio some 
Degenerato ! — Un giorno 
Questa ti chiederà povera terra, 
Perchè ne le supreme 
Ore del suo civil commovimento 
Tu pur le festi sì codarda guerra. 
Va' sciagurato ! — E quando di Novara 
Su la fatai pianura 
Perderan l' imperizia e la sventura 
La mal giocata ferrea corona, 
E questa irrisa e cara 
Eegina un dì dell' universo, ed ora 
Regina dei dolori, 
Ripiomberà da la toccata altezza; 
Inghirlanda di fiori 
I volubili altari, 
Riempi d' allegrezza 
Matricida i tuoi lari. 
Va' sciagurato ! — E quando 
Di Mantoa sul nefando 
Vallo una santa fila 
Di martiri gentili 
Penderà dal patibolo onorato ; 
E de le nebbie tra la scialba luce 
Dominerà la truce 
Figura del carnefice agitato ; 
E tu l'invidiosa 
Anima fratricida 
Nutri di gioia ascosa. 



270 CANTI PATRII. 

Va' : — le facili porte 

Sfonda de' tuoi Signori ; 

Uccidi e struggi, e de le salme morte 

Spicca V insanguinato 

Capo, e lo vendi ai lividi oppressori. 

Già non è ad essi ignoto 

Il funebre mercato. ( 3 ) 



>SV<«i' Amhrorjio, il dì 5 dicembre 1857. 



LE TRE FANCIULLE. 



« Servitium tulimus crudele et barbara jussa. 
G. Fkacastoro, in morte del Tornano. 



AB. B. 



Morian l' autunno e il giorno ; ed io sedea 
S' una eminente pietra 
Al passo de la tetra 
Via che mena a la selva. Una serena 
Primizia di crepuscolo scendea 
Su la valle profonda, 
Dove fiotta del glauco Adige 1' onda ; 
Mentre ancora sul monte 
Scintillavano i vetri 
D'un paesel lontano, 
E il sol dall' orizzonte 
Saettava sul piano 
Purissimo del Garda 
Una striscia d' instabili splendori, 
Quasi magico ponte, onde le nostre 
Mutue speranze varchino e i dolori 
Da la veneta sponda a la lombarda. 

Poscia di sotto a un padiglion di foco 
Tremolando la spera 



272 CANTI PATBII. 

Calava a poco a poco ; 

Calar pareva dietro a la pendice 

D'un de' tuoi monti fertili di spade, 

Niobe guerriera de le mie contrade, 

Leonessa d' Italia, 

Brescia grande e infelice. 

Accese nuvolette di corallo 

Rideano ancor per gli ampi 

Spazi del cielo ; ma col mesto riso 

Del moribondo pio 

Che accenna col sereno occhio un addio, 

Movendo al paradiso. 



IL 



E dal sentier che adduce 
Giù da la selva io vidi 
A la quieta luce 
Venire una fanciulla 
Pur sotto il fascio de le legne altera ; 
Bruna la faccia e il crine 
E la pupilla nera, 
Come frutto di spine. 

Ella piangea, — " Dimmi V affanno, o bella 
Fanciulla, che ài nel core. " 
Io le richiesi; ed ella 
Bisposemi : K Signore, 
Ieri legato al par d' un omicida 
M' anno condotto a la prigione il padre, 
Perchè lo colser là, con la sua fida 
Canna che fulminava una pernice. 



CANTI PATEII. 273 



lo penso ali 3 infelice, 

Io penso a la cadente avola mia," 

E più non disse, e seguitò la via. 



III. 



E dal sentiero alpino 
Ch'esce dal bosco, io vidi 
Al lume vespertino 
Venire una seconda 
Fanciulla carca in su la testa bionda 
D' un fastello odoroso di ginepri. 
Come il fuggente crin dei serafini 
Che dal pennello lisciano di Correggio, 
L' inanellato e sciolto 
Volume de' suoi crini 
Carezzava con vago 
Ondeggiamento lo sfiorito volto : 
E del color del lago 
Là dove è fonda al par de la marina 
La queta onda turchina, 
Era la tinta de le sue pupille 
Meste, perchè piangea. 
Cf boscaiola bella, 

Dimmi l' affanno che t' offende il core." — 
Io le richiesi; ed ella 
Eisposemi : " Signore, 
Al limitar del mio povero ostello 
Ieri saliva il cupido esattore : 
Tutto mi tolse ; i panni de la festa, 
Le coltrici del letto, e fin 1' anello 
Che mi lasciò, siccome 

Aleàrdi, 48 



274 CANTI PATRir. 

Un talismano che mi serbi onesta, 
Innanzi di morir la madre mia." 
Mise un sospiro, e seguitò la via. 



IV. 



E dal sentier che guida 
Giù da la selva, io vidi 
A la tremola luce de la sera 
Scender soletta un' altra boscaiola : 
Scendere la costiera 
Con orma così lieve 
Da somigliar a spirito che vola. 
Gli occhi cerulei in su quel bianco viso 
Pareano due pervinche in su la neve; 
Due rosette pronostiche di morte, 
Fiorivano talora all' improvviso 
Accese in mezzo de le guance smorte; 
Né so perchè compresso 
Avesse intorno il suo fardel di stipe 
Con rami di cipresso e di mortella. 
Ella veniva tacita e piangea. 
" Povera montanina tapinella, 
Dimmi Ja cura che ti fìede il core." — 
Io le richiesi ; ed ella 
Risposemi : — ,f Signore, 
Volgon due lune, dal paterno ostello 
Mi rapirò un fratello 
Ch' era il mio amore. E poi 
Che gli ebbero recisa 
La bella chioma, al fianco 
Gli cinsero una spada, 



CANTI PATRI!. 275 

E ricoverto d' una bianca assisa 

L' àn balestrato in barbara contrada, 

Dove mi dicon che la donna slava 

Ai lividi mariti 

I lini ancor di sangue italo intrisi 

Deterge a un fiume che si chiama Drava; 

E ier mi giunse la crude! novella 

Che sconsolato ei muore 

Pel desio de' suoi cari 

Paesi e de' suoi lari, 

Pel desiderio de la sua sorella, 

Consunto dall' amore/' — 

E tacque, e pianse, e divorò la via. 

A me di dentro l' anima ruggia ; 

E seguitando con lo sguardo il passo 

Di lei che discendea 

Per un sentier d'inaridite foglie, 

Vidi raggiante giù nella vallea 

Farsele incontro V angiol del Signore, 

L' angelo che raccoglie 

Lo spirto de gli estinti 

Consunti dall'amore, 

Il quale, aprendo il nitido mantello 

Fiorito di giacinti, 

Le fea veder che sotto si posava 

La benedetta, colta in su la Drava, 

Anima del fratello. 



" peregrino Spirito cortese. 
Dissi movendo al loco 



276 



CANTI PATEIT. 



Dov'era quel celeste che m'intese, 

" Tu messagger, che salirai tra poco 

Per iscala di stelle a la serena 

Maestà dell' Eterno, e tu gli reca 

Queste tre pure, ardenti 

Lagrime d' innocenti, 

Raccolte adesso ne la valle biecai 

E digli, che da secoli si piange 

In questa patria; che dal mar, dal monte 

E da la indarno fertile pianura, 

Per quanto abbraccia l'italo orizzonte, 

Esce perpetua un' aria di sventura ; 

E un grido di preghiera 

D'un popolo che spera 

Veder cessato il disonesto oltraggio 

Del deforme servaggio. 

Digli, che scende da le rezie rupi 

Da troppo lunga etade 

Nata su campi d' infeconde arene 

Una gente mendica 

Maestra di catene, 

Che trepida e superba, e con le spade 

In pugno, si nutrica 

Qui de le nostre biade 

Avidamente. E digli 

Che F oro invola dai palagi, il pane 

Da gli abituri, i figli 

Dal sen materno ; e multa 

I nobili sospiri; 

Ai generosi insulta 

Coi ceppi e coi martiri, 

E sul palco li uccide 

Perfidamente, e ride. 



CANTI PATRII. 277 

Cortese messaggiero, 

Salito ai cieli, interroga 1' arcana 

Divinitade, e se all'Italia è avversa, 

Deh ! fa' eh' io sappia il vero : 

Poi, rifacendo il calle, 

L' ingiocondo tuo volo a questa vallo 

> Subitamente volgi ; 

Vedrai dentro una porta 

Deposto il frale di persona morta ; 

E tu di sotto 1' ale 

Clementi la mia stanca anima accogli. " 



Sani' Ambrogio. 11 dicembre 1857. 



I TRE FIUMI. 

« Admonet et magna testatur voce per umbras. 

A GIULIO GARGANO. 



Di notte in su la sponda 
Del Tevere deserto 
Sedea mirando ascendere la bionda 
Luna dietro i vapor de le maremme : 
E come più salia 

Per V arco immenso de la eterna via 
Farsi d'argento, tal che infin parea 
Un fiore di ninfea 

Per quelle interminate onde azzurrine 
Guidato da correnti 
Misteriose. Il lume 
Latteo pioveva su le lunghe righe 
De gli acquidotti, e sulla 
Immensità de la campagna brulla. 
I silenzi rompea 

Talora un qualche sibilo lontano, 
Al qual più lunge un altro rispondea, 
E un frullo d' ale, e strani tonfi, e i mille 
Indistinti sospiri, onde s' informa 
La paurosa vita de la notte, 



CANTI PATRII. 279 

Che veglia e par che dorma. 

Ed io pensava a la mia terra, e al molto 

Nobil sangue versato oh ! non indarno ; - 

Ed or volgea lo sguardo 

Al maestoso e tardo 

Inceder de la luna, ed ora al teschio 

D'una povera brenna, 

Quivi da le sgonfiate onde deposta 

Su le sabbie lucenti: 

Certo morta di stenti, 

Certo in parte simile al popol mio. 

popol mio, tu fosti 

Tremendo un giorno corridor di guerra: 

Lo sa tutta la terra: 

Ed or ti veggo trascinar le barche 

Logore dei potenti, 

E de la ripa insanguinar passando 

1 triboli pungenti ! 

E mesta in quella notte 

Era V anima mia. Quando un' arcana 

Voce mi parve uscir da la campagna, 

Che dicesse : « Poeta, a che ti stai ? 

Questo è l'antico e sacro 

Fiume degli avi tuoi, V onda lustrale 

Che mormora per mezzo a le ruine 

De le genti latine : 

È il fiume d' un' Italia 

Da mille anni sepolta : 

Già non è questa 1' onda, 

Che 1' ardore quieti alla sdegnosa 

Tua Musa sitibonda. » 



280 CANTI PATRI!. 



II. 



E raccolto il bordon del pellegrino, 
Tacito e solo mi riposi in via 
Seguendo 1' Appennino, 
Infin che trafelato 
Al pie m' assisi de V eroica torre 
Del mio bel San Miniato. 
E il dì cadea. Lunghissima l'ombria 
Dei platani listava e dei castani 
I prati suburbani ; 
Nuvole d'amaranto e di viola 
Tingeano il cielo di ponente, e il sole 
Che a splendere su terre altre sorgea, 
Come orifiamma viva, 
Discendere parea 

Sul paese di Erancia, ove già tante 
Illusioni dileguar tradite, 
E tanta vanità d' itala spene, 
Onde poi ribadite 
Fùr le vecchie catene, 
E fuor da molte cittadine mura 
Ripullulò 1' amaro 
Albero de le forche, e la sventura. 
Ed io mirava al verde 
Serpeggiar de la guelfa onda dell' Arno 
Cupidamente; e gli estri 
Amabili dell' arte a me nel core 
Da quella rifluian valle di grazie, 
Quando rivolto in parte ove la sera 
D' ombre copria V austera 



CANTI PATRII. 281 

Chiesa di Santa Croce, 

Veder mi parve riuscir da quelle 

Sepolture eli geni 

Un tremolio di fulgide fiammelle, 

Che valicando i limpidi sereni 

Quetàro in cielo e tramutarsi in stelle. 

Ma al tocco vespertin de la campana 

Che geme irrequieta 

Limosinando carità di preci, 

Di nuovo udii 1' arcana 

Voce che disse : « A che ti stai poeta ? 

E quello il riottoso 

Fiume de' padri tuoi, 

Il fiume d' un' Italia 

Già tramontata. Oh ! non è dessa 1' onda 

Che F ardore quieti a la sdegnosa 

Tua Musa sitibonda. » 



III. 



E ripreso il bordon del pellegrino, 
Franco e spedito mi riposi in via 
Stimolando il cammino 
Con l' agitata e memore armonia 
Di liberal canzone; infin che giunsi 
A le rive del Po. Volgeva a mezzo 
Già V ora antelucana. 
Per l'ampia solitudine dei cieli 
La costellata Capra 
Scoccava iridi e lampi; 
Per l'ampia solitudine dei campi 
Scoccava l' usignolo 



282 CANTI PATRII. 

Le melodie dai pioppi. Era una festa 

Placida per lo cielo e per le valli 

Eridanine. E pur venia sull' aure 

Un suono remotissimo e sinistro ; 

E ti pareano squadre 

Di fuggenti cavalli 

Ed inseguiti: un fervido di brandi 

Percuotere selvaggio; 

Un urlo di comandi 

In barbaro linguaggio ; 

E via per la solinga 

Buia pianura, il moribondo strido 

D' un' aquila raminga. 

Ma già su l' immortai neve del Rosa 

La nova aurora si pingea vermiglia, 

Gentile inizio di splendor che invita 

Ogni mattino all' opre la famiglia 

Magnanima dei Sardi ; 

E l' altra accanto e indarno disunita 

Progenie dei Lombardi. 

E un murmure di vita 

Cominciava a salir ; quando 1' arcana 

Voce di pria mi disse : 

« Esulta, o mio poeta, 

E questo il fiume de' tuoi figli, il fiume 

D'un' Italia ventura ed imminente, 

A cui tra poco tingerà le spume 

Il vivo sangue di nemica gente: 

Abbevera a quest'onda 

La Musa sitibonda. > 

San? Ambrogio, SO novembre 1857. 



TORNERÀ. 

A CESARE BETTELONL 
Cesare mio, 

I nostri vecchi latini (dico quelli che sapeano scrivere) 
aveano costume di mandare nei giorni solenni in regalo agli 
amici, dei versi, o qualche altro lavoro di Letteratura. Persio 
inviava a Plozio Macrino, per fargli festa nel giorno nata- 
lizio, la seconda delle Satire, che ne rimangono di quel gio- 
vinetto incolpabile, vissuto in colpevoli tempi. Calvo, il Sala- 
putium disertimi, mandava nella festa dei Saturnali al suo 
elegantissimo Catullo, per farlo arrovellare, i più ladri versi 
che gli donavano i suoi clienti. Io, rinfrescando la bella e 
smessa usanza, t } invio per il Ceppo questo Canto, il quale 
se di troppo somigli alla roba di Calvo, tu, delicatissimo 
poeta, giudicherai. 

Dio ti tenga lontani i tuoi mali di testa. Mi ricordo 
aver letto che Atene afflitta della morte del poeta Eupili, ca- 
duto in un combattimento, non potendo vietare alle frecce di 
cogliere i poeti, mise fuori un suo decreto, che vietava ai 
poeti a" avventurarsi in battaglia. La buona madre Natura 
dovrebbe vincere di cortesia la greca città, mettendone fuori 
un altro, che proibisse al Dolore di assalire la testa degli 
egregi poeti, come sei tu. 

Io seguiterei ad avere il mio. Pazienza! 

Guardando fuor della finestra, ove sto scrivendo, vedo là, 
verso Verona, mezzo ascoso dagli alberi, il tuo Castelrotto, 
dove tu, intimo delV arte e della natura, tratti con uguale 
amore sapiente ora una strofa, ora una vite; e su quella col- 
lina il mio sguardo si ferma con tenerezza, perche so che 
lassù e' è un cuore onesto che mi ama. Seguita' dunque ad 
amarmi, e addio. 

Il tuo Ale ardi, 

Sant'Ambrogio, 25 dicembre 1857. 



284 CANTI' PATRII. 



Io 



Neil' ora fredda che previen 1' albóre, 
Quando la squilla invita a la preghiera 
Il vigil cacciatore, 

Volan le gru pel cielo in bruna schiera, 
Divinando il cammino 
Per quel deserto d' aere. Dal silente 
Campo, dove già suda il contadino, 
Il rauco addio ne sente ; 
Alza lo sguardo e non le può vedere, 
Però che tra le nuvole e le stelle, 
Altissime s' avvian le passeggere 
Ver le povere e belle 
Isole egee. Ma pria 

Che il sol d'aprile intepidisca il giorno, 
Poeta mio, di là rivoleranno 
Ai deserti paduli 
Dell' ultimo alemanno, 
Fedeli nel ritorno. 



Una pioggia di foglie 
Aride, brune, mormorando scende, 
E a pie del vedovato 
Albero si raccoglie ; 
Il quale i rami fragili protende, 



CANTI PATRII. 285 

Quasi braccia che implorino mercede 

A Borea che le fìede; 

Ma al termin del tiranno 

Verno, poeta mio, 

Le foglie torneranno ; 

E con le foglie i fiori, e con i fiori 

Sotto 1' onda, sul monte, a la pianura 

I rinnovati amori 

De la Natura, i pòllini scorrenti 

Per le pregne di vita aure diurne 

E le fragranze e l'urne 

De le eterne sementi. 



III. 



Veggo le nebbie ascendere dal piano 
A le pendici, simiglianti a flutti 
Di candido oceano. 
Donde, siccome instabili isolette, 
Emergono le vette 

Dei colli a quando a quando illuminate 
Dal sol che con amor vi si riposa. 
E spuntano le scure 
Cime del campanile 
Di alcuna chiesa ne la valle ascosa, 
Come tra 1' onde estremità d' antenna 
D' affondato navile. 
Veggo il sublime dosso 
Nevicato dei monti 
Rimoti farsi rosso 
Di fiamme a le stupende 
Porpore dei tramonti, 



286 CANTI PATEII. 

disegnarsi al batter de la luna 

Sul bruno firmamento 

Con ondeggiante linea d' argento. 



IV. 



Ma quelle nebbie e quelle 
Nevi dilegueranno al tenue fiato 
De le primaverili aure novelle: 
Però che Dio ritempera il creato 
Con immortai vicenda 
Di vesperi e d' aurore, 
Di gelo e di tepore, 
Di calme e di tempeste, 
Di spasimi e di feste, 
D' annosi corpi infermi 
E di vivaci germi, 
D' aridi o verdi lidi, 
Di sepolcri o di nidi ; 
E quando alcuna vita 
Terminando s' annulla, o si riposa, 
Dove Dio sol lo sa, misteriosa, 
Valicate le porte 
De la feconda morte, 
Una florida e nova creatura 
Kompe dal sen de le scomposte forme, 
Però che la Natura 
Si rinvergina sempre, e mai non dorme. 

V. 

E che per te soltanto 
Non tornili più la pia 



1AN r f'I PATRII. 287 

Mitezza e i fior d' un glorioso aprile, 

Anima del mio canto, 

Mio dolente e gentile 

Amore, Italia mia? Oh! le solenni 

Primavere dei popoli son lente 

A rifiorir. Ma eterno 

E implacabile è il verno 

Che ti flagella, antica penitente. 

E, a questi dì, per ultima sventura, 

Vedi siccome cascano dal sacro 

Albero de la vita, 

Quasi poma da pianta illanguidita, 

Su' tuoi giardini, i rari 

Che ti restavan grandi cittadini. 

E ad inasprir V affanno 

Non si vede spuntar dai rami avari 

Nuovi germogli a ripararne il danno. 



VI. 



Ahi misera! da secoli tu sconti 
Quell' immortai peccato * 

D' aver manifestato 
Quanto valevi al mondo. 
Onde le genti n' ebbero spavento 
Con crudel gelosia. Però dal fondo 
De le barbare patrie ad una ad una 
Corsero all'Alpi, e ti gittò ciascuna 
La sua pietra sul capo ; e t' àn lasciata, 
Come adultera antica, lapidata. 
Era vergogna e rabbia 
Per i ceppi latini ; era un selvaggio 



CANTI PATEII. 



Saturnale di servi, 

Che ne la giovami forza brutale 

Passandoti sul grembo e su la testa 

T' anno solcata a strisele di sterminio, 

Come per lunga riga di campagne 

Fa, lanciata dal vento, la tempesta. 

Tu fosti allor in prima 

Una ruina ; poscia un monastero ; 

Indi un' arena di battaglie, e un nido 

D' insuperabil arte : or corre il grido 

Che tu sia un cimitero. Oh ! ma da questi 

Campi di morte, ignoto 

Mondo scoprendo e veritadi arcane, 

Tu non di meno la maggior porgesti 

Mèsse di genio a le famiglie umane. 

Ma da queste ruine 

De le tue varie Ateni, 

Or di gioia temprato, ora di pianto, 

Stupendo sempre ascese 

De' tuoi poeti il canto. 

Ma, somigliante al passero solingo 

Che dai petrosi monti 

Spande* sue note a consolar le valli 

Tacite e l' ora mesta dei tramonti, 

Qualche tuo nobil figlio 

Mandò sì dolci musiche e sì nova 

Virtù di melodie sopra la terra, 

Che ne allegrò le lagrime, e il severo 

Cammino dell' esiglio. 

E l' infimo straniero, • 

Che ancor ci violenta, 

Misero! anch' egli ostenta 

D' averti uccisa. Quasi 



CANTI PATR1I. 289 

La Penisola bella e il Vaticano 

Fossero diventati 

Una tomba e un altare, 

Neil' azzurra locati 

Solitudin del mare. 

Pure di quando in quando, 

Con aria di sospetto taciturna, 

Egli si affaccia, e trepidando osserva 

Se qualche cosa si agiti nell' urna 

De la povera serva. 



VII. 

Oh guarda pur, che un alito di vita 
Par che sollevi il seno 
De la immortai sopita: 
Par che le torni a rifluire al core 
L' antichissimo sangue 
Che tutte ancor le volge per le vene 
Le nobiltà terrene. 
Oh guarda pur eh' ei pare 
Da un lieve moto de la mano esangue 
Ch' ella vada cercando 
Per entro il buio dell'avello il brando. 
Però che come Stromboli fiammeggia 
Perenne in una breve isola sua, 
Tingendo a notte di color di rosa 
Il lido, la marina 
Tempestosa e le antenne 
Di veleggiante prua; 
Tal arde incorruttibile, perenne 
De la sua vita il lume 

Aleardi. \$ 



290 CANTI PATRI!. 

Alimentato da un' arcana forza, 

Che nessun nume di quaggiuso ammorza. 

E sopra le sue mille 

Floride ville, e su la 

Famiglia illustre de le sue cittadi 

Infaticata la speranza batte 

Novellamente V ala tricolore, 

Col previdente amore 

Dell' aquila che vola intorno al nido 

De' suoi giovani figli, 

Ch' educa al sangue, che prepara al grido 

De le battaglie, e a splendidi perigli. 



TRISTE DRAMMA. 



A TE, DONNA, CHE SAI. 



«Io ti amerò sempre. Ma tu, là nel regno dei 
morti, non Devere, ti prego, a quella coppa 
che ti farebbe obliare i tuoi vecchi amici. » 

Antica Epigrafe greca. 



I. 



E tu l' amavi : e, come due narcisi 
Raccolti ne la conca d'una foglia, 
Soli abbracciati, là sopra quel molle 
Sedile di velluto, assaporaste 
Ore di ciel che il ciel condanna. Assiso 
Egli a' tuoi pie con gli occhi insaziati 
Ti divorava. Con le molli dita 
Tu gli lambivi i morbidi capelli 
Lampeggiando di colpa; e pei notturni 
Silenzi non si udia che il celerato 
Battito di due cor. Sopra il cristallo 
Provocatore dell' opposto speglio 
Si dipingea quella esultante festa 
De le fibre ; e il color di melagrana 
De le tue guance, e il giglio de le sue. 
Tu guardavi, e languivi. I due custodi 
Angeli vostri in un rimoto canto 



292 CANTI PATRII. 

Inginocchiati, con le man su gli occhi 
Pregavano per voi. Oh ! invan sul vostro 
Giovin capo, lassù, per lo infinito 
Scendean tacite tacite le stelle 
La curva del ponente. Il vostro amore 
Nulla sapea di tenebre o di luce. 



IL 



Ei t' adorava ; e tutta volta il regno 
Di quel nobile cor ti contendea 
Una segreta, povera e potente 
Kival, la patria. Le smaniglie d' oro 
Di cento braccia profumate e aperte 
A un amplesso d' amore, un sol per lui 
Anello non valean de le catene 
De la misera schiava. Ed una notte, 
Mentre confuse tra le assurde fila 
De la vagante fantasia sognava 
L'Italia e te, che Dio fece sì belle 
E colpevoli ; ei fu tradito ; svelto 
A' lari suoi ; cinto di funi. Il carro 
Che traea quel magnanimo, passando 
Per la tua via, fé' tremolar i vetri 
Del loco ove dormivi. Irrequieta 
Ascoltando balzasti ; e poi la greca 
Testa celavi paurosamente 
Sotto le pieghe de' fragranti lini. 
E quella nota di supremo addio 
Che t' inviava il desolato, esclusa 
Dai verdi schermi de le tue finestre, 
Per 1' onde de la bruna aura moria. 



CANTI PATRII. 293 



III. 



Fra le paludi sorge una cittade 
Gagliarda e mesta. Il fiumicel che scende 
Da Valdisole qui le virgiliane 
Onde propaga in curva di laguna, 
Eiverberando i lividi fortini. 
Quivi la notte, allor che il mondo à pace, 
Allor che i rai de la infeconda luna 
Sopra gli stagni guizzano, ti pare 
Veder di larve battagliere 1' ampia 
Campagna popolarsi, e le insalubri 
Melme dei saliceti, e da la lunge 
Udir un canto funeral di voci 
Fiorentine che vien da Curtatone. 
Su gli erti spalti, ove passeggia muta, 
L' ode la scólta barbara, e 1' assale 
Un arcano terror de la imminente 
Kuina de F impero. Ivi nel fondo 
D' un baluardo l' amor tuo fu tratto 
Al deserto d' un carcere. Non pianse : 
Non pregò : non piegò : sulle annerite 
Pareti, al fioco lume che piovea, 
Con la consolatrice arte di Giotto 
Segnò il profilo de le tue celesti 
Sembianze; e da quel dì non fu più solo. 



IV. 



Spuntava un'alba gelida. Le nebbie 
Fumavano dal lago. In mezzo a un campo 



294 CANTI PATRII. 

Scellerato spingea le immonde braccia 
Un patibolo al ciel, quasi pregasse 
D' essere fulminato ; e una silente 
Siepe di plebe, in ira a Dio, fissava 
Coi mille occhi la fronte inalterata 
D' un morituro. Ei salutò l' Italia 
Serenamente.... Un turbine di nebbie 
Coperse il resto. A mezzo il dì dai vani 
Ad or ad or de le fuggenti nubi 
Usciva il sole a battere sul campo 
Deserto, su la fune orrida, su la 
Pendula salma d' un gentile ucciso, 
E su quel collo ahi ! livido, che un tempo 
Tu coprivi di baci. Un augellino 
Su la trave del martire cantava 
Scotendosi la brina. E tu dov' eri 
Allora, o donna ! che facevi ? quale 
Era il tuo cor? Io poi conobbi il sacro 
Loco de la sua fossa, e là una sera, 
Lungamente per lui, per gli oppressori, 
Per gli oppressi, pregai. Non anco, o bella, 
Era il precoce anemone sbocciato 
Su la sua zolla, che tu pur cantavi, 
Ahi ! rallegrata da un novello amore ! 



VERSI 

DETTI 

SULLE FOSSE DEI MORTI A CURTATONE E MONTANARA 

DA UN DRAPPELLO DI VISITATORI. 



Sante primizie d'ima santa guerra 
Cadute non indarno, 
Noi siam venuti da la vostra terra 
Irrigata dall' Arno, 
Da quella terra che di voi si vanta, 
Sante primizie d' una guerra santa. 

Pellegrini d'amor, siam qua venuti 
A visitar gli avelli 
Ove dormite ; a porgervi i saluti 
Dei lontani fratelli, 
Anzi di tutti gli Itali, risorti 
Mercè dei prodi che per lor son morti. 

Qua inginocchiati su le vostre fosse 
Che chiudon tanto affetto, 
Su queste zolle già del sangue rosse 
Che vi sgorgò dal petto, 
Preghiamo il ciel, perchè de' nostri figli 
La dolce schiera a voi si rassomigli. 



296 CANTI PATRli. 

Preghiamo il ciel che florida, gagliarda, 
Terribile ai nimici 
Torni e si serbi nella età più tarda 
Italia. voi felici 

Che non vedeste di Custoza il giorno, 
Né da Lissa l' ignobile ritorno ! 

Quando fiorisca nuovamente il maggio, 
Se lo consente Iddio, 
Noi rifaremo il memore viaggio. 
Or, senza pianto, addio 
piccioletta e splendida falange, 
Che sugli eroi si freme e non si piange. 



NOTE. 



( 1 ) Con le seguenti parole io accompagnava questo canto al 
mio amico V. Baffi : 

« Vi mando un lavorino di alcuni anni fa, scritto sotto gli 
» occhi d' Argo dell' Austria ; quando nel sospetto continuo di 
» qualche perquisizione in casa, bisognava scrivere venti versi, e 
» poi nasconderli in qualche buco, e poi, come più volte m' è 
» accaduto, non li trovando più, doverli rifare, o gittar il lavoro. 
» Nullameno a scrivere così, coi birri alla porta, col carcere 
» davanti, e' era, come spesso nei pericoli, la sua acre voluttà, 
» E ò gusto d' averla provata. 

» È canto inedito, e forse meriterebbe rimanervi : è un ri- 
» chiamo a' giuochi giovanili. È tanto salutare rinfrescarsi di 
» quando in quando l'anima entro a quelle innocenti memorie. 

» Non so se voi altri conosciate il giuoco del tamburino. Que- 
» sto è un arnese di assicciuole di faggio curvate in cerchio, 
» sulle quali vien tesa e assicurata da bullette una pelle di vi- 
li tello più o meno elastica e sottile secondo serve a battuta o 
» a rimando. Con esso si lanciano palle di sovatto, picciolette e 
» pesanti, colle discipline a un di presso che si usano nel giuoco 
» del pallone. 

» Da noi è comune. Molte ville, la festa, suonano di colpi. 
» Io ero, salvo la modestia, valentissimo ; e tuttavia che ne parlo, 
» mi pare di essere sbracciato, sudante sul piazzale, e respiro la 
» sventata aria dei vent' anni. Oh allora ero felice! Ora.... ora vi 
» mando questi versi e un saluto di cuore. 

» Il VOStrO A LEARDI. » 

( 2 ) Il Pastelo è il monte, alle falde del quale si distende al 
sole, Tempe veronese, la Valpolicella. Povera valle con le sue 



298 



NOTE. 



uve malate, coi bachi malati, cogli austriaci sani.— In un Carme 
che per ragioni amare non vedrà mai la luce, io dicea : 
« povera valle! 

Ella che un dì da le feconde chine 

Là del Pastelo mi rendea sembianza 

D'Itala Sulamitide, su letto 

Di fiordalisi e di gaggìe posata; 

Or mi parea mendica orfana scarna 

Seduta in solitudine sui nudi 

Marmi del monte, che chiedesse a Dio 

La carità d' un grappolo, e d' un filo 

Di seta. — E Dio gliela negava. — E il turpe 

Alemanno venia caracollando 

A rapinarle 1' ultimo suo pane. » 
Il Pastelo guarda a mattina la Valle di Fumane, e forma a 
sera, da Volargne a Rivoli combattuto, la parte più selvaggia e 
grandiosa della Chiusa dell'Adige. Dalla vetta a mano a mano 
scendendo verso mezzogiorno si trovano sul suo fianco il paesello 
di Monte, e quel di Mazzurega; qui, a forza di cavare strati di 
pietra pei lastrici delle venete città, v'ànno dei monti perforati 
in guisa che ti danno immagine di superbi e tenebrosi ipogei 
con vaste sale divise da enormi pilastri. Quivi nacque Bartolom- 
meo Lorenzi, gentil poeta, che abbandonata la fugace gloria dello 
improvvisare, cantò in nobili ottave la Coltivazione dei monti.— 
Onesto prete, ei dorme accanto la sua alpestre chiesetta cinta di 
prati declivi. — Poi viene San Giorgio, dall'ardua e ingannevole 
salita chiamato Ingannapoltrone, bello di posto aereo, di lapidi 
romane, di monumenti longobardici; e giù alle pendici Garga- 
gnago visitato da Dante. — Ma la poesia di questa terricciuola se 
la condusse via quasi tutta la Contessa Nina Sarego Allighieri il 
giorno che volse a Bologna, sposa al Gozzadini. — Poscia a occi- 
dente il mio bel Sant'Ambrogio; dove villeggiavi, e così presto, 
poverina, morivi, Musa delicata, Caterina Bon-Brenzoni, salendo 
a quei Cieli, che così splendidamente avevi cantati: e più disco- 
sto Castelrotto del mio illustre e infelice fratello d' anima e di 
studi, Cesare Betteloni; e più in là ancora Novare così caro al 
Pindemonti. — Paesetti tutti ricchi di marmi, lieti di vini, di 
frutta, di fiori ; sacri a me per soavi e meste memorie. 
Questa pare la valle dei poeti. 

( 8 ) Ognun conosce i selvaggi macelli di Galizia provocati dalla 
politica iniquamente ipocrita dell' Austria. 

Il giuoco istesso dello aizzare il villano contro il signore, vo- 
lea, la scellerata, tentare nelle nostre bande : ma la non bestiale 
indole de' nostri campagnoli sventò la trama bestiale. 



I SETTE SOLDATI. 



GIUSEPPE GARIBALDI 



ALEARDO ALEAEDI. 



I SETTE SOLDATI. 



■ CANTO. 



tedesco 

Giusto giudicio dalle stelle caggia 
Sovra '1 tuo sangue, e sia nuovo ed aporto. » 
Dante, Purg. canto VI. 



I. 



Ecco la valle : io la ravviso, tetra 
E uniforme ; deserto 

Passaggio in mezzo a due schiene di monti 
Ardui, che sempre ignora 
Le rose dell'aurora e dei tramonti. 
L' imo ne solca un fiume ; astori e nebbie 
Ne solcan P aure. Una turchina spira 
Di fumo, eh' esca da abituro umano, 
Per quanto l'occhio gira 
Tu cercheresti invano. 
Pria che vi fosse questa gran miseria 
Di servi e di signori, 
Di tormentati e di tormentatori ; 
Questa follìa di popoli devoti 



304 I SETTE SOLDATI. 

A la bugia di mille sacerdoti, 

Trafficatoli di paure arcane 

De la tomba e di Dio ; sotterra un foco 

Intimo scosse il loco; e da la china 

Giù de' monti piombar quelle infinite 

Enormi pietre che ti vedi innanti 

Bianche, diritte, come 

Tumoli di giganti. 

Con pie veloce per sospetto vola, 

Se passa tuttavia, la mandriana 

Che, tratto tratto, a salti. 

Ode fischiando ruinar la frana 

Dei lividi basalti ; 

Ode e asseconda con tremante voce 

Il segno de la croce. 

Ogni eminenza dopo la procella 

Versa per cento conche 

In curve e fuggitive 

Cascatelle il soverchio de la piova: 

Suonano le spelonche 

A la cadenza di frequenti stille : 

Brilla l' immenso verde, 

E tutta di vaganti iridi piena 

È la silvestre scena. 



IL 



Pur quando all' aure pronube d' aprile 
Di requie impazienti 
Fremono i germi in grembo a la Natura 
Che in pompa si riveste 
Per le nozze imminenti ; 



I SETTE SOLDATI. 305 

E per la terra, e per il cielo spira 

Quello indistinto fàscino d' amore 

Che scorre per le fibre a le fanciulle, 

Pei calami del fiore, 

E forse per le stelle : 

Anche quest' erma valle e queste brulle 

Bocce si fanno belle 

D' un lor riso severo. 

Lungh' esso il fiume in su la -tersa ghiaia 

Manda il pivier la gaia 

Nota di sposo. Ai piedi de le selci, 

Coronate di felci, esce il ciclame 

Profumando ; e la vite 

Selvatica diffonde 

Lontanamente i balsami rapiti 

Dal venticello eh' alita sull' onde. 

Nasce, amoreggia, e muor tra le dorate 

Selvette tenùissime dei muschi 

Un mondo di viventi atomi, a cui 

Sembra una stilla di rugiada un lago 

E per girare intorno 

All' orbe immenso d' una margarita 

Consumano la vita. 

Fino ai colubri appigliasi 1' arcano 

Assillo dell' amor. Sbucan dai covi 

Cinti di rovi al sol meridiano, 

Avviandosi ardenti al consueto 

Loco dei cento talami. Costretti 

Ivi in beata voluttà di spire 

Mettono un fischio languido ; ed il sole 

Coi raggi indifferenti 

Feconda a un tempo il tossico ai serpenti, 

L'olezzo a le viole. 

Aleaudi. 20 



306 I SETTE SOLDATI. 



III. 



E un dì passai per questa valle. L'alba 
Illuminava d'una luce scialba 
Le declivi boscaglie; e in ciel languia 
Il curvo filo de la stanca luna. 
Quivi a lungo, poc'anzi avea ruggito 
Una battaglia disperata e santa 
Tra i figliuoli d' Italia 
E lo stranier : una vendetta allegra 
De la schiatta latina. 
In vetta a una collina 
Guardai giù basso, e a la crescente luce 
Mi parve innanzi rinnovato il truce 
Spettacolo di Flegra. 
Oh quante genti fulminate ! quante 
Agonie disperate 
Ne la giovine etade 
De le speranze ! quanti fior di vita 
Bicisi da le spade ! 

Che amor, che generosi impeti, e arditi 
Proponimenti e lampi 
Di poesia spariti 

Là con quei cor, con quelle bionde teste 
Ne la fuga dei carri e dei cavalli 
Orribilmente péste ! 
E quanta folla d' anime immortali 
Che varcano le soglie de la morte 
Dai lor cari defunti inaspettate ! 
Simili a nembo di sinistri augelli 
Che ratto migri ai nidi oltramontani, 



I SETTE SOLDATI. 307 

Volaron le novelle 

Crudeli, e dai moravi 

Ai campi transilvani 

Sorse un gemito d' avi, 

Un singhiozzo di madri e di sorelle 

Diserte. E cento acuti 

Archi di stranie chiese 

Brillar di torce funerali, accese 

Per la pietà dei poveri caduti. 

Quivi frattanto, senza onor di tombe 

Ai venti abbandonata e a la rugiada, 

Giacea questa ecatombe 

Di servi de la spada. 

Essi eran morti udendo il trionfale 

Suon dell' itale trombe, 

Beffardo ultimo vale : 

Quando che sia risorgeranno al tócco 

De le angeliche squille, e forse ancora 

A quel sùbito suono 

Dubiteranno d' essere inseguiti 

Dall' itala vendetta 

Lungo gli eterni liti. 

Poi che né pur la pace de la fossa 

A spegnere non vai 1' odio compresso 

Che contro 1' oppressor nutrì Y oppresso. 



IV. 



Dentro al mio core s' era fatto un grande 
Buio. Il più triste spirito dei carmi 
Agitava il poeta : 
L' italiano esultava, e l' uom piangea. 



308 I SETTE SOLDATI. 

Pure all'idea de le recenti e antiche 
Catene, e degl'insulti 
Da tre secoli inulti : all' empia vista 
Di quel popol di morti, affascinato 
Alzai la destra in guisa 
Di chi vuol maledir : ma a mezzo V arco 
Ella mutossi in man che benedice : 
E come ebro discesi 
Da la pendice al campo insanguinato. 
Colà in disparte parvemi la salma 
D' un caduto su 1' orlo de la riva. 
Pendea nel fiume la sinistra palma 
Che sospinta dall' onde 
Iva e rediva come cosa viva. 
Tenea con l'altra al core 
Un suo strumento nitido di bosso, 
Donde ei ritrasse in vita 
Pane e sorrisi, e note 
Di gentil melodia col sapiente 
Alternar de le dita. (')* 
« Povero onesto, io dissi, e chi di noi 
Offese i padri tuoi? 
Chi ti spinse a lasciar P esile aratro 
Sovra i piani dell' Elba? E non ti afflisse 
Abbandonar V immenso anfiteatro 
De la patria boema, a cui fan cinta 
La famosa foresta e le brillanti 
' Montagne dei Giganti? 
perchè non seguivi 
Ad animar con gli eredati suoni 
De le natie canzoni 

* Vedi le Note in fine del Canto, pag. 336. 



I SETTE SOLDATI. 309 

I convegni giulivi 

Del villaggio domestico ; e la vaga 

Danza che folta ti attendea, la festa, 

Tra mezzo a le fiorite 

Collinette di Praga? 

Come nel pianto abbandonar potesti 

La tua fanciulla, a cui dall' arpa ebrea 

Derivare apprendesti 

Nobili accordi con la man plebea? 

Povera bionda ! Intanto 

Ella di speme 1' avvenir ricama ; 

E per 1' amor d' un pane 

Va trascinando lietamente il santo 

Strumento dei profeti 

Per gli anditi indiscreti 

Di taverne profane. 

Ma poi che giunto all' Elba il picciol grido 

Sia del tuo fato, la vedranno a poco 

A poco dileguar ; così che in breve 

L'immondo ragno tenderà le reti 

Fra le disciolte corde ; 

L' arpeggiatrice dormirà nel prato 

Inugual del sagrato. » 



V. 



Io già come l'afflitto che cammina 
Favellando da sé. Quando lontano 
Appena un trar di sasso 
Contenni il pie dinanzi 
Un inclinato masso. 
Simile al gufo che il villano inchioda 



310 I SETTE SOLDATI. 

Là crocefisso al legno de le porte 

Per divertir non so che malefici 

Temuti de la sorte ; 

Tal qui giacersi con aperte braccia 

Vidi un supino fulminato al core. 

Al fosco lividore 

Del poco fronte e dell' obliqua faccia, 

Al crine irto, ai nodosi 

Lacerti disegnati 

Dai panni luttuosi, 

Io riconobbi un nato 

All' ardor di selvaggi abbracciamenti 

Sul giaciglio croato. Anime prave 

Che ricevono al fonte un odioso 

Battesimo di schiave : 

Intelligenze pigre 

Là giù nei lor materni antri alla caccia 

Degl' Itali educate ne le atroci 

Scaltrezze de la tigre: 

A cui ne la ferina 

Tragedia de le pugne unica Musa 

È la rapina. Ahi miseri, e non sanno 

Che insieme un dì ci leverem fratelli 

D' ire e d' affanno ! — A lui 

Insuperato nuotator non valse 

Fortificar i nervi incontra ai flutti 

Rapaci de la Kulpa ; (*) 

pareggiar nel corso 

Anelante i selvatici bidetti 

Aborrenti di morso; 

Ch' or non di meno, come inerte cosa, 

Ne la perpetua calma 

De la morte riposa. — 



I SETTE SOLDATI. 



Lungo un' erbosa riva che si perde 

Col pallido suo verde 

Neil' adriaca marina, 

Mena solinga a pascere la vacca, 

Util compagna e cara 

De la sua vita amara, 

Una gentil Morlacca. 

Quivi seduta senza trovar pace 

Riguarda al sol che tramontare accenna 

Oltra quel mar, da quella banda, dove 

Ne la deserta antichità si giace 

La nobile Ravenna. 

Poi s' alza ratta e un sùbito sgomento 

Le stringe il core, perocché le parve 

Sentir passar col vento 

Caldo, che soffia dal lombardo lito, 

Mista al lamento di cognate larve 

La larva del marito. 

Leva lenta le nari, e l' aure anch' ella 

La vaccherella fiuta, 

E con lungo muggito 

Il tramonto saluta. — 

Oh va', infelice ! gitta in mar V infausto 

Anel di sposa : la tua terra è ornai 

La patria de le vedove. Levate, 

donne, a schiere la canzon dei morti 

Per le serbe vallate. 

Misere ! e a voi non fia 

Né pur concesso lagrimar sull' erba 

Sorta dal sangue dei mariti estinti ; 

Però che tutti maledetti e vinti 

Giacquero sui pugnati 
Campi de lo straniero ; 



312 I SETTE SOLDATI. 

E il lor cenere è sparso ai quattro lati 

Del moribondo impero. 

Ite, o donne, coi macri orfani in collo 

Dinanzi a voi spiegando, 

Simbol d'immenso lutto, il funerale 

Stendardo giallo e nero : ite, e levate 

A mille a mille la canzon dei morti 

Per le serbe vallate. 



VI. 



Con tal procella di pensier che invano 
Significar con l' impotenti rime 
Si trova la pittrice arte dei carmi, 
Io m' innoltrai nel piano 
Vie più di membra mutile, di rotti 
Carriaggi sparso e d' armi. 
Era un silenzio pauroso. In questa 
Campagna dei sospiri 
Non sentivi un sospir. Pure un momento, 
Quasi ronzio d' insetto vagabondo, 
Mi parve udir maravigliando il lento 
Mormorare d' un salmo. L' inquieto 
Sguardo girai d' intorno, e vidi in mezzo 
A un denso rovereto 

Starsi un mesto, diritto in fra due morti. 
Le lunghe pieghe de la veste nera, 
L' onda fluente dell' intonso crine, 
I severi conforti 
De le voci latine 
Mi palesar che gli era 
Un ministro dell' ara. 



I SETTE SOLDATI. 313 

Ei non piangea : ma più del pianto amara 
Era 1' angoscia de lo scarno volto. 

10 m' appressai. Non fece 
Motto, e finì la prece. 

Poi senza pur guardarmi : rr Tu chi sei ? 

Disse ; che cerchi ? " — re Io mi son un, risposi, 

Che piange e canta ; e vengo 

A contemplar un' itala vendetta. " 

— " Or ben, soggiunse sospirando, nota 

Que' due caduti che mi fùr sì cari ; 

E se a nemico generoso io parlo, 

Ricorditi di lor, te ne scongiuro, 

Canta di lor che furo 

Grandemente infelici. " —Ed io guardai. 

Uno era biondo e bianco; avea la morte 

Dimenticato di coprirgli il fìsso 

Orbe de le pupille, 

Picciole e brune, come due granate 

De' suoi natii Carpazi 

Da un alito appannate. 

I mal contesti rami 

Dei crocei ricami 

Sui rozzi panni dell' azzurra veste 

Facean contrasto col candor di neve 

Dei lini, e de la breve 

Sua mano, e con la gemma 

Effigiata di non so che stemma 

Ond' era ornata. Avea per origliero 

11 fianco ancora tepido del suo 
Moribondo destriero, 

Tutto di spume livide e vermiglie 
Bruttato il crine, il largo 
Petto e l'inerti briglie. 



314 I SETTE SOLDATI. 

Agonizzando il nobile leardo 

Al trafitto soldato 

Volgea lo sguardo, quasiché volesse 

Chieder perdon di non lo aver salvato. 



VII. 

« Censo di boschi, seguitò quel pio, 
Censo di ville e vastità di prati, 
Dai rivoli fecondi 
Dell' Ipoli solcati, ( 3 ) 
Ereditò quel misero nascendo. 
Gioia di cacce, turbine di balli, 
Squittir di veltri, volo di cavalli 
L' accompagnàro al novo 
Affacciarsi nel mondo ; ove a tardarne 
Le facili procelle 

Guidavanlo i materni occhi, siccome 
Due domestiche stelle. 
Ma poi che con insoliti rintocchi 
A libertà sonò la vaticana 
Mentitrice campana, 
E dall' Ionio al Baltico, dal Ponto 
Al mar d' Atlante un grido 
Di sùbita rivolta 
Salì da venti popoli, comparsi 
In fantastica mostra 
Con armi antiche e con vessilli novi 
A la fervida giostra; 
Quando fùr visti rodersi ne' passi 
Scorati de la fuga 
Pallidi coronati impenitenti, 



I SETTE SOLDATI. 315 

E de le reggie per le invalse sale 

Tonò la liberale 

Canzone dei redenti ; 

Quando i colli vitiferi, e le lande 

Dell' ungarica terra 

Arser d' inclita guerra ; ei ne le vene 

Sentì 1' orgoglio d' esser nato in grembo 

A la patria de gli Ussari. De gli avi 

La sciabola brandì: pose sul core 

Il nastro tricolore : 

Su le spalle il dolman : balzò in arcioni : 

Verso il Tibisco insanguinò gli sproni. ( 4 ) — 

Là del Castel su la ventosa altana 

Stette a lungo la madre a benedirlo, 

Fintanto che cavallo e cavaliero 

Parvero un punto nero 

Ne la campagna. E da le interne corti 

Inquieti echeggiavano e lontani 

I latrati dei cani 

Che facean violenza a la catena. — 

Ei combattè. Ne la notturna pugna 

Al fiero passo di Branisco, i crini ( 8 ) 

Del suo corsiero, e l'ugna 

Stillar del sangue dei nemici estinti. 

Tra le carpazie rupi 

In galoppi silenti 

Volò su le recenti 

Nevi a inseguirne le fuggenti schiere; 

E dei roveti a le conserte spine 

Vide pendere a cenci le bandiere 

Dell' aquile assassine. 

In quelle notti che 1' assiduo lampo 

De le infuocate palle 



316 I SETTE SOLDATI. 

Illuminava di baglior sinistro 

I colli, i forti, il campo 

Ungarico, e la valle 

Benedetta dall' Istro, 

Notti selvagge onde tuttor si offende 

L'aspra beltà de la ritrosa Buda, 

Ei, lasciate le tende 

Oziose, e le indocili cavalle 

A scalpitar la paglia 

Fangosa de le stalle, 

Impugnato il moschetto, 

Nel più fitto salia de la battaglia, 

Demone giovinetto. 

L' ultimo dì s' inerpicò tra i varchi 

De le cadenti mura, in ogni canto, 

Per le vie, ne le chiese, e per le piazze 

Pugnando: e allor soltanto 

Posò, che vide il tricolor vessillo, 

Iride di vittoria, 

Brillar su le ruine 

De le squarciate case palatine : 

Allor si assise tra il tumulto e il pianto 

Sui ruderi tranquillo. 

Quivi deposto il volto in fra le palme, 

A la patria pensò : pensò all' amara 

Gloria de' morti ; e all' acre 

Ebbrezza degl' infranti 

Ceppi, in que' giorni di battaglie sacre. 

Sopra la rupe del castel di Buda 

Veder gli parve ritta in fra le cupe 

Nuvole degl'incendi 

Una cristiana Pallade magiara, 

Che, proteso lo scudo ampio, copria 



I SETTE SOLDATI. 317 

La vergine Ungheria. 

E dopo molte lune, 

La prima volta ei rise. — 

Pensò a la madre. Ahi ! sventurata. Invase 

Fùr le sue case ; e apparve in su la soglia 

Il giustiziero. La gentil ribelle 

Sentì infamarsi le patrizie terga ( n ) 

Dal vituperio dell' austriaca verga : 

E odiò la vita. E dato 

L' ultimo bacio a le atterrite ancelle, 

Sotto la pietra del sepolcro ascose 

Le membra vergognose. 

E dopo molte lune, 

La prima volta ei pianse. 



Vili. 

» Fra le ruine a lo improvviso, acuto 
Un accento sonò : " Sia maladetto 
L' imperadore ! " — et E sia ! " 
Interruppe il seduto. 
E vólto il guardo, scórse un giovinetto 
Con sanguinosa mano 
Una lancia d'Ulano, 
Che genuflesso in atto 
Di giubbilo, di rabbia e di preghiera, 
La gloriosa antenna 
Baciava dell' ungarica bandiera. 
Come sospinti da virtù segreta, 
Levarsi a un tratto e si abbracciar. Vent'anni 
Di feste insiem gioite, 
D' insiem patiti affanni, 



318 I SETTE SOLDATI. 

Come quel punto non avrieno avvinte 

Di tanto amor le vite 

Di que' due che giammai non s' eran visti. 

V a de' momenti in questo 

Tenebroso passaggio de la terra, 

Che in mezzo al turbinio dei sentimenti 

L'anima splende, e illumina gli arcani 

D' un' alma ignota che s' affaccia ; e a un punto 

La comprende, 1' attrae, l' ama, e contesse 

In un balen lo stame 

D' un immortai legame. 

Al patrio Dio rivolti ( 7 ) 

Giurar d' esser fratelli 

Uniti in vita, uniti 

Fin ne la tomba istessa: 

E come vedi, tenner l' impromessa. » — 

Ei tacque. E quel secondo 

Infelice guardai. Come era bello 

Il volto de la morta creatura, 

Ritoccato così da la sventura ! 

Un non so che di femminile uscia 

Dal languido sembiante, e da le brevi 

Onde del crine eli cotale un biondo 

Che nel color di cenere moria. 

Quasi cercasse un ultimo saluto, 

Verso il fratel tendea la man che sola 

Gli rimanea già tinta 

Di sepolcral viola. 

Poco da lui lontano 

Ancor da una vulgare elsa indivisa 

Giacea soletta un'altra man ricisa, 

E forse era la sua. — « Questi che guardi » 

Seguì quel mesto con rotte parole 



I SETTE SOLDATI. 319 

Qual di chi sta per piangere, e non vuole, 

« Questi a Tarnovo, la città funebre, 

Da antichi di Polonia avi gagliardi 

La sfortuna sortia del nascimento : 

E pur sin da la cuna 

Una corona gli arridea di conte. 

Ma non appena incominciò per lui 

Il gio vanii festino, 

In cui novizia audace 

La pubertà si piace; 

Truce conviva gli sedè di fronte 

Lo spettro di Caino. 

A que' dì da la Vistula a la Sava ( s ) 

S' era diffuso il fremito d' un verbo 

Eccitator, compreso 

Tra le famiglie de la gente slava. 

E nel lor cielo, che parea sereno, 

Di qua di là splendea 

Qualche improvviso liberal baleno. 

Come di notte stando a la pianura 

Vedi talor del monte 

Sopra la faccia oscura 

Di loco in loco vagolar dei lumi 

Che son portati, e par che vadan soli ; 

Non alt rimente là per quella immensa 

Vastità di contrade tenebrose 

Scorrevano facelle 

Di libertà, recate 

Attraverso reconditi sentieri 

Da non visti corrieri. 

Un' aura nova e calda di congiura 

Gonfiava a un tempo i veleggiane lini 

Del pescador flnlandico. e battea 



320 I SETTE SOLDATI. 

Sopra gV irsuti crini 

Del Cosacco selvaggio 

Lungo la riva, ove peccò Medea; 

Traendo in suo passaggio 

Kibelli mormorii da le campane 

Dei villaggi boemi, 

Note di sdegno in liberi poemi 

Dall' arpe lituane. 

E, magnanimo alfiere, 

Già uscia con lo spiegato 

Vessil de la risorta aquila bianca 

Il patrizio gemmato cavaliere : 

E apertamente con fraterna voce 

Intorno a se da gli ampi 

Predii invitava la mutabil plebe 

Curvata in su la croce 

Ereditaria dei sudati campi. 

Ma un livido canuto, ( 9 ) 

D' oro carico e d' anni e più di colpe, 

Con pupilla di volpe 

Vigilando scrivea ne la ferale 

Reggia de la tedesca 

Sodoma imperiale. 

Né de la penna intinta 

Nel sangue de la gente 

Posava mai insidioso moto. 

Ed era l' alma sua quasi morente 

Faro che guizza da un infausto porto 

In riva a un mare morto. 

Egli credeva, ghibellin fatale, 

D' aver sepolta viva, 

Come antica vestale, 

La libertà dei popoli, nel fondo 



I SETTE SOLDATI. 321 

D' un sotterraneo feodal di Vienna, 

Perch'ella in un immondo 

Dì fornicato avea con gli eloquenti 

Carnefici di Francia in su la Senna. 

E non contento all' aulico mercato 

Ch' ei fece in vita de le stirpi umane 

Rivendute a le Corti ; 

Prima di scender, celebre esecrato, 

Carcerier de le menti, in mezzo ai morti ; 

Pria d' affacciarsi al giudice divino, 

Volle sul fronte suggellarsi il turpe 

Marchio dell' assassino. 

Sottil velen di perfide promesse 

Stillò nel vulgo, il pravo 

Fango eccitando dei ribaldi istinti ; 

E patteggiato con lo scalzo slavo 

Il fiorin de la colpa, entro i palagi 

De' lor signori, con V acuta falce 

Scagliò i sedotti mietitori a infami 

Saturnali di stragi. 

Poscia seduto in su la piazza, in mezzo 

A lo sfilar de le funeree ceste, 

Con scellerata calma 

Ei numerò sopra la sporta palma 

Dei parricidi il piccoletto prezzo 

De le recise teste. 

E l' infelice che tu miri estinto 

Vide a que' giorni ladre 

Marre villane trucidargli il padre. 

Il sacro capo, simile ad un frutto 

Dall'arbore sbattuto, 

Rotolò su la terra, e fu venduto. 

E forse il cane, al lume de le tetre 

Aleafdi. 21 



322 I SETTE SOLDATI. 

Stelle, affannato vagando lambiva 

Su le rigate pietre 

Il sangue di colui che lo nutriva. 



IX. 



Queste parole di ricordo atroce 
Quel delicato pronunciò sommesse, 
Quasi temendo di sviar col grido 
De le memorie e l' ira de la voce 
Al limitar mal fido 
De la seconda vita 
Quel]' anima di fresco dipartita. 
E vòlto in mesta illusione al cielo, 
Come chi guardi e segua 
Cosa che sale e nel salir dilegua, 
In un sospir si tacque ; 
Né più si udì per la funerea valle 
Che il frangere dell' acque. 
Poi seguitò : « Congiunti 
Sempre pugnàro i due 
Bei cavalieri dove più riarse 
La titanica guerra. In su le sponde 
De la Vaaga montana ( ,0 ) 
Àmbi trovarsi in quel crudel cimento, 
Quando fùr visti rovesciar nell' onde 
I nemici, travolti 

In disperata frana. Oh! lo rammento. 
Dopo quel truce giorno a quando a quando 
Pei flutti sanguinosi 
Scendevano pietosi, 
Viluppi di cadaveri. Posato 



I SETTE SOLDATI. 323 

Su qualche testa lacerata un corvo 

Crocidando talor parea guidarla, 

Abborrito nocchier: mentre le polle 

Che una virtù di sotterraneo foco 

Calde dall' imo di quel fiume estolle, 

Spinte a fior d'acqua si scioglieano in bianche 

Colonnette volubili di fumo. 

A quella vista, involontarie il passo 

Fermavano le schiere 

Del vincitore : e da le ripe muto 

Con 1' arme e le bandiere 

Porgevano un saluto 

Religioso e pio : 

Che lor pareva in que' vapori erranti 

Gli spiriti veder dei trucidati 

Che salissero a Dio. 

Poi li trovai nell' ispida foresta 

D' Acse pugnare a lato (' J ) 

Fra tronco e tronco per angusto calle. 

Un'indefessa grandine di palle 

Mietea le vite al pari de le foglie : 

Tal che poscia al mattino uscia dal molle 

Suolo il rapido fungo, 

Tinto d' arcane lettere di sangue. 

E ne le sere, quando 

Era spento il fragor de la battaglia, 

Spesso li vidi scendere d' un salto 

Dai fumanti destrieri ; e a somiglianza 

Dei combattenti d' Attila, scagliarsi 

In un giocondo turbine di danza. 

Urlavan le canzoni ; 

Sonavano gli sproni; 

Eran tappeto l' aquile di seta 



324 I SETTE SOLDATI. 



Vinte e calpeste ; lampe 

I casolari in vampe; 

E testimoni a quel festin di forti _ 

Qua e là pel campo i cumuli dei morti. 



X. 



> Ma contro il dritto, la virtude, e il Dio 
Ungarico, la vile onnipotenza 
Del numero prevalse e il tradimento. 
Mendico imperiale, 
Lagrimando, la man perfida tese 
Il fanciul Lorenese, 
Chiedendo al boreale 
Sire la pronta carità di cento 
Mila Cosacchi, e 1' onta. 
Solcar le nevi, scesero dai monti, 
Lande varcàro e valli, 
Fèr su le travi dei deserti ponti 
L' unghia sonar dei sarmati cavalli 
Quei tetri servi ; e il cuspide piantàro 
De le lor lance freddamente in core 
Al moribondo popolo magiaro. — 
Saliva per la terza 

Decima volta il sol d' agosto al sommo 
Arco dei cieli, e con ardente sferza 
Batteva le profonde 

Fratte e i burroni del fatai Vilago ; ( 12 ) 
I grappoli di menes, e il Mariso 
Che travolgea nell' onde 
Sabbie dorate e lagrime di prodi ; 
Battea sull'uniforme 



I SETTE SOLDATI. 325 

Sconfinata pianura ondoleggiante 

Di mèssi, al par <T un oceano biondo ; 

Battea per la suprema 

Volta su le infelici 

Sciabole, e su le illustri cicatrici 

D' un esercito muto. Era il nefando 

Giorno del gran rifiuto. Era scoccata 

L' ora dell' onta, quando 

Patria, vessillo e brando 

Dovean cadere ai pie d' uno straniero. 

Poeta ! oh non fu mai giorno più truce 

Di quello così fulgido di luce. 

Passavano con plumbea ala gì' istanti, 

Siccome anni pesanti 

Sull' anima. Da mille 

Volti grondava a grosse e lente stille 

Pianto e sudore. Ognuno 

Sentia scavata sotto i pie la tomba 

Del proprio onore. Ognuno avria voluto 

Morir. In mezzo al funebre silenzio 

Uno scoppio improvviso 

Tratto , tratto s' udiva. Era un soldato 

Che taciturno con l'ultima palla 

De la sua carabina 

Fendeva il cranio de la sua cavalla. 

Talor per 1' aura nitida saliva 

Una riga di fumo : 

Era un drappello, che baciata in giro 

Piamente la santa 

Patria bandiera, lacera in ottanta ( 53 ) 

Combattimenti, la fidava al foco. 

Al prò' che 1' asta ne tenea, tremava 

La man che non avea 



326 I SETTE SOLDATI. 

Giammai tremato ; e gli altri intorno intorno, 

In circolo fremente, 

Con l' occhio fisso e con la guancia smorta, 

Seguiano i guizzi e il cenere cadente 

Di quella nova morta. 

Fu chi rivolto a la vicina selva, 

A un rovere le sciolte 

Briglie, gli arcion, le offese 

Armi, 1' assisa, e la speranza appese ; 

E seminudo su le ignude groppe, 

Col cibo d' una ghianda, 

Con la sua frusta gloriosa in pugno ( u ) 

Tornò libero figlio de la landa. 

Fu chi dell' onta impaziente, al petto 

Drizzò la bocca del fedel moschetto; 

E, dato col pensiero a la lontana 

Madre, che 1' attendea, 1' ultimo addio, 

Tornò libero a Dio. 

E al traditor, che torbido le file 

Cavalcando radea, spruzzò sul fronte 

Una goccia di sangue del tradito. 

Arturo, Arturo ! tutta ( 15 ) 

La rapida ed eterna onda dell' Istro 

Da quel segno sinistro 

A lavarti non vale; 

Poi che l' infamia ormai su lo aborrito 

Campo di Ieno a te pose nel dito 

H suo vipereo anello nuziale. — 

Tramontò il sole, e 1' Ungheria. Sul piano 

.Solingo, su la bruna 

Selva, e le ville, tutta notte rise, 

Come beffarda maschera, la luna. 



I SETTE SOLDATI. 327 



XI. 



» E il tradimento rinverdì la pianta 
Selvaggia del patibolo che cresce 
Nei giardini. d'Asborgo. Era nel tempo 
Dei novi geli, quando 
Da la mia terra a schiere 
Repubblicane parton le cicogne 
Abbandonando il culmine dei tetti 
Ospitali, dal fido 

Lor nido benedetti. Era un mattino : 
E a me che un colle discendea sui primi 
Albór, già si pingeano in lontananza 
D'Arad le torri, il vallo, il rivellino, 
E lungo il vallo non so qual sembianza 
Di palchi eretti, e di scavate fosse. 
Ma poscia che il crescente 
Raggio si tinse d'un color di rame, 
Tutta m' apparve all' atterrita mente 
Scoverta 1' opra de la notte infame. 
Eran tredici tombe : era un filare 
Di nove forche. Il frale ( ,6 ) 
D'otto martiri, ormai livido e nero, 
Pendea dal trave. Un' ultima figura 
Lenta salir le desolate scale 
Vidi, e una corda, e un fiero 
Dibattimento di convulse forme. 
Gli altri dal piombo fulminati, in terra 
Giacean come chi dorme. 
Qual dianzi sparite 
Eran dall' orizzonte 



328 I SETTE SOLDATI. 

Scintillando le Pleiadi consorti, 

Tale passava splendida e col fronte 

Sereno quella Pleiade di forti 

Vincitor di battaglie. 

E da due lustri un popolo tradito 

Ne veste le gramaglie. 

Ora in quella silvestre 

Santa Croce là giù dell' Ungheria 

Posano sotto un campo di ginestre, 

Senza pietra, confusi 

In una gloria, e senza accanto il brando, 

Il giudizio di Dio sul coronato 

Carnefice aspettando. » — 

Qui 1' evocata vision feroce 

Gli soffocò la voce. Indi sui due 

Dolci defunti raccogliendo il guardo : 

< Questi, soggiunse, il nome 

Non anco illustre, e la novella etade 

Da la fune salvar ; ma fùr dannati 

A perpetui soldati. > 

Poi, quasi un novo e splendido ricordo 

Passasse a voi per quella anima offesa, 

Seguì sclamando con parola accesa : 

« E tu, Sandor, perivi, ( ,7 ) 

Dei carmi favorito e de la spada, 

Mentre l'arco de gli anni e di fortuna 

Poetando salivi. 

Verga gentile d'albero plebeo, 

Tu la natia favella, 

Che non à madre, che non à sorella, ( l8 ) 

Ai virili educasti 

Metri di guerra, rustico Tirteo. 

Ove n'andasti che non torni? Siede 



I SETTE SOLDATI. 329 

Sul letto nuzì'al la giovinetta 

Tua vedova che attende ; 

Tra le candide bende 

De la cuna bisbiglia 

L'angiol recente de la tua famiglia. 

Vieni. Per te le belle 

Figlie de la tua landa 

Sfidando i delatori 

T' intrecciàro ciascuna una ghirlanda 

Di tre colori. — Ahimè, la patria ignora 

Perfin la zolla, dove 

Inginocchiarsi a piangerlo ! Cadea 

Forse in battaglia. Forse 

Ne le notturne insidiate corse 

De la sconfitta sanguinando, immerso 

Dentro un padule transilvano, ai venti 

Diede il suo desolato ultimo verso. 

Forse un Cosacco, cacciator di vite, 

Incontrato lo stanco 

Là per quelle romite 

Vie, con la picca ne trafisse il fianco : 

E oltra passando il tartaro corsiero 

Col pie ferrato lacerò la santa 

Testa che tanto contenea tesoro 

D' inni venturi e tanta 

Carità di pensiero. 

Forse smarrito in una fonda gola 

Tra i sàssoni dirupi, anima sola, 

Quando quei truci abitator dell' alte 

Vette spiando del nemico i passi, 

Sui fuggitivi dirigean la furia 

Dei rotolati massi 

Quivi periva. A immagine del forte 



330 I SETTE SOLDATI. 

Paladino ferito in su le arene 

Fatali di Pirene, 

Forse egli pria de la solinga morte 

Chiedendo aita, il corno 

Disperato sonò : ma non V udia 

La esanime Ungheria. » 

Quel doloroso fé' silenzio, e al suolo 

Cadde pregando genuflesso : e forse 

La sua gentil preghiera 

Spiccando il voi, come divina cosa, 

Là giù in terra straniera 

Scoperse la segreta 

Aiuola, ove si posa 

L' afflitta fronte del civil poeta. 



XII. 

Senza saperlo io stesso 
Mi trovai genuflesso. E quando il vidi 
Già ritornato in terra col pensiere 
Dal viaggio del ciel fatto sereno, 
R Ma chi se' tu, gli chiesi, 
Che così onesto lagrimando parli? " 
Ei mi rispose : w Piccioletta istoria, 
poeta, è la mia. Io son Rumeno 
De la tua stirpe. Da latina gente 
Messa a vegliar con V aquile sull' Istro 
Il torbido Oriente, 
Per mille e settecento anni obliata, 
Usciron gli avi miei. Fra i sette monti 
Dei cavalieri Sederi io nascea, 
Dove Sandor cadea. Quivi pei boschi ( l£> ) 



I SETTE SOLDATI. 331 

Bruni di pini, e i nobili castelli, 

Sin da fanciullo V odio 

Vèr lo stranier m'appreser le ribelli 

Melodie del magnanimo Kaeoschi. ( 20 ) 

Dentro il cristal d' un lago 

Montano, azzurro, placido, profondo, 

Ch' era tutto il mio mondo, ove le stanche 

Onde riposa la spumante Aluta, 

Si riflettea con le pareti bianche 

La mia casa paterna. 

In mezzo a un prato i ruderi di un campo 

Del Dacico Traiano eran ricordi 

De la Cittade eterna: 

A' pie d' un colle V arabo sorgea 

Cippo d' un ottomano 

Col verso arcano e la falcata luna, 

Keliquie di quei dì, che al transilvano 

Brando ridea fortuna. 

Or da due lustri in quella onda turchina 

Si specchia la ruina 

Del mio nido natio. Poi eh' una sera 

Del Lorenese le fuggenti squadre 

Giunser là su, né paghe a la rapina, 

M' arser la casa, e il padre. 

Ahi ! sventurato ! Ed io, 

Come ogni cosa mi fu tolto in terra, 

Mi son rivolto a Dio." 

Disse, e movendo i passi 

Guardinghi in fra i cadaveri, cennava 

Con 1' addio de la man eh' io me ne andassi. 



332 I SETTE SOLDATI. 



XIII. 



Affrettando la via, come sospinto 
Da non so qual paura, abbandonai 
Quel campo seminato di sventura. 
E per novo sentier, che più veloce 
S' inerpicava al colle, 
Salendo mi pareva 

A quando a quando scorgere un feroce 
Lampo di riso balenar sui volti 
Dei barbari insepolti; 
E qualche man che livida sporgesse 
Con brancolanti gesti 
Tentando al mio passaggio 
D' afferrarmi le vesti. 
Quivi sull' erba ravvisai caduti 
A drappelli i devoti 
Cacciatori del Brennero; cui meglio 
Era inseguire col sagace veltro, 
Col mazzolino sul cappel di feltro, 
Pei nevicati vertici remoti 
Le retiche camozze ; e sull' aperto 
Verde dei prati fulminar le lepri 
Fuggendo uscite dai tentati vepri. 
Quivi giaceano con gli ambrosii crini 
Bruttati, ahimè ! di polvere i divini 
Battaglieri dell' Enno ; a cui fu gloria ( 21 ) 
Sul passeggiato lastrico sonoro 
Di fremente cittade 
Sbatter 1' acciar de le innocenti spade. 
Né li guardai. Ma in vetta 



I SETTE SOLDATI. 333 

Giunto dei colle, mi rivolsi indietro 
Ver quella forra che rendea sembianza 
D' un immenso feretro. 



XIV. 

Ormai si affretta al fine 
La maledetta secolar tragedia 
Fra le alemanne genti 
E le genti latine. 

Da le molte favelle, a cui V astuto 
Sire insegnò con diuturna insidia 
A ricambiarsi accenti 
D' odio e d' invidia, è per uscire alfine 
La parola d' amore. 
Iddio con immortali 
Caratteri di monti e di marine 
À segnate le patrie. All' opra sua 
Già troppo contrastarono gli avari 
Discernimenti, 1' àmbito, e la fame 
De' figliuoli d' Arminio. Ognun possieda 
Le sue tombe, e i suoi lari. Ornai son vòlte 
Le settimane del divin decreto 
Che per trecento afflitti anni dannava 
L'Itala stirpe a schiava. 
Ora è fatai, che per la terza volta 
Essa la sacra fiaccola raccolga 
Di civiltà fra i ruderi di Roma 
Sacerdotal sepolta ; 
E il suo seguendo nobile destino, 
Per ispirate vie, 
Maestra eterna, a le sorelle apprenda 



334 I SETTE SOLDATI. 

Libere, oneste, e nove 

Sociali armonie. 

È ver che ancora scalpita sul santo 

Sepolcro de' miei padri 1' esecrato 

Destrier tedesco ; e spasima tra V Alpe 

E il Po, tra il lago di Catullo e il mare 

Un ultimo Prometeo incatenato. 

Con scellerata festa 

Tuffa la moritura aquila il fondo 

Occhio e le penne de la scarna testa 

Ne le venete viscere : fumando 

Esce stanca, non sazia, dall' immondo 

Pasto; e, deterso il rostro ne la vesta 

Imperiai, mette un funereo strido. 

Eispondono da lunge 

I gloriosi portici deserti 

Del Sansovino, i templi epici, e il Lido, 

Che serba in su la grigia 

Arena tutta volta del tradito 

L'ione le vestigia. 

Ma numerati i giorni 

Son del tripudio. In folto ordine invano 

Col lor panno da morto per vessillo, 

Con la foglia di rovere sul crine 

Passan le torme dei perpetui Cimbri 

L' odioso confine. Ogni famiglia 

E una congiura : ogni città, Pontida : — 

Tempesta la battaglia. Il derisore 

Dio de le fughe visita le file 

De gli stranieri, e il core. 

Vedo del combattuto Adige V urne 

E dell' Isonzo tingersi di rosa, 

E una danza di bionde 



I SETTE SOLDATI. 335 

Teste rotar pei vortici dell' onde. 

Vedo per tutti i valichi dell'Alpe, 

Come per 1' atrio de la nostra casa, 

Svolgersi il drappo de la mia bandiera. 

Vedo un ramingo che fu già ricinto 

Ne la sua torva gioventù di molte 

Corone, ire solingo. 

La logorata porpora nel fango 

Strascina, ove è trapunta 

Un' aquila defunta. 

Ora di tanti servi a lui rimane 

Il carnefice solo. Una condanna 

Giusta l' astringe a mendicar il pane, 

Al castello battendo e a la capanna 

Ov'è il figliuolo, a cui 

Fece appendere il padre. — Oh ! come è bella 

L' alba d' Italia. All' oriente ascende 

La sua limpida stella 

Col raggio che si frange in tre colori ; 

All' occaso la squallida discende 

Cometa de gii Asborgo. E da le vaste 

Terre e dai mari un cantico si leva 

Di vituperio e d' onta 

Per quella che tramonta. 

Pisa. 17 dicemlre 1860. 



NOTE. 



(') I Boemi anno una naturai attitudine alla musica, e però 
molti ne contano, e valenti, le bande musicali dell'Austria; le 
quali, quantunque roba nimica, bisogna confessarlo, suonano a 
maraviglia. 

( 2 ) Fiume della Croazia. 

( 3 ) Fiume dell'Ungheria. 

( 4 ) La Theiss, o Tibisco, è quel fiume ungherese, dietro la 
linea del quale si ripararon sulle prime i sollevati ad agguerrirsi. 

( 5 ) Fu a questo passo di Branisco, tenuto quasi insuperabile, 
che 1' eroico Guyon con 8000 nomini snidò e sterminò un bel 
numero di Austriaci. Nel cuor del verno giunti gli Ungheresi a 
quel passo, portando di notte per sentieri lubrici e nevicati i 
cannoni a forza di spalla, fulminaron dall'alto il nimico, e parve 
cosa maravigliosa. 

( 6 ) Tutti sanno come i generali austriaci abbiano in Ungheria 
fatto bastonare parecchie donne. 

( 7 ) L'Ussaro, specie di magiarismo incarnato, come à in pro- 
pri:» la sua lancia e il suo destriero, così vuol avere anche il 
suo Dio, il suo Magyar Isten, il quale non à da pigliarsi pen- 
siero delle grandi faccende del mondo, ma vive e regna nella 
sola Ungheria. A questo Dio paesano prega l' Ussaro prima di 
scagliarsi nella mischia. Petólì canta di questo Iddio con fìlial 
tenerezza. 

« Il tempo, grande fulminatore di popoli, ci avrebbe soffiati 
via, come granello di sabbia : 

» Questo Dio ci ascose sotto la sua ala, e 1' uragano è pas- 
sato innocuo sulle nostre teste. » 



NOTE. 337 

( 8 ) Ognuno conosce il grande movimento slavo che si svolse 
con fatale precocità nel 1847. Iniziato dalla nobiltà, fu mal com- 
preso dalle moltitudini, le quali eccitate dalle sorde méne del- 
l' Austria, e specialmente dai segreti emissarii del principe di 
Mettermeli, insorsero con ferocia selvaggia contro i patrizi be- 
nefattori. 

( 9 ) Il principe di Mettermeli, gran cancelliere dell' Impero 
Austriaco e cagione principale dei macelli di Tarnow. 

( ,0 ) LaWaag, fiume dell'Ungheria, su le cui romantiche sponde 
molto si è combattuto, offre una curiosa particolarità. In mezzo 
alla corrente fredda emergono qua e là polle d' acqua calda, che 
giunte al pelo lasciano evaporare colonne di fumo biancastre. 

(") Nella battaglia data presso la foresta d' Acs, gli Honved 
fecero miracoli di prodezza, cosicché gli stessi generali austriaci 
dovettero ammirare questa fanteria novizia, che si battea colla 
risolutezza indomabile dei veterani. Petòfì, che era degli Hon- 
ved, così cominciava un suo canto: 

« Niuno dopo Dio porta un nome più bello e più santo del- 
l' Honved. Quanto dovrò io fare per meritarmi questo nome così 
grande ! » 

( 12 ) Sulle sponde del Mariso, presso Arad, la pianura si eleva 
in facili clivi, dove spesseggiano i vigneti di menes, che si van- 
tano tra i migliori di quel paese: poscia a poco a poco si alza 
il monte, e si inselva. A due miglia dalla fortezza di Arad si ve- 
dono le ruine del castello di Vilagos, e fi vicino, in una villa fu 
stabilita la resa dell' armi che poi si compì nel piano tra Szollòs 
e Jenò. Furono 24,000 uomini e 144 cannoni che Arturo Gòrgey 
metteva in mano di Rùdiger generale russo. 

( IS ) Questo numero è attestato da Carlo Luigi Chassin, e tolto 
alle note di cui volle giovarlo mad. di M... per il lavoro che ei 
fece sopra Sandor Petòfì. 

( u ) Questa frusta, ben nota agli Austriaci, arma dei Czikos, 
mandriani e domatori arditissimi di cavalli selvatici, è composta 
d' un manico lungo due piedi e d' una corda di tre o quattro 
tese a quello attaccata per una corta catenella di ferro. La corda 
è divisa a certe distanze da palle di piombo : una palla più grossa 
e pesante pende alla estremità. Il mandriano, anche a galoppo, 
è sicuro di cogliere colla palla, agitando la frusta, nel punto 
prefisso, e colla fune sa avvolgere in ispire indissolubili cavallo 
o nimico, e trascinarlo a terra. 

( 15 ) Arturo Gòrgey. 

Aleardi. 22 



338 NOTE. 

( 16 ) Il 6 ottobre 1849, ad A rad vennero dal Governo austriaco 
condannati a morte tredici valorosi tra generali e ufficiali dello 
stato maggiore ungherese. Quattro ottennero la grazia « della 
polvere e del piombo. » Gli altri sulle forche. Così finivano il 
vecchio Aulich, il giovine conte Leiningen, al quale fu perfino 
niegata una lettera della sua giovine sposa la contessa Liska; 
Tòròk, Lahner, Poltenberg, il toroso Damjanic, Nagi Sandor, 
Knezich, Vecsey ed altri. — Poche battaglie vi anno nella storia 
che abbiano divorato tanti prodi generali quanto il mattino del 
(') ottobre. 

Le sono battaglie dell' Austria ! 

( n ) Ò voluto toccare di questo magnanimo Ungherese per 
amore, direi quasi di famiglia. Infimo, come io sono, fra i poeti 
civili, mi è caro propagare la gloria degli altri che sono grandi. 
Petòfi Sandor (Alessandro) nacque nella Cumania coli' anno 1823, 
in mezzo alla sua landa, alla sua Pustza, che tanto amò e cantò. 
Suo padre facea 1' oste e il macellaio: e forse il mestiere gli to- 
gliea di capire l'anima di suo figlio: ma ben la comprese la mesta 
tenerezza della madre. La sua giovinezza fu torbida e scontenta: 
scolaro indocile: compagno tumultuoso: gittò i libri, e buttossi 
al commediante: la quale arte gli procacciò pane scarso e amaro, 
e fischiate di molte. Corse la landa, mendico improvvido, can- 
tando e bevendo, e nelle Czarde ospitali facendo brindisi ai vini 
focosi e alle focose ragazze della patria; fu poi giornalista, e sol- 
dato, ma poveretto sempre. La sua impresa stava in questi versi: 
« Due cose mi occorrono, libertà e amore. Per lo mio amore do 
la mia vita: per la libertà l'amore.» Un bel dì s'innamorò di- 
speratamente d' una che vide morta: e celebrò, in canti intito- 
lati Foglie di Cipresso, questa sua bionda Etelka. La qual pas- 
sione per altro non gli tolse di metter fuori lo stesso anno 1845 
le sue Perle d'amore ispirategli da ragazze tutt' altro che de 
funte. Lavorava infaticabile, e quasi presago che Dio gli aveva de 
stinato poco tempo al lavoro. Scrisse poemetti e versi d' ogni 
sorta: fu il poeta popolarissimo e prediletto dell'Ungheria: cantò 
la steppa colle sue cicogne, i suoi zingani, i czikos, i banditi: 
cantò idilli, gioie domestiche, amori, e perfino le proprie nozze 
Giacché l'8 settembre 1847 egli sposò Giulia Szendrei: e fu beato 
e nella pienezza della sua felicità cantava: Mi sento un re. Se 
non che, fra le carezze della sposa, ei notava che la sua sciabola 
appesa alla parete della stanza nuziale guardavalo biecamente con 
occhio geloso, per la qual cosa nei primi dì delle nozze egli scriveva : 



NOTE. 339 

« Ma se a un tratto squillasse la tromba delle battaglie, se 
brillasse lo stendardo trionfale, a cui spasima il mio cuore, 

» Sul mio rapido cavallo mi lancerei nella mischia, mi con- 
fonderei cogli eroi, smanioso di consacrar la mia sciabola. 

» Che se il ferro nimico rompesse il mio petto, ora almeno 
alcun vi sarebbe che guarirebbe la mia ferita co' suoi bacie col 
suo pianto. 

» Se cadessi vivo nelle mani del nimico, alcuno saprebbe 
aprirmi la prigione; due begli occhi risplenderebbero nella mia 
tenebra. 

» Che se la morte mi cogliesse o sul patibolo o nella pugna, 
un angiolo, una donna desolata laverebbe il mio corpo con le 
sue lagrime. » 

Se non che la sua Giulia, bella creatura quantunque un poco 
loschetta, non avendo potuto trovare il suo cadavere per lavarlo 
con le sue lagrime, dopo alcuni mesi sposò il figliuolo dello sto- 
rico Horvath. 

Essa però gli aveva dato prima un figliuolo, immensa letizia 
di Alessandro, che gli volse alcuni versi i quali finiscono così: 

« Oh, che si possa dire presso al mio sepolcro, senza mettere 
un lamento: Lui morto, la patria non perde nulla. Nulla. L'anima 
di lui vive in suo figlio. » 

Ma già scoppiava la rivoluzione, e Sandor se ne fece il poeta. 
L'appello del grande lirico, del grande epico Vòvòsmarty era per 
ogni bocca, faceva battere ogni cuore: il padre di Petòfì, il po- 
vero macellaio quantunque vecchio e malato, pigliò in mano la 
bandiera tricolore, e fu alfiere d'una compagnia. Sandor volle 
far 1' agitatore, volle far 1' uomo di stato, si dimenò per essere 
rappresentante della nazione ; ma si accorse che non era il fatto 
suo: pigliò l'arpa e la sciabola che erano davvero il fatto suo, e 
combattè, e cantò. Cantò la patria, la libertà, suo padre bandie- 
raio, l'Honved, il suo Beni; eccitò, esaltò, satireggiò. Mandò una 
freccia allo stesso imperadore Ferdinando, chiamandolo Ladislao 
Ben-bene. Un' altra ne scoccò verso Francesco Giuseppe dopo 
invocati e ottenuti i soccorsi della Russia. 

« Tiranno maledetto, ei dice, tu prevedi ben fatale la perdita, 
dacché ti vendi a Satana, acciò ti salvi. 

» Ma, credimi, tu ài conchiuso un cattivo contratto : Satana 
non ti salverà; e Dio t'abbandona. » 

L'ultimo suo canto pare essere stato un brindisi audace, scritto 
appunto per la festa del giovine imperadore. Il valoroso colon- 
nello Alessandro Teleki lo trovò fra le carte dello stato maggiore 



340 NOTE. 

di Berci salvate dalla rapina dei Cosacchi nella sconfitta di Se- 
gesvar. Dopo alcune strofe, voltosi al Sire, esclama: 

«Che il presente il quale ti degni concedere a noi, dalbuai 
Dio ti sia reso più tardi : gli innocenti sono avvinti ai ceppi ; che 
i ceppi si avvinghino a' tuoi due "polsi. 

» Possa il destino accordarti tutta la felicità che il tuo popolo 
ti desidera. Che i demoni visitino i tuoi sonni, maestà, re degli 
impiccati. Che il tuo letto sia un braciere : che il tuo cibo sia 
róso dai vermi: che la tua bevanda sia il sangue de' martiri: che 
la tua scranna si muti in patibolo. 

» Che tu possa limosinare, come le migliaia de' tapini che tu 
derubasti. Giacché tu non fosti mai re dell' Ungheria, bensì il 
suo ladro, il suo assassino. 

s> E quando dopo una giusta punizione la tua anima alfine fug- 
girà dal tuo corpo, che il turbine sperdale tue ceneri; e invece 
d' una croce sulla tua tomba si levi una forca. » 

Colle schiere di Bem, che lo tenea carissimo e lo nominò 
maggiore sul campo, Alessandro si trovò il 31 luglio del 49 alla 
battaglia di Segesvar in Transilvania : nulla ostante prodigi di 
valore, l' immensa differenza del numero fece prevalere il nemico 
di modo che la rotta fu intera. Il generale venne raccolto esa- 
nime in un campo di maitz; ma il giovine poeta che fino agli ul- 
timi istanti s' era battuto al suo fianco, non si trovò fra i cada- 
veri riconosciuti: il suo nome non apparve sulle liste né dei pri- 
gionieri, né dei martiri: non lo si rivide più né in terra d'esilio, 
nò in patria. 

In un istante di balda confidenza egli avea un giorno cantato : 

ce Senza timore affronto la battaglia, non ò punto a paventar 
delle palle: so che la sorte sta con me; so che non deggio mo- 
rire; perchè io ò da essere colui che, abbattuto il nimico, à da 
cantare, o libertà, il tuo immenso trionfo, celebrando i morti, il 
cui sangue ti avrà battezzata. » 

Invece egli è sparito misteriosamente in mezzo al turbine, 
nel fiore de' suoi 25 anni: e invece eh' egli avesse a celebrar 
i suoi grandi, il verso d' un oscuro Italiano dovea cantar la 
sua lode. 

Chiedete tuttavolta un Czico della Pustza, un agricoltore di 
Keskemet, un pastor Séclero se Petofi è morto: no, per Dio, no 
vi rispondono: non è morto quel bravo figliuolo. È nascosto, lag- 
giù, in qualche loco; ben nascosto fra gente fida. Venga 1' ora 
della liberazione, e sùbito, all' indomani Petofi sarà con noi. 

E' sarebbe quasi ora che tornasse. 



NOTE. 341 

( ,8 ) È opinione che l'idioma magiaro non abbia parentela con 
gli altri di Europa. 

( 19 ) La Transilvania, il paese delle sette montagne, è come 
una immensa fortezza : è la Svizzera dell' Oriente. I Carpati a 
mezzodì la ricingono d'una muraglia gigantesca. Colà vivono i 
Sederi, gagliarda gente della famiglia Magiara. Erano i benia- 
mini di Bem. Il poeta patriota cantava di loro: 

« Il sangue del Sederi non è degenerato : ogni goccia è un 
diamante. » 

Colà vivono i Valacchi, gente Rumena originata dalle legioni 
lasciate sul Danubio dopo la strage Dacica da Traiano; e i Sas- 
soni gente alemanna che nella guerra del 48-49 ferocemente par- 
teggiarono per l'Austria. A ogni tratto in quelle contrade incon- 
tri castelli feudali, mine romane, e sepolcreti turchi, elevati fino 
dai tempi in cui il prode Uniade ne disfece pressoché 100,000. 

(*°) Rakoski è uno degli eroi più popolari che abbiano un tempo 
combattuto per la indipendenza ungherese. 

Un poeta magiaro cantava, nel 48: 

« Santo del paese, capo della libertà, brillante stella nel mezzo 
della notte, o Rakoski! come, al rammentarti, palpitano inostri 
cuori, e ci si gonfiano di lagrime gli occhi! 

» L' ora si appressa in cui si vincerà quella santa causa di cui 
tu fosti soldato. Ma tu sarai assente dalla vittoria: perchè non 
si può ritornar dall' avello. 

» Impugna lo stendardo. Che 1' ombra tua lo porti nelle prime 
file, come nelle pugne passate. Che la tua voce infiammi dall'al- 
tro mondo i difensori della patria ungherese. » 

Quando sull'aia di qualche czarda una banda di Zingani suona 
sul suo tagorato la marcia di Rakoski, che è come l'inno nazio- 
nale, un fremito patriottico coglie giovani e vecchi, donne e fan- 
ciulli, i quali, a seconda che si svolgono le melodie di questa 
lirica epopea, col viso manifestano e coi gesti la potente com- 
mozione dell' anima. 

( al ) Gli Austriaci di sopra e di sotto 1' Enno. 



CANTO POLITICO 

IN" MORTE 

DELLA 

CONTESSA MARIANNA GIUSTI 

NATA 

MARCHESA SAIE ANTE. 



AL 



VENTURO PONTEFICE 



ALEARDO ALEARDT. 



CANTO POLITICO. 



I. 



Così mesta e sicura 
Dove pensi di gire, o pellegrina? 
Volgi forse al paese de gli estinti, 
Che vedo apparecchiata 
Un'insolita vesta, e dei giacinti 
Tristi, e un lenzuolo e il legno de la croce 
Ch' è il bordone dell' ultimo cammino ? 
Or che scintilla il sol meridiano 
Sui tetti alti e il giardino, 
Perch' ài chiuse le imposte, e de la stanza 
In un canto lontano 
Si dibatte fra '1 buio un lumicino ? 



IL 



La vecchierella, antica di famiglia, 
Entra pian piano pallida, e bisbiglia 
Preci. Non so che cosa 
Prepara e piange e fugge frettolosa. 
Ma nel fuggir, sogguarda 



348 CANTO POLITICO. 

Te che con lei gentile 

Fosti sempre ed umana ; 

Sogguarda in aria di paura arcana. 

E tu giaci frattanto 

Tinta nel viso d' un color di perla ' 

Con la posa d' un Santo. 



III. 



Chi t' incalza a partir pel desolato 
Eremo de la tomba? Oh! ne gli avari 
Solchi, non dubitar, già caleremo 
Tutti a trovar quei che ne furon cari. 
Anco ti arresta un poco, 
Cortese mia. Serene 
Saranno e belle e senza alcuna guerra 
Quelle plaghe del ciel: ma bella pire 
E senza esempio allegra ora diviene 
Questa italica terra. 
Or non è tempo di morire. E tempo 
D' attendere e gioire. Or che 1' antica 
Eredità dai barbari contesa 
A la veneta gente 
Splendidamente Iddio vuol che sia resa. 



IV. 

anima gagliarda, 
Te il comune desir forse non punge 
Di vedere, in un dì che non è lunge, 
Fulminando volar da la lombarda 



CANTO POLITICO. 349 

Pianura all'Alpi, al mar, per una via 

Sacra, la gioventude 

Bella, tremenda e pia 

De le italiche schiere? 

E in fuga per i campi 

Le rotte orde straniere ? 

Non ti punge desio 

Di veder sul natio 

Suol luccicar le mobili selvette 

Dei possenti lancieri ; e per le apriche 

Nostre valli passar le giovinette 

File dei fanti che parranno antiche ? 

E dai vinti sentieri 

Sbucar di Veia e di Caprino, e al piano, 

Come vivente lava di vulcano 

Acceso dal destino, 

Scendere i bersaglieri? 

Arsi dal sol le fronti, 

Con F arme in pugno, con le piume al vento, 

Di polve e fumo, di sudor, di sangue 

Superbamente immondi, 

Ebri di gloria scendere giocondi 

Sposi de la vittoria ? 

E quel dire : S.on nostri ! 



V. 

Anima Italiana, 
A te che in core abomini gli avversi 
Figli selvaggi de la tramontana, 
Forse non tarda di veder la fine 
Del gigante conflitto 



350 CANTO POLITICO. 

Fra l' immortai diritto, e la tiranna 

Forza brutale ; e la costei condanna 

Ai vivi, ai morti, ai posteri bandita 

Da la voce tremenda 

D'un Re senza paura e senza menda? 

Bandita da le domite colline 

De la esultante martire Verona, 

Di mezzo a le ruine 

De le castella che le fùr corona 

Esecrata di spine ? 

Poi eh' è destin che nelP ausonia terra 

Alcuna guerra mai non si combatta 

Pe' suoi fati soltanto, 

Ma sì pei fati dell' umana schiatta ? 



VI. 



Volgon già dieci secoli che dura 
Con diversa ventura 
Questa battaglia tra il fìgliuol di Roma 
E l' ispido nipote 
Dei Nibelungi da la fulva chioma. 
Non è monte in Europa e non è valle 
Ch' echeggiato non abbia 
A la lor rabbia ; al rombo 
De le lor frecce ; al fischio 
De le lor palle. Tinsero F arena 
Di molti fiumi col febbril zampillo 
De la lor vena. I cento 
Clivi, i passaggi infidi e le boscaglie 
Dell' Alpi risonarono e del Jura 
De le trombe a lo squillo, 



C4NT0 POLITICO. 351 

Al frangersi dell' aste e de gli scudi, 

A le percosse maglie : 

E spesso in vece dell' odor dei fiori 

Si diffuse pei campi in lontananza 

De la polvere incesa 

La marz'ial fragranza. 

D' ogni città per le cruente strade 

Scintillaron le spade 

In truce lotta che parea fraterna, 

E invece era di due 

Famiglie avverse la contesa eterna. 

E tra il fragore e i colpi 

Dell' atroce duello 

Pareva udir per F aure a quando a quando 

Ir sibilando d' Attila il flagello, 

Il flagello di Dio. 

Or vinti, or vincitor giusta le tempre 

Dei rinnovati nervi, 

Ora signori or servi 

Que' combattenti arme mutar con gli anni, 

Mutar nomi ed affanni : ma fùr sempre 

Tuttavolta gli stessi : o li chiamasse 

Barbarossa, la gente, oppur Ottoni, 

Li chiamasse Ferrucci, 

Ovver Napoleoni; 

ne le regioni 

D' un arrogante olimpico comando 

Fosser detti : Ildebrando : 

in quelle de la libera parola : 

Savonarola ; o in quelle 

D' un cenobio ribelle 

Fosser detti : Lutero, 

Spartaco del pensiero. 



352 CANTO POLITICO. 

Pugnar, caddero, giacquero, e risorti 
Ricominciar. E i vasti cimiteri, 
Ove talor sotto la stessa croce 
Tinti di sangue riposar quei morti. 
Or con amara voce 
Vaterloo fùr chiamati, o Cavinana ; 
Or con nome divino 
Legnano o San Martino. 



VII. 

Ma v' ebbero dei vili 
Lunghi tempi servili ed impotenti 
Fin di lamenti, allor che V infelice 
Italia, alfier morente 
De la latina gente, 
Parve spirare, e giacque 
Immota ne la sua 

Cinta superba di montagne ed acque. 
Per una via di disonesti lutti 
Fu trascinata in j3ria. 
A le ignominie d' un Calvario novo, 
Flagellata da tutti 
I soldati stranier qui convenuti 
Come iene a ritrovo 
Di cadaveri. Poi tetre famiglie 
Di Regoli affamati, 
Roghi innalzando e palchi, 
Con la ragion dei falchi 
Si spartir le sue mèssi e le vendemmie 
E il tappeto dei prati. 
Ed ella, al par del coronato Ispano 



CANTO POLITICO. 353 

Che la ferì nel cor sotto Fiorenza, 

Con funerea demenza 

Si celebrò vivente 

L' esequie in Vaticano. 

Ella, privilegiata dei sublimi 

Ardiri de la mente, 

Indifferente l'anima commise 

Ne le cupide man d' un sacerdote ; 

Il qual fra le stupende 

Beltà dei monumenti, e i molli canti 

Di vati senza patria, e le famose 

Sculte o dipinte immagini di Santi, 

Fra i balsami e le. bende 

Artistiche la vittima compose ; 

E con bugiardi omei, 

Sparsevi su di Gerico le rose, 

Cauto si assise sul!' avel di lei 

Ch' ei ben sapeva che non era morta, 

Non già col sentimento 

Dell'angiolo dal bianco vestimento 

Per poter dire un giorno : ft Ella è risorta ; " 

Ma per vegliarne con pupille d' Argo 

L'egro letargo; il lento 

Metro spiar del core; 

Per soffocarne nel mistero il primo 

Fremito precursore 

Del suo risorgimento. 

I marinai che l' àncora a que' giorni 

Calar lungo il romito 

Paradiso dell'itale scogliere, 

Non altro avranno udito 

Uscir da la Penisola che il fioco 

Salmodiar di querule preghiere 

Aleardi. 23 



354 CANTO POLITICO. 

Mormorato da un popolo di larve ; 

E correre gì' immensi 

Piani dell' onde un suono 

D' organi tra Y odore 

Di nauseabonde nuvole d' incensi. 

Bensì talor surgea 

Di mezzo a le codarde sepolture 

Qualche anima possente 

Kicca di Dio, che ardiva 

Interromper que' biechi saturnali 

Sacerdotali, e quelle orgie divote 

Di carnefici in maschera di santi 

Piene di pianti; e maledir la rea 

Etade e i sacri filtri e le catene, 

Profetando le idee dell' avvenire : 

Ma pontefici e re subitamente 

Sovra le piazze de le cupe chiese 

Ergevano le pire, 

Spegnendo con feroce 

Argomento di fiamma 

La temeraria voce : 

E scagliando le ceneri del grande 

Visitato dal nume 

Sovra 1' onda d' un fiume. — 

Stridon le stipe: incede 

Da vincitor il martire : F erede 

Del santuario siede 

Sui ricchi pulvinari ; 

E 1' effluvio dei membri arsi, giocondo, 

Sale a le sacre nari. — 

Ma lo notava il mondo. 



CANTO POLITICO. 355 



Vili. 



E il folgore dell'ire 
Lungamente raccolte 
Scoppiò. — Son le rivolte 
GÌ' impazienti apostoli fatali 
Del pensiero di Dio, che si rivela 
Al pensier de' mortali. Irrequieta 
L'umanità viaggia 
Guidata dalla sua nobile stella 
Per una strada o florida o selvaggia 
Di monti aperti e di profonde valli, 
Tal che ora poggia, or scende, 
Ora sen va con sì confuso metro, 
Che par s'arretri, o che si volga indietro; 
Pur sempre ascende, attratta 
Ad una mèta di superba altezza 
Che i cieli arcani le assegnar, cui tende 
Con indefesso spasimo d' istinto ; 
Né mano di pontefici, né mano 
Di re, poveri tutti ! impediranno 
Quel viaggio di Dio. — 
Pendeva al fine il secolo eh' è morto ; 
Un plumbeo destino 
Sul gentile incumbea sangue latino. 
Lasso di sonni l'Italo pusillo, 
L'Ibèro nell'orgoglio 
De' suoi cenci seduto 
Sui gradini d'un soglio 
Monacale languia. 
Ma un fastidio magnanimo del vile 



356 CANTO POLITICO. 

Passato a un tratto accese 

L' impetuoso spirito francese, 

Che impugnato il civile 

Vessil segnato da le nove fedi, 

Solo e feroce infìsse 

La lancia inesorabile nell' idra 

Tenace del servaggio. 

Infuriando scrisse 

Dall' alto dei patiboli col sangue 

Patrizio gl'immortali 

Dritti all' uomo negati ; e con la prima 

Pietra di strage popolar vermiglia 

De la vinta Bastiglia 

Incominciò la rapida ruina 

De le gotiche reggie. 

Un fragore di franti 

Ceppi religiosi e feodali 

Corse a que' dì le terre ; 

E in mezzo a la tempesta de le guerre 

Titaniche, e a le lugubri eloquenze 

De le torve tribune, a quando a quando 

Pareva il tonfo udir de la ferale 

Scure di Robespierre. 



IX. 



Ma le scitiche rabbie e le tedesche 
Levarsi contro all' inclita rapina 
Di questa audace novità latina. 
Alleate coi turbini, coi venti 
E con le nevi de le lande algenti, 
Pugnar feroci e false, 



CANTO POLITICO. 

Pugnar congiunte e disperate, in fino 

Che un'altra volta Satana prevalse. 

I nostri padri videro ammirando 

D'una città sacra, fedel, deserta 

Sollevarsi le fiamme 

Ai cieli boreali, 

Come selvaggia offerta 

Di sacrifizio a Dio vendicatore ; 

Tingendo coi riverberi, presaghi 

D' un tramonto imminente, 

I popoli e il recente 

Trono dell' Occidente. 

I trionfanti pallidi raccolte 

Le avvilite corone 

Rotolate sui campi di battaglia, 

Convennero sul margine dell' Istro 

A concilio sinistro. 

Qui de le patrie soffocando i sacri 

Risorti entusiasmi, 

Qui de la tirannia 

Con l'infernal magia 

Evocando i fantasmi 

Del passato odiati in un' ebrezza 

D'onnipotenza, vollero dementi 

Abolire il pensiero, 

Catenar V avvenire : e si spartirò, 

Sconfondendo i penati, 

La mandria de le genti. 

E mentre tanta umanità piangea 

Mercanteggiata, un indecente scoppio 

Di risa inestinguibili scorrea 

Lungo gli orti e la chiesa unica, il doppio 

Colonnato e le sale del pagano 



357 



358 CANTO POLITICO. 

Kicinto vaticano. 

Come accosciate là sopra le nere 

Lastre di Delfo al tempio 

Le Eumenidi con gli occhi 

Semivelati, a guisa di pantere, 

Dicon che un tempo vigilasser l'orme 

Agitate dell'empio, 

Serve e superbe allor non altrimenti 

Le germaniche genti 

Vegliavano a la porta 

D' un imperio deforme, 

Custoditrici d'una pace morta; 

Mentre l'antico rettile d'Asburgo 

Rinnovando il martire 

Dell' inviso a gli Dei Laocoonte, 

Da la perfida reggia 

Avviluppava in tortuose spire 

Nobili schiatte, e ne suggea con dire 

Canne non mai satolle 

Il fior de le midolle. 

Molti così passàro anni codardi. 

Simili a lunga notte 

Non d' altro viva che d' alcune voci 

Di congiura interrotte ; 

Sin che il divino assillo 

D'Indipendenza i popoli rimorse, 

Traendoli a spiegar con violenta 

Sublime impazienza 

Dinanzi al sole il patrio vessillo. 

Quando un re capelluto, a cui le franche 

Rivolte avean raso le chiome, in muto 

Monastero sepolto, 

Si vedeva il cresciuto 



CANTO POLITICO. 359 

Crin prezioso che valea l' impero 

Novellamente scendere sul volto, 

Ei dal divoto carcere fuggendo 

Irrompeva all' aperto ; 

Dove talor dai rudi 

Guerrier levato sui ferrati scudi 

Riguadagnava il serto. 

Anch' essa Italia dal cenobio imbelle 

Del servaggio è fuggita. A la infelice 

Diseredata crebbero le chiome : 

E torna imperadrice ; 

Poi che i suoi forti con superba gioia 

La levàro in trionfo 

Sovra l' intatto scudo di Savoia, 

E la torbida larva 

De la Santa Alleanza in fra il rossore 

De le nordiche aurore 

Lungo il Baltico mare 

Impallidisce e spare. 



X. 



Or non è tempo di morir. T'arresta 
Un poco ancor nel tuo florido ostello, 
Anima onesta. E bello 
Quel poter dire: Io vidi grandi cose 
Ne la mia patria. È mesta 
Troppo la tua partenza a la vigilia 
Dell'italica festa. 
Or che 1' eterno amore 
De la natura fa tornare i fiori, 
Perchè partire, o fiore? 



360 CANTO POLITICO. 

L' orecchio, invece, nel silenzio accosta 

A terra. Di': non senti 

Lieve lieve dai colli e da le valli 

Venir verso Verona 

Un suon come di molte 

Péste uniformi d'uomini, e un confuso 

Scalpitio di cavalli ? 

Oh sono dessi i lungamente attesi! 

Senti ! senti ! Già parme 

Da le rapide mura udir le scolte 

De l'oppressore tramandarsi il verso 

Barbaro dell' allarme — 

Veder già parmi pei squarciati spalti 

L'impeto de gli assalti; e fiuto l'aure 

De la battaglia. Già la morte vola 

Da la fulminea gola 

Di mille bronzi. Un' ondeggiante zona 

D'acre fumo incorona 

Ogni castel che lampeggiando tuona. 

Con dubbiosa vicenda 

Arde pei suburbani 

Solchi la mischia orrenda. 

De la cittade a le deserte vie 

Giungon carri cruenti, 

Carichi d'agonie, 

Inaffiando di sangue i pavimenti. 

Sovra la soglia de le chiuse porte 

Qualche ferito qua e là caduto 

Sente appressar 1' acuto 

Brivido de la morte ; 

E volge il ciglio e l'anima a quel monte 

Che gli verdeggia a fronte, 

Forse pensando che oltra là, lontano, 



CANTO POLITICO. 361 

Avvi una dolce casa poveretta 

Ove V attende invano 

Una madre soletta. 

Da le torri eminenti 

E d' in sui tetti perigliosi, a gruppi, 

Pallidi cittadini 

Con gli occhi intenti, i crini 

Irti, coi pugni stretti, 

Con anelanti petti 

Assistono, guardando a la campagna, 

A quel giuoco selvaggio, ove una patria 

Si perde o si guadagna. 

Ma ormai distinta io sento 

Batter recata da non so qual vento 

L'ora del Fato. Lo stranier nei cieli 

E condannato. De' suoi morti il piano 

È coperto. Dell'Adige iracondo 

Sui vorticosi flutti, 

Avvezzi ai lutti, passano bandiere 

Lacere ed aste e vestimenta e salme 

Di fuggitivi che travolti al fondo 

Kuotan sepolti ne la mobil sabbia 

Con la lor rabbia. I liti 

Suonan d' intorno ai tremoli nitriti 

Dei cavalli feriti. 

Qualche infelice invan con moribonda 

Man disperata ai fragili s' appiglia 

Salici de la sponda. 

Altri affogando batte la funesta 

Acqua con palma stanca, e in un supremo 

Sforzo, come fa in mare 

L'augel de la tempesta, 

Erge la testa anche una volta e spare. — 



362 CANTO POLITICO. 

Ite, o stranieri, giù per le correnti 

Inesórate : e vi sien gravi V onde, 

Crudeli i corvi de la ripa, e i venti 

Marini. E tanti vi prolunghi il Fato 

Istanti ancor di vita, 

Che a voi mirar sia dato 

L'adriaco golfo, italo lago un tempo 

E in avvenir. Udrete 

Uscir là giù dall'Isole Br'ioni 

Misteriosi tuoni : 

All' istriano margine vedrete 

Nodi di fiamme e di sanguigni lampi, 

Come di cosa che sul mare avvampi. 

Quello è il navile imperiai che vola 

Dall'italico foco incenerito. 

Cade la notte. Dell' inutil Pola 

Kosseggia da lontano 

Lo scheletro gigante del romano 

Anfiteatro e il portuoso lito. 



XI. 

Ancor qua giù rimani, 
mia gentil ; vedrai novo ed insigne 
Spettacolo d'amor. È l'indomani 
De la vittoria. Non vi fu pupilla 
Veronese, a la notte, 
Visitata dal sonno. In ciel già brilla 
Il sol d'Italia. Prima 
Nostro non ci parea né manco il sole. 
Fuor d' ogni casa una festevol onda 
Sbocca di gente, e imbruna 



CANTO POLITICO. 363 

Le strade e i ponti, e inonda 

Le piazze. Altri s'aduna 

A chieder nuove: altri racconta i prodi 

Fatti di ieri, e fa piangere e piange. 

È un' ora gloriosa, 

Quando il delitto è un' impossibil cosa. 

Qual per incanto, la città fiorisce 

Tutta quanta a bandiere tricolori ; 

Le fanciulle dell' Adige nei giorni 

Schiavi le àn con gioconda 

Speme trapunte in emula congiura, 

Mentre udiano di fuori per F oscura 

Aria i villani passi 

De la tedesca ronda. 

Ora a le logge, a le finestre, ai merli 

Ondeggian de le torri in faccia al sole. 

Ma le campane ormai suonano a festa ; 

Le trombe squillan: entra 

Ne la cittade il Re. Passa la porta, 

Sorriso d' arte : e il suo corsier la testa 

Gemina e gli altri avanzi 

Dell'aquila pur dianzi smantellata 

Carolando calpesta. 

Col figlio a fianco, e i suoi gagliardi intorno 

Raggianti il volto di gentil baldanza 

Sotto un nembo di fiori, 

Fra una pioggia d' allori 

Il magnanimo avanza. Un plauso immenso 

Da la folla prorompe, e via si estolle 

Al Dio che vede e volle. Ei con la muta 

Eloquenza del capo 

Nobilmente saluta. — 

Emanuele, Re d'Italia, anch'io, 



364 canto Colitico. 

Non ultimo poeta, 

Un saluto t' invio. Certo mia madre, 

Santa com' era, divinando il figlio, 

Me al nascere di panni 

Tricolori fasciò. Sin da fanciullo 

Arsi d' Italia, e ne la diva morta 

Presentii la risorta 

Del Campidoglio. Né sotto l'infame 

Staffil stranier, né ai giorni 

Esuli, o su lo strame 

De le prigion col trave 

Del patibolo in faccia, oh no, giammai 

Non disperai. Tal che di fede ardenti 

Sempre uscirono i carmi, e non discari 

A le mie genti. Impavido cantore 

Pria di civil dolore, 

L' onesta arpa riprendo : 

Del mio nativo ostello 

Dico le glorie, e scendo 

Contento nell' avello. — 

Ma al suon di una guerresca melodia 

Già varca il Ke la via 

Fatta dal nuovo suo battesmo altera; 

Già varca i viscontei 

Archi adorni di pensili trofei, 

E sosta in mezzo a la superba piazza. 

Chi è ? che vuol ? che cerca 

Là, quella afflitta e pallida figura? 

Chi la sospinge a fendere la calca ? 

Fate largo, o giocondi, a la sventura. 

È una povera pazza 

Son quattro dì che a un ciglio 

Rimoto de le mura 



CANTO POLITICO. 365 

Una banda di teutoni soldati 

Le strascinàro il figlio, , 

Perchè l'Italia amò. Là ginocchioni, 

Bendato gli occhi, egli invocò sua madre, 

Misero! e non volea morir. Ma a un cenno 

Sei palle di moschetto 

A lui spezzàro il petto, 

Spensero il lume a lei dell' intelletto. 

Kiman sull' erba dell' iniquo campo 

Ancor de la sua mano 

Sanguinosa lo stampo. 

Or eh' ella udì gridar : « Viva Vittorio 

Novello redentore !» 

Vola supplice a Lui, perchè sul ciglio 

Eimoto de le mura 

Salga ed appelli il suo defunto amore 

A sorger fuore da la sepoltura. 

Cela commosso una pietosa stilla, 

E dell' Arena Ei sale 

Per le romane scale, ove 1' attende 

Come un cratere mobile di genti. — 

Martiri santi che entro là cadeste 

Non renitenti ai morsi 

De le tigri e de gli orsi, 

voi rapiti a la feconda e nova 

Sublimità de la cristiana idea, 

Se Dio nell'agonie, la visione 

Del velato avvenir vi concedea, 

Certo esultaste nel mirar quest' ora 

Trionfale dell'italo riscatto 

Che fatalmente maturar dovea 

A' rai de la divina - 

Crocefissa virtù di Palestina. 



366 CANTO POLITICO. 

E in vero, quella folta 

Di- popolo redento 

Nell'ambito raccolta 

D' insigne monumento, 

Quegl' infiniti cor che batton tutti 

Come un sol core, è uno spettacol degno 

Dell' occhio del Signore. — 

Ma chi son quegli arditi 

Mezzo vestiti di color di fiamma 

Che sbucan fuor da le marmoree valve, 

Qual da battuto ferro arroventato 

Schizzano le scintille? 

La gente ondeggia per mirarli. Salve, 

Leon di Caprera : ei son le illustri 

Reliquie de' tuoi Mille. 

Vostra mercè, 1' oppressa 

Nobile plebe, al par del re, possiede 

La sua porpora anch' essa. 

Forse è un presagio. Forse 

Il cielo la destina 

A diventar regina. 

Or se un uccello valicasse il sommo 

De la mole superba, 

Tanto è gremita, non potria vedervi 

Un picciolo fil d' erba 

Da farsi il nido. E pur sotto le tende 

De la loggia regale 

Veggo uno scanno, ove nessun s' asside. 

Chi 1' oserebbe ? GÌ' Itali fèr voto 

Solenne ne le loro 

Libere feste di lasciarlo vuoto : 

Però che quello è il loco ove dovrebbe 

Sedere il Conte, l'immortale assente, 



CANTO POLITICO. 367 

Che nelP urna di Sàntena riposa 

La testa gloriosa. 

E da quel loco che ti par deserto 

Forse non vista or gode 

L'anima del veggente 

Creata angiol custode 

De la novella gente. — 

Silenzio! Sorge da le quattro bande 

Modulata da innumeri strumenti 

La melodia del patrio inno, e pei cieli, 

E pei secreti portici si spande. 

Sorge il popolo anch' esso e in riverente 

Atto scoperto il capo, 

Qual per istinto con le mille voci 

Intuona una severa 

Canzon che par preghiera. 

E in un sublime istante 

L'anfiteatro in tempio si tramuta. 

Ma perchè mai sta muta 

In questo giorno la propizia voce 

Del sacerdote ? ed anzi per la chiesa 

Farnetica 1' offesa ? 

Perchè mai la celeste 

Eelig'ion de gli avi miei che nacque 

Consolando lo schiavo, ora ai redenti 

Nipoti maledice 

E ne abborre le feste? 



XII. 

Ma tu dal mondo col pensier fuggita, 
Sazia di vita, con le mani in croce, 



368 CANTO POLITICO. 

Tu non m' odi, Maria : 

Forse ti chiama di là su una voce 

Più forte de la mia. 

Tutto spira abbandono a te d' intorno. 

Su gli avori del cembalo si posa 

La polve neghittosa : 

I fior che furo tua delizia un giorno, 
Or che non v' è chi provvido li bagni, 
Chinano le corolle illanguidite : 

II capinero, che a le tue romite 
Ore compagno, teco 
Rivaleggiò nell'arte de le note, 
Obliato finì. Due giorni attese 

Ne la sua conca cristallina F onda : 

Con voce moribonda 

Chiamò, chiamò, ma niun F intese : ed ora 

Come in aereo avello 

Giace ne la sua pensile dimora. 

Ma poi che te non giunse 

A trattener F aspetto ed il singulto 

Dei figli a pie del letto 

Con disperato culto inginocchiati, 

risoluta, addio. Sali all' immensa 

Begìon di chi fu. Là troverai 

Qualche anima dal mondo dipartita 

Che mi fu dolce in vita: 

Parla ad esse di me. Di' lor, che mai 

Non le obliai : che nel mio cor v' è un loco 

Dato a le tombe: e sul mio labbro, al mesto 

Imbrunir d' ogni sera, 

V è un sospiro per esse e una preghiera. 

Là troverai fra solitarie stelle 

La madre mia. Sollecita a lo incontro 



CANTO POLITICO. 3G9 

Ti si farà chiedendoti novelle 

De le viscere sue. Dille : « L' àn fatto 

Molto patir ; l' àn tratto 

Dall'una all'altra carcere, fra i ceppi, 

Come un ribaldo. In pianto 

Soletto errò mordendo l'inferigno 

Pan dell' esiglio. Saldo 

Pur lo tenne il benigno 

Amor, la netta coscienza, e il canto. * 

Ma quando assunta al glorioso bacio 

Sarai del Cristo, anima di Maria, 

Kicòrdati d' Italia, 

E abbracciata la croce, 

Esci con questa voce : 

« Kedentore, io vengo 

Da la nobile e forte itala terra: 

La terra tua, però che là su un sacro 

Colle di voti e di laureti adorno 

La verginella Ebrea 

Che ti fu madre, un giorno 

La povera casetta deponea. 

Però che là tra i fasti 

Del lido tiberino 

Del sangue de' tuoi martiri fecondo 

Così sublime il tuo vessil levasti, 

Che fu segnai divino 

All'anime vaganti per il mondo. 

Ma ohimè ! una serva avara e frodolente 

Schiatta di gente che non ha famiglia, 

Là nel tuo santo nome 

Intenebra de' popoli la mente, 

Turba le fedi e i cuori, 

Il delitto consiglia 

Complice grida il verecondo cielo 

^LEARDI. 24 



370 CANTO POLITICO. 

De le sue vane e ruggini saette, 

Vuol leggere vendette 

Fra le linee d' amor del tuo vangelo : 

E la città dei sette colli è fatta 

La cittade dei sette 

Dolor. D' un vecchio infermo 

Gravita in testa il pallido triregno, 

Al par di tre diademi 

Di terror, di vergogna e d' anatèmi. 

Il successor di quello 

Che presse il pie sul collo umiliato 

Del più superbo dei superbi Svevi ; 

Il successore del levita audace 

Che tentò dominar popoli e regi 

Dal suo seggio di pace; 

Che fra le zone de le triple mura 

D' un feodal castello 

Tenne tre notti eterne di rancore, 

Ignudo i piedi, al gelo de le stelle, 

Supplice un alemanno imperadore 

Pria d'assentirgli un tiepido perdono 

Che gli ridesse il trono ; 

Il successor di tanti 

Inflessibili Santi 

Piange e si curva con ginocchia umili 

Davanti a le più vili 

Maestà della terra. 

Ke mendicante cerca 

L' obolo da lo illuso o dal tapino, 

Onde di poi si merca 

Il cavallo e lo stil dell' assassino ; 

Tal che di Pier la rete 

Vòlta è nel limo a pesca di monete. 

L' immacolato, il mansueto, il pio 



CANTO POLITICO. 371 

Stringe alleanza con l'iniquo e il forte, 
Deliba il vin del violento, e segna 
Fra le sacre cortine, 
Al divoto chiaror del Santuario 

I decreti di morte, 
Le stragi perugine. 

II Vicario di Dio fatto è vicario 
De lo stranier. L' altero 
Eoman patrizio sogna 

Una Koma tedesca ; 

L' italiano maledice al dolce 

Nome d' Italia. Il Sire 

Dell' anime divenne 

Servo a la gleba, e per due tristi palmi 

Di terra isterilita, 

Dei fratelli, dei figli e dei nipoti 

L' anima giuoca e la seconda vita ; 

Anzi che far lo splendido rifiuto 

Che gli aprirebbe le dorate porte 

D' un avvenir d' amore. 

Imbelle pescatore, 

La navicella che gli desti in sorte 

Fra i turbini del secolo avventura 

Per femminil paura 

De la sua ciurma cupida e feroce. 

Ahimè! Signore, ei diventò l'amara 

Croce de la tua croce. » — 

E tal parlò di fronte al Nazzareno 

La beata sdegnosa ; 

Poi rivolgendo un pio 

Malinconico addio 

Per gli abissi dell' etere sereno 

Al suo mondo natio, vide là dove 

Il Tevere si move 



372 CANTO POLITICO. 

Tra le mine come un serpe verde, 
L'insidioso Satana con l'ale, 
Largamente rotar sul tenebroso 
Tetto del Quirinale : 
Poi lo rivide in un balen, mentito 
Sotto le spoglie di stranier romeo 
Perdersi cauto, come chi congiura, 
Fra i cupi archi e le mura 
Frante del Coliseo. 



XIII. 

Vecchio infelice da la bella aurora, 
Dall' avvilita sera, 

Pio, tu désti una pietà profonda. 
Quanto mutato ! — Oh, ti sovvien quell' ora 
Che in faccia a una commossa infinita onda 
Di popolo esultante che piangea 
Ài benedetto l' itala bandiera ? 
Quello fu un giorno ! fu la più sublime 
Festa dell'alme. Ogni privato ostello 
Diveniva una chiesa. Ogni vascello 
Recava dall' esiglio 
Dei perdonati. Il pastoral valea 
Tutti gli scettri de la terra. Italia 
Era un inno: era tua. 
Chiamata da la lieta 
Voce del suo profeta, 
Ella balzò dal secolare avello 
Fanciulla audace, credula, dicendo: 
« Son qui, Signor, mi guida 
Ove ti piace. » Oh, niuno 
Nato di donna fu vicino a Dio 



CANTO POLITICO. 373 

Come tu fosti allora, o Pio ! — Gaeta 

Spense il profeta. — misero, che fésti 

Di quell'ora potente 

Da creator? Perdesti 

Una mortai battaglia 

Nel campo de gli spirti e de la Fede, 

E i vincitor ti fero 

Espiar con afflitti anni d'offese 

Lente e di vitupero 

Lo splendido peccato 

D'avere amato il tuo gentil paese. 

Impaurito all' opra tua, credevi 

Ai flutti comandar de la fatale 

Umanità che sale : 

€ Non andrete più in là. » Ma il flutto disse : 

« Dio mi prescrisse d' avanzar. » — Con 1' acqua 

Lustrai del tempio, e con la folgor sacra 

Tentasti indarno 1' albero novello 

Di Libertade inaridire. Il Cristo 

Pianse sul monte lacrime divine 

Àntiveggendo il fine 

Tetro e la fame e l'agonia selvaggia 

De la sua terra. Invece 

Tu dall'infame scoglio 

Di Gaeta ridesti, 

Quando vedesti ripiombar un nembo 

D' armi su la tua patria e di catene. 

E al tuo riedevi insanguinato soglio 

Schiavo tu pur, ma allegro 

Di rivederla schiava. 

Da quel giorno un' amara 

Discordia è sorta in ogni onesto core 

Fra i sentimenti e 1' ara. 

Iddio non vive ove non vive amore. 



374 CANTO POLITICO. 

Egli dal pervertito 
Aere del tempio e da le poltre celle 
Dei monasteri è uscito. 
Santificando l' oro e la sudata 
Dignità del lavoro, 
Ei venne ad abitar tra le sonanti 
Officine, e V arata 

Terra, e le navi, e le accampate tende 
Di chi col sangue la natal contrada 
All' oppressor contende 
Col moschetto pregando e con la spada. — 
sacerdote, i nostri 

Santi non son più i tuoi: le tue battaglie 
Non son le nostre. Appesa a le muraglie 
Dei domestici lari 
Noi veneriam, raccolta 
v Neil' itala coccarda 
La Croce Savoiarda, 
Come civil sorella 
Di quella de gli altari. 
E tu l' abborri ! — Le recenti nostre 
Catacombe divine, 
Ove cotanta carità fu spenta, 
Stan su le meste chine 
Di San Martin, nei fossi di Magenta: 
E tu le abborri ! — Ascolta. Ancor sei forte 
Perchè ti vanti, artefice di calma, 
Di serenar la morte, 
Di volgere la chiave 
De le immortali porte, 
Perchè con la soave 
Violenza dei preghi, 
Tu di', che sleghi 1' anime dei padri 
Oltre la tomba e de le dolci madri. 



CANTO POLITICO. 375 

Noi pur vogliam nei santuari stessi 

De' nostri avi pregar : noi pur vogliamo 

Benedetti dormir come in famiglia, 

Sotto i loro cipressi: 

Ma ancor vogliam la intera 

Patria che è nostra. Péra 

Chi lo contende. E ancor inulto e caldo 

Il cenere d' Arnaldo. Oh pria sepolta 

Nel buio fondo de le sue marine, 

Prima coperta da le lave ardenti 

De' suoi vulcan la cara 

Penisola rimanga, 

Prima che un' altra , volta 

De le sue genti l' unità si franga ! 

Pio, tu désti una pietà profonda ! 

Come un nocchiero che domanda aita 

Sopra 1' antenna d' un navil che affonda, 

Da la sublime cupola del suo 

Tempio con voce fioca, 

Straniero eterno, Ei gli stranieri invoca. 

Vede apparir sull' orizzonte i segni 

Profetici del tempo 

Che ai tre dannati regni 

Del Tevere, del Bosforo, dell' Istro 

Vanno annunziando V ultima sventura : 

Sente salir dal Vaticano un tristo 

Vapor di sepoltura, 

E repugnante invano 

In cor si vaticina 

L' ora e V angoscie de la sua rovina. 

Così non lo mertasse ! — 

Vecchio infelice, abbassa gli occhi, e mira 

Roma là giù. Fra i ruderi s'aggira 

Un popolo che freme 



376 CANTO POLITICO. 

Di vegetar sotto il tenace sguardo 

Del delator codardo, e non di meno 

Fabbrica stili de le sue catene ; 

Irride a la commedia de le oscene 

Tresche sacerdotali, 

E te saetta con la sua festiva 

Mordacità d'irriverenti sali. 

Mira laggiuso. Innumeri leviti 

Color di notte, principi vestiti 

Color di sangue, urtan con pie superbo 

Una plebe che à fame 

Di libertà e di pane, 

Da lor cresciuta inoperosa e immonda 

Accanto all' onda de le sue fontane. 

Di su, di giù pel tuo tarlato trono 

Inaccesso al perdono 

Uno sciame d' impure 

Cupidità s' arrampica, s' intreccia 

Fra le tenebre, come 

Usano i vermi ne le fosse scure. 

Il nido abbandonato 

Dall'aquile romane 

Un covo è diventato 

Di serpi oltramontane. — 

Vecchio infelice, or guarda a la campagna. 

Ella ti gira intorno 

Calva, deserta, come una maligna 

Fascia di solitudine e di febbri. 

Un ciel di foco, un suolo di gramigna, 

Un fiato d' aura immonda 

Di quando in quando alcuni archi travolti 

D' acquidotti senza onda : 

Qualche logora tomba 

Senza sepolti, uniche ombrie su prati 



CANTO POLITICO. 377 

Infecondi, pelati; 

Un filo di torrente 

Che striscia fra i giuncheti, e non si sente, 

Ove attorta, sui ponti, la ribalda 

Vipera al sol si scalda. 

Qualche buffala immota 

Lorda di mota con la testa bassa 

Musando guarda il vì'ator che passa. 

Un branco di selvatici cavalli 

Galoppando pei calli 

Arsi, solleva a nuvole la sacra 

Polve di venti popoli; la polve 

Più illustre de la terra. 

Ecco i pascoli pingui e le fiorite 

Aiuole di Virgilio ! ecco i giardini 

Dei superbi Latini! 

Vedi là quel drappel di viandanti 

Sollecito con V arme in su le spalle, 

Col zaino ai lombi, grave 

Di mortiferi piombi, 

Fendere al metro di scurrili canti 

La solitaria valle ? 

Quegli son gli assassini 

Che tu, sull'alba, ài benedetto, o Pio. 

Non dubitar, dimani 

Varcheranno i confini. 

Ahi ! sventura ! sventura ! 

Odo voce ridir, misteriosa, 

« Gli Iddii sen vanno. » Qualche grande cosa 

Certo qua giù si muore. 

Ritirati, Levita, 

Perchè con la tua livida figura 

Mi nascondi il Signore! 

Brescia, 15 giugno 1862. 



NOTA. 



Dimando scusa di questa nota che riguarda me solo solissimo. 
Pure la metto, perchè ognuno à i suoi orgogli, e anch' io ò il 
mio; quello, vo' dire, di non essere mai stato in vita mia né Ghi- 
bellino ne Guelfo, ma italianissimo sempre. 

E però non vorrei si credesse, che questo mio sdegno severo 
contro il poter temporale, e questa lancia che m' industrio di rom- 
pergli addosso, fosser cose nate da ieri ; fossero germogliate in 
causa delle recenti ribalderie del governo pontificio, o dello sto- 
machevole baccanale, che cardinalume, vescovume e forestierume 
festeggiarono, per 1' ultima volta, a Roma, di fresco. 

No. Per me queste le sono idee vecchie, che ò cominciato ad 
avere quando ò cominciato a pensare, e non mi sono lasciato 
cambiare né anche da quello stupendo sofisma del Primato. Anzi, 
un presentimento sempre mi disse di dentro, che prima di an- 
darmene dal mondo avrei veduto andarsene, in compagnia del- 
l'Austria, anche il regno dei preti. E così sia, che n' è ora. 

A prova di ciò mi è caro poter citare dei brutti versi scritti 
nei bei tempi della mia prima gioventù, quando ero in mezzo, 
per dirla col mio povero Beppe, alla baraonda tanto gioconda 
della mia buona Padova. Essi facean parte di un mostro che i 
miei amici ed io avevamo il coraggio di chiamar Ode. Ora code- 
sto mostro, parlando, al suo modo, di patria, di religione e di 
amore, ch'egli chiamava V Immenso t tripode, su cui La Poesia 
brillò, fra le altre perle conteneva queste due strofe: 
« Cantiam la Patria. E un gelido 

Silente cimitero; 

Ondeggia innanzi al portico 

Un drappo giallo e nero 

Lo affolla una miriade 

D' ombre di schiavi e re. 
Un uom dal seggio logoro 

Voglia le tombe ree, 

Sir di coscienze, pallido 

Imperador d' idee 

Tricoronato vantasi, 

Senza corona egli è. » 



NOTA. 379 

Le son quel che sono ; ma sarà anche Ja povertà di ventisei 
anni che sono scritte, e nondimeno sanno di oggi. La data pre- 
cisa non la saprei dire, perchè di quelle tante poesie, dopo fatte, 
non ne ò saputo più nuova. Ma i miei benedetti amici, che allora 
aveano quei benedetti vent' anni (dico dei vivi, perchè Dio me ne 
à tolti tanti!), ricordano e data e versi. I quali poi, chi li volesse 
vedere, anno da essere di certo negli archivi della polizia au- 
striaca, che tiene con materna inquieta sollecitudine conto esatto 
di tutto. La quale, mi ricordo, in quel tempo à avuto la bontà 
d' invitarmi da lei, per la sola onesta curiosità di sapere se ne 
fossi per caso 1' autore. Anzi d' allora in poi, non so perchè, ci 
siamo un po' rotti; e lo siam tuttavia. 



L'OBOLO DI SAN PIETEO. 



Allor che a Tebe un Faraon moriva, 
Lo si traea su luttuosa barca 
D' un picciol lago a la silente riva, 
Donde a le tombe Libiche si varca. 

Colà, secondo le opere commesse, 
Da le sue genti condannato o assolto, 
L' obolo ricevea perchè potesse 
Oltre passare ed essere sepolto. 

Quando rompea l'inesorabil Parca 
Il fil di greche o di latine vite, 
Le ignude ombre pagavano la barca 
Che le menasse a la città di Dite; 

E i parenti venian recando il mesto 
Cenere e le perpetue lucerne, 
E deponevan 1' obolo 'richiesto 
Dal battelliere de le ripe eterne. 

Oggi vicino al Tevere fremente 
Giace defunto un Grande incoronato, 
Che da la nova, adulta itala gente 
Fu con giusto giudizio condannato; 



382 l'obolo di san pieteo. 

E stuol di servi tenebroso e reo 
Pone ogni dì sul gotico feretro, 
Perch' egli paghi il nolo archeronteo 
L'obolo parricida di san Pietro. 



POESIE VOLANTI. 



POESIE VOLANTI, 



A MARIA WAGNER. 



Io non ti vidi mai, né forse mai 
In terra ti vedrò. So che sei bella, 
Che sei giovine e pia, 
So che rispondi al nome di Maria. 

E questo nome mi va dritto al core 
Per una morta che tuttora adoro ; 
Chiamavasi Maria 
Anche quel? angiol de la madre mia. 

Come incognito fior che non si vede 
Ma si sente olezzar soavemente, 
Tu, fior di cortesia, 
Mandi i profumi in sino a noi, Maria. 

Povero prigioniero, io non ò nulla 
Da inviarti, o gentil, tranne quest' una 
Fuggevole armonia 
Che passa il muro in cerca di Maria. 

Aleardj. 



POESIE VOLANTI, 

Ma siccome ò giurato a la mia Musa 
Di non cantar fuor dell' Italia mai, 
Se la incontri per via, 
Non le dir ch'io cantai, bella Maria. 

Josephstadt, 1 agosto 1859. 



A TE. 



Partiam, fanciulla mia, lasciam le sponde 

Tristi dell' Adige, 
Dove l'eterno Barbaro profonde 

Verghe e patiboli. 
Una cerchiam coi passi dell' afflitto 

Terra di liberi, 
Ove a un italo cor non sia delitto 

Amar V Italia. 
Vieni, aduniamo i nobili tesori 

De le nostr' anime, 
Perchè il ricordo de' passati amori 

È vita all' esule. 
Rechiam con noi le linee ridenti 

Dei colli patrii, 
Dove i trascorsi splendidi momenti 

Valser dei secoli. 
Con noi rechiamo del paterno e santo 

Tetto l'immagine, 
Ove siam nati, ove abbiam riso, e pianto 

Virili lagrime. 



POESIE VOLANTI. ; 387 

Con noi rechiamo un pugno eie la terra 

Amor dei Veneti, 
Caro segno e fatai d'antica guerra, 

Di nuovi spasimi. 
Io porterò queste viole colte 

Sopra due tumoli, 
Dove in pace de' miei padri sepolte 

Son le reliquie.... 
Fanciulla mia, nell' intimo commosso 

Il cor mi sanguina..,. 
Non so partir. Di mia madre non posso 

Lasciar le ceneri. 

Josephstadt, 10 agosto 1859. 



A UN LOMBARDO 

CHE PARTIVA DALLE PRIGIONI DI JOSEPHSTADT. 



Tu fra poco vedrai bello, agitato, 
Spiegarsi all' aure l' italo stendardo. 
Digli eh' io l' amo con amor gagliardo, 
E l'amerò finché mi spenga il Fato. 

Digli eh' io gli ò sacrato anima e canto 
E ceppi; e che da lunghi anni l'aspetto 
A sventolar sul povero mio tetto.... 
Kecagli questo addio che sa di pianto. 

Josephstadt, 14 agosto 1859. 



388 POESIE VOLANTI. 

SEHENSUCHT. 

S' io potessi portar meco sotterra 

L'amor mio, la mia casa e la mia terra, 
Lunge dai ceppi, lunge da gli affanni, 

Lunge da questa plebe di tiranni: 
Oh, come volentieri oggi morrei, 

Quantunque chiuso, qui, lontan dai miei! 
E là nell'aurea reg'ion dei morti, 

Ove non son né schiavi, né risorti, 
Mi comporrei del mio terrestre eliso 

Un paradiso in mezzo al paradiso. 

Josephstadt, agosto 1859. 

LE DONNE VENETE 

CHE INVIANO PER LA EMIGRAZIONE UNO STIPO DI VEZZI. 

Barca che passi vigile e furtiva 
L' onda fatai del fiume di Virgilio, 
Recaci questi vezzi all' altra riva, 
Riva gioconda, e pur riva d' esilio. 

Colà ci parve udir come un lamento 
Di nota voce languida per fame, 
Che vereconda dimandasse a stento 
La carità d' un obolo di rame ; 

E noi venimmo rapide col pondo 
Lieve di questa piccioletta offerta; 
Poi che ci pose a la miseria in fondo 
La bieca Signoria che ne diserta. 



POESIE VOLANTI. 389 

Giacché il nipote ci' Attila che impera 
Legislator d'assidile rapine, 
Presago che il suo regno è giunto a sera, 
L'ultima gemma ne torria dal crine. 

A noi meschine in questi dì supremi 
Fra la speme e lo spasimo ondeggianti 
Non si confanno anelli o diademi, 
Perle non si confanno o diamanti : 

Abbiam catene in cambio di smaniglie, 
La fune al collo in cambio di monili; 
Le nostre fronti gocciano vermiglie 
Sotto un serto di rie spine servili. 

Ma ormai già spunta un fior di libertade 
Dai nostri serti d'alemanne spine; 
Ma coi ceppi si temperano spade 
Nel misterio di venete fucine : 

E se avverrà che una funebre sera 
Suoni i secondi Vesperi, siccome 
Fecer le donne di Messina arciera, 
Noi pur, se giova, taglierem le chiome ; 

E con le trecce dei capelli neri 
Tenderem corde da avventar saette, 
Da avventarle nel cor degli stranieri, 
Bersaglio eterno all' itale vendette.... 

Vela la nebbia de le stelle il lume; 
Va', barcaiolo, e ti compensi Iddio: 
Varca furtivo di Virgilio il fiume; 
Va', generoso barcaiolo ; addio. 

Brescia, 2 febbraio 1860. 



390 POESIE VOLANTI. 

ALLE DONNE MILANESI. 



V à un paese che un giorno era Tina reggia, 
Era un giardino ed ora è un cimitero; 
Ai quattro lati tristamente ondeggia 
Vessil di morte un panno giallo e nero; 
Ivi un scettrato Vampiro passeggia, 
Che ululando la lingua di Lutero, 
Sugge ogni notte al lume de le stelle 
Il cor di nove misere sorelle. 

E le infelici con pupille intente 
Guardano a un astro di superbo raggio; 
L'astro d'Italia sorto all'occidente, 
Che s'incammina al suo terzo viaggio; 
Lo guarda con stupor tutta la gente 
Oramai persuasa a fargli omaggio; 
Ei sale, sale via per l'aria bruna 
Cupido di brillar su la Laguna. 

Dell'italico suol Parghe novelle 
Queste nove cittadi dei dolori 
Come mandar, perpetue rubelle, 
Prima i lor figli, or mandano i lor fiori: 
E voi, Lombarde memori sorelle, 
Se mai trovate tra i soavi odori 
Qualche stilla rimasta per incanto, 
Badate, o pie, non è rugiada, è pianto. 

Brescia, 22 gennaio 1860. 



POESIE VOLANTI. 391 

PER ALBO. 

AL BARONE NATOLI. 



Salendo un giorno de la tua Messina 

Una collina, 
Vidi per l'aure pingersi una strana 

Fata Morgana: 
Da un lato apparve un luminoso soglio 

Nel Campidoglio, 
Ov' era assisa una persona onesta 

Col serto in testa; 
Parve dall' altro un ideal Sultano 

Nel Vaticano: 
Questi con man, che benedir dovea, 

Maledicea. 
E a quel dissidio un popolo guardava 

E minacciava. 
Ma sorto a un tratto un impeto di vento, 

Svanì il portento: 
Dai visceri dell'Etna lisciano fuori 

Cupi rumori; 
Bollia di sotto il mar vertiginoso 

Senza riposo. 
Vòlto di novo all' etere lo sguardo, 

Vidi il vegliardo 
Abbracciarsi quel re con un sorriso 

Di paradiso: 
E fuso il Campidoglio in modo strano 

Col Vaticano, 



392 POESIE VOLANTI. 

Il popolo esultò, quetaron l'acque, 

E F Etna tacque. 

Fata Morgana, dipingesti il vero, 

il mio pensiero ? 

Brescia, 8 maggio 1862. 



A IDA VEGEZZI RUSCALLA. 



I. 

Fior subalpin di cortesia severa, 
Ida, quand'io movea 
Ieri, in sul? ora de la blanda sera 
Al paradiso de la nota altura, 
Arcana sorridea 

Non so che festa in tutta la Natura. 
Lampade eterne dell' azzurra vòlta 
Gli astri infiniti e i mondi 
Mandavan dai profondi 
Cieli una gioia di sereni lampi; 
Agili, brevi, fuggitive stelle 
De la campagna, a nubi 
Danzavano le lucciole. Novelle 
Ero istintive, che tra bui meandri 
Accese le lor fiaccole d' amore, 
Invitavano i cùpidi Leandri 
Veleggianti pel mar dell' aura bruna 
A possederle in seno 
Al calice d'un fiore. 
Fuor da le siepi dell' obliqua via 
La ìonicera i molli evaporava 



POESIE VOLANTI. 393 

Balsami usciti con F Avemmaria ; 

E gli usignuoli prorompeano in balde 

Sfide di canto. E forse, 

Giudice imparziale, 

Li udia da un ramo la contesa amica, 

Per dividere poi col vincitore 

Il nido nuziale. 

Percorrea 1' universo un' armonia 

Di profumi, di note e di splendore. 

E parea che fugaci 

Le lucciolette mi dicesser : « ama ; » 

Che gli astri eterni mi dicesser : « pensa ; » 

Che gli usignoli mi dicesser : « canta. » 

Ida, tale dovea 

Esser 1' ora che a te mi conducea. 



IL 



Quando discesi, tutto 
Vòlto era in lutto. Un tenebroso velo 
Rubava il cielo. Se pupilla alcuna 
Di que' viventi incogniti che stanno 
Più innocenti di noi forse e più lieti 
Nei consorti pianeti, 
In quello istante riguardò la terra, 
Dovea parerle tetra 
Nave solinga con le vele nere 
Vagabonda per 1' etra. 
Gravi cadeano e rare 
Goccie di piova, somiglianti a tristi 
Goccie di pianto che, passando a volo, 
Lagrimassero spiriti non visti. 



394 POESIE VOLANTI. 

Ne la valle, là giù, quelle notturne 

Lampe, color dell' oro, 

Che fugan le tenèbre 

A la città del Toro, 

Immagine tenean d'una funebre 

Adunanza di ceri 

Raccolti a pompa di regal mortoro : 

Mentre P onda del Po, che si frangea 

A le pile dei ponti, 

Coli' indefesso murmure parea 

Salmeggiasse ai defonti. 

Il castello straniero 

Del Valentino mi porgea sembianza 

D' imperiai fantasima francese, 

Quivi posato con crudel iattanza 

Violando il confìn del mio paese. 

E non so come quelle 

Lampe parea dicessero : « Borbone ; » 

Quell' onde eterne mormorasser : « Roma ; 

Da quel castello una beffarda voce : 

« Nizza » gridasse. — Tale esser dovea, 

Ida, fanciulla cui dal ciel concessa 

Fu de lo ingegno la superba croce ; 

Quell' ora che da te mi dividea. 

Torino, 25 giugno 1860. 



A RE VITTORIO EMANUELE 

QUANDO LE DONNE VENETE LO PRESENTABONO d' UN MAZZO. 

Venezia ai giorni audaci e gloriosi 
Dall'aureo vascello 



POESIE VOLANTI. 395 

Al mare, al più infedele degli sposi, 

Affidava l'anello • 
Ora soletta, povera, fremente, 

Da dieci anni amorosa, 
Al più fedel dei Ke segretamente 

Il mazzo invia di sposa. 

Brescia, 1860. 



ALLA BARONESSA FANNY DI WEIGELSPERG 

FANCIULLA CIECA. 



Bello è il giorno e la luce e il colorato 
Sembiante d' ogni cosa ; 
Lo spirito dell' uomo affascinato 
Vi spazia e si riposa: 

Ma sublime è la notte e le profonde 
Stelle e i mondi e il perpetuo scintillio ; 
Vola immenso per essi e si diffonde 
Lo spirito di Dio. 

Bella siccome il giorno è la pupilla; 
Dal sole illuminato 
Nel picciol orbe V universo brilla 
Quasi per lei creato: 

Ma sublime è la notte, ove si giace 
L' occhio de la mia Cieca. Uno splendore 
Intimo, arcano, provvido di pace 
La appressa al Creatore. 



396 POESIE VOLANTI. 

ALLA CONTESSA A. C. R. 

PERCHÈ? 



Dimmi perchè se a la campagna io sento 
Un suono, un canto, tu mi vieni in mente? 
Dimmi perchè se guardo il firmamento 
In ogni stella tu mi sei presente ? 

Dimmi perchè da qualche dì mi pare 
Che il mondo non sia fatto che di te ; 
Tu nei fior', tu nell'aere, tu nel mare.... 
Sorridi ?.... Ah dunque tu lo sai perchè. 



AD UNA FANCIULLA. 



Ti vidi, Olga, brillar ne la divina 
Integrità de le virginee forme ; 
Ma venne il dì de la fatai rapina 
Che Amore ardisce sul Pudor che dorme. 

Vidi un bolido splendere una sera, 
Bello che innamorava ogni pupilla ; 
Quando il raccolsi era una cosa nera 
Tinta di ferro e sordida d'argilla. 



POESIE VOLASTI. 397 

AD UNA GIOVINETTA. 

Paolina, tu il sai, dopo quei colli 
Pieni d' olezzo e facili a salire 
Si spiana un lago lieto d' aure molli, 
Ma che infuria talvolta e fa morire. 

Or che siam soli, e eh' egli se n' è ito, 
Di' dopo il bacio che ti die per via 
(Bimba, non mei niegar che V ò sentito) 
Dopo quel bacio, sai cosa ci sia? 

AD UNA FANCIULLA MALATA. 



Kude maestro di gentil sentire 
È sovente il dolor ; 
E il sa, fanciulla esperta nel patire, 
Il nobile tuo cor. 

Dai fuochi che squarciar la terra antica 
Il diamante uscì fuor. 
È la sventura una severa amica 
Che ci manda il Signor. 

E sa Lui solo, perchè in questa frale 
Vita che vola e muor, 
Essere debba agli uomini fatale 
Necessità il dolor. 



398 POESIE VOLANTI. 

ALLA MARCHESA CARLOTTA PARODI-GIOVO 

MARITATA IN PAVAN 
EDUCATRICE DI FANCIULLE. 

Quando il festivo Paganesmo empia 
Di sane risa i greci campi, corsi 
Da nidiate di Satiri e di Ninfe, 
D' Olimpia per i prati ampii, segnati 
Di pie d' atleti e d' unghie di cavalli, 
Sul pomifero ottobre ire vedevi 
Fanciulle a bande col paniere in testa 
Colmo di frutte, che offeriano all' ara 
De'lor facili Dei. 

Ecco che arriva 
Per me V ottobre de la vita, e sento 
Già farsi i giorni rigidetti e brevi 
E approssimarsi l' inamabil alba 
Dei Morti ; e con dolor tardo m' avvedo 
Che non ho frutte da recare a Dio. 
Gli anni miei son caduti ad uno ad uno 
Come goccie che stillan da la gronda, 
Le quali invece d'avvivar la zolla 
Mettono a nudo i ciottoli infecondi. 
Te beata, che allor quando il Divino 
Raccoglitor dell'anime partite 
Da questa terra ti dirà : K Carlotta, 
Dove son le tue frutte ?" E tu, raccolte 
A te d' attorno cento giovinette 
Che nel cuore ispirasti e nella mente, 
Potrai risponder : ff Eccole, Signore. " 



POESIE VOLANTI. 359 

PER L'ALBO DI DUE SORELLE. 



Voi pur chiedete, candide 
Fanciulle, un verso a la mia stanca lira. 
Ahi ! questa età, che spasima 
Dietro i guadagni e al pronto oro sospira 

Seppellì sotto a sudice 
Carte di banca gli odiati carmi 
Quasi illustri cadaveri 
Gittati a sfregio sotto immondi marmi : 

Poscia rivolta all' avide 
Turbe gridò : « la Poesia disparve ; 
» Ormai dei vati il fatuo 
» Regno divenne il regno delle larve. » 

Non le credete, candide 
Sorelle. Intere sono ancor le corde 
Del poeta. Se è tacita 
La Musa è perchè l'alme ora son sorde: 

Ma torneran dei nobili 
Canti al desio. Finché vi sieno fiori 
Per le campagne e fervidi 
Di tenerezza due giovani cuori, 

Finche vi sia l'Oceano 
Sterminato e la notte co' suoi mille 
Soli e l' inevitabile 
Saetta di due languide pupille ; 



400 • POESIE VOLANTI. 

Finché vi sia una patria, 
Una tomba, una lagrima romita 
E questa che ne domina 
Necessità de la seconda vita, 

Non dubitate, candide 
Fanciulle mie, la Poesia non muore. 
Ella vivrà perpetua 
Finché l' umanità duri e 1' amore. 



NELLO INVIARE ALLA MIA VECCHIA CAMERIERA 

UN LETTO DI FERRO. 

Letto, ov'io spero di morir, del forte 
Metal temprato, onde si fan le spade, 
Vanne dall'Arno all'Adige e le porte 
Turrite varca de la mia cittade ; 

Letto a Venere ignoto ed alle orrende 
Insonnie del rimorso, e ai fieri spasmi 
Del traditor, che ansante balza e accende 
Tremando il lume per fugar fantasmi, 

Un' amabile e fida vecchiarella 
Di virtù ricca e di ricordi mesti 
Ti deporrà nell' umile mia cella 
Da carte ingombra e da volumi onesti, 

E alfin verrà quel dì, che tra le bianche 
Tue coltri, o letto, ove morir desio, 
Placidamente le pupille stanche 
Io chiuderò, per riaprirle in Dio. 






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Facsimile, ddÀo scruto dì 4 //ardo d learde. 

G. Barbera Editore. 



POESIE VOLANTI. 401 

L'AURORA BOREALE 

DEL 25 OTTOBEE 1870. 



Luce di sangue pel notturno cielo 
Splende da raggi lividi ricorsa, 
Languono incerti sotto il roseo velo 

I sette soli della gelid' orsa. 

Forse laggiù nell' etere profondo 
Dietro la terra, ove occhio non arriva 
S' agita in fiamme un condannato mondo, 
Che dell' Eterno il fulmine colpiva 

E si riflette colassù. La gente 
Si affaccia a le finestre, apre le porte, 
Discinta accorre, attonita, temente 

II prodigio a mirar giù ne la corte. 

L' avolo annoso in mezzo a. la famiglia 
Caccia le mani ne la scarsa chioma, 
Ed in aria profetica bisbiglia 
Non so che di Pontefice e di Roma. 

Ombra di qualche antico Augure sorgi 
Dall'Ipogeo del tuo funereo colle 
Osserva il Polo, di' quello che scorgi 
E il ver dichiara a questo vulgo folle. 

Una gran voce favellò dal monte 
E più corrusco il firmamento apparve: 
« La podestà sacerdotal, bifronte, 
» Che tenne l'alme in tenebre, disparve 

Aleaiidi. 26 



402 POESIE VOLANTI. 

> Per non più ritornar. Quella è V aurora 
> D' un secol novo, intelligente e pio. 
» L'Italia à spento il Vaticano, ed ora 
» Là ne fan festa gli angioli di Dio. » 

In villa, tra i monti. 

SULL'ALBO DELLA CONTESSA LAURA R. 

Laura, al tuo nome eresse un monumento 
Il più gentil degl'Itali cantori; 
Ma per la via di que' sottili amori 
Smarrir talor le grazie il sentimento. 

Egli era nato in una primavera 
Di civiltà: cuori e canzoni allora 
Eran freschi, eran lieti: in quell'aurora 
Non presentiano il mesto de la sera. 

L'età pensosa, che successe, impose 
Un nuovo accento di tristezza al canto, 
Perchè avesse a ritrar non so qual pianto, 
Che dall'anime stilla e da le cose. 

Se il trovator de la crudel francese 
Dalla tomba d' Arquà risuscitasse 
E la cetra a novelli inni temprasse 
Per dir tue lodi, vergine cortese, 

Pago or non fora a miniar concetti 
Sugli occhi o il crin : ma scenderia profondo 
Dentro al tuo cor, per rivelar quel mondo, 
Ch'ivi tu serbi di potenti affetti. 



POESIE VOLANTI. 403 

ALLA COLTA SIGNORINA INGLESE 

EVELINA YATES 

ORA MARITATA IN WYHE, CHE SI RECAVA A VENEZIA. 



Vedrai Venezia, l'inclita infelice 
Di pescatrice 
Fatta regina 
Ed or rovina ; 

Che da fanciullo amai come una tenera 
Ava gentil, perchè amo i vecchi, i muti 
Lochi deserti e i Grandi decaduti. 

Pietosa larva di città superba 
Ella ancor serba 
Le molli sere, 
Le chiese austere, 

Le cadenti sue reggie e le sue gondole, 
Che sotto il panno funerale e fido 
Celan sovente d' un amore il nido. 

Tu saluta per me, nobile Evelia, 
Quell' egra Ofelia, 
Che fu al gigante 
Oceano amante, 

E ne la pompa de le nozze mistiche 
Assisa sulla prua del Bucintoro 
Lo disposava coli' anello d' oro. 



404 POESIE VOLANTI. 

Poi colma d' anni, inoperosa e molle 
Diventò folle : 
Fùr suoi diletti 
Diurni letti, 

Cene, teatri e provocanti maschere; 
E ricinta d' elleboro e di malva 
L' ebete fronte profumata e calva 

Corse ballando la silente riva 
Di navi priva, 
Le avite glorie 
E le memorie 

Gittando in mar, come la Vergin Nordica, 
Scompigliata le viscere amorose, 
Iva gittando le raccolte rose. 

Ma un dì fatai sul lubrico sentiero 
Scontrò un Guerriero: 
Quel glorioso, 
Mentito sposo, 

La soffocò nel primo amplesso. Un ululo 
Eassomigliante ad un immenso pianto 
Mise il Leone e le spirò d'accanto. 

E pur tra quelle lontananze brune 
Delle lagune 
Pare esca fuora 
Novella aurora. — 

Oh! poi che volgi a quelle sponde, Evelia, 
Di' se scorgi tu pur quel lieve albore, 
Che la speranza mi raccende in core. 

Firenze, li 27 giugno 1871. 



POESIE VOLANTI. 405 



FANCIULLA, CHE COSA E DIO? 



Nell'ora che pel bruno firmamento 
Comincia un tremolio 
Di punti d' oro, d' atomi d' argento, 
Guardo e dimando : « Dite, o luci belle, 
» Ditemi cosa è Dio ? » 

— « Ordine » — mi rispondono le stelle. 

Quando all'aprii la valle, il monte, il prato. 
I margini del rio, 
Ogni campo dai fiori è festeggiato, 
Guardo e dimando : « Dite, o bei colori, 

> Ditemi cosa è Dio ? » 

— « Bellezza » — mi rispondono quei fiori. 

Quando il tuo sguardo inanzi a me scintilla 
Amabilmente pio 

Io chiedo al lume della tua pupilla : 
« Dimmi, se il sai, bel messaggier del core, 

> Dimmi che cosa è Dio ? > 

E la pupilla mi risponde : — « Amore. » — 



406 POESIE VOLANTI. 



FANCIULLA, CHE COSA È SATANA? 



Satana è un sogno. Lui crear la nera 
Colpa e i rimorsi. Satana è Caino, 
Che fugge pei deserti come fiera 
Inseguita dal fulmine divino. 

Satana è un sogno. È Attila, che passa 
Sui teschi umani con le truci schiere 
E persin F erba disseccata lassa 
Sotto l'unghia del tartaro corsiere. 

Satana è un sogno. È il perfido Macbeto, 
Che afferra del tradito ospite il trono. 
Satana è in noi. È 1' orrido segreto 
Di quelle colpe, che non han perdono. 

Che se d' odi il mortai stanco e di guerre 
Togliesse un giorno a vivere d' amore, 
Pei mari allor si udrebbe e per le terre 
Una voce gridar : « Satana muore. » 



IN MORTE DI DONNA BIANCA REBIZZO 

LETTERA A RAFFAELE RUBATTINO. 



Prediletto agli Dei tenne il giocondo 
Greco chi giovin muore. A lui sdegnoso 
De la vecchiezza inelegante, parve 
Non amaro il calar sotto i cipressi 
Neil' aprii de la vita, allor che varchi 
Quasi danzando il limitar del mondo 
Fiorito a festa e de la tua venuta 
Si allegra ogni sembiante, e ad ogni giorno 
Mette le piume una speranza e vola 
Pe '1 novo aere cantando, poi che il Vero 
Freddo saettator nissuna ancora 
Ne uccise. 

E pure, Kaffaele, io penso, 
Ch' anco a que' giorni una beltà ci' Atene, 
Che con man sedicenne isse cogliendo 
Sotto lo sguardo cupido e gli ardenti 
Inviti degli Efebi, i fior pei campi 
De la sua primavera, se vedea 
Allo improvviso minar il suolo 
Sotto i suoi piedi ed apparir la riva 
Squallida d'Acheronte, inorridita 
Si ritraea. Ma le venia davanti 
L' inesorato messaggier dell' Ade 



108 IN MORTE DI DONNA BIANCA REBIZZO 

É le clicea : « T' aspetto. Impaziente 
Già scalpita il cavallo della Morte :. 
Va', saluta la vita ; un' ora sola 
Agli ultimi congedi io ti consento. > 
Oh! certo allor la renitente, io credo 
In pianto si sciogliea. Poi eh' era tanta 
La repugnanza per le elisie lande, 
Ancora che d'olibano fiorenti 
E d'asfodelo, che lo stesso Achille 
Deiforme avria tolto essere in terra 
Schiavo affamato di signore avaro, 
Anzi che dominar scettrata larva 
Su 1' ombre vane de la morta gente. 

Poi quando avvenne, che un Divin confitto 
Sopra una croce dall' ebrea vendetta 
Con parola d' amore indusse il mondo, 
Dall' egra signoria della materia 
Affaticato, a sconfessar la bella 
Religion dei grandi avi, e l'Olimpo 
Rimase un vuoto, e per le sacre selve 
I fauni agonizzàro alle scontrose 
Drìadi moribonde avviticchiati, 
E galleggiar sopra i flutti marini 
Dell' estinte Nereidi le salme : 
Quando persin le insuperate forme 
Àttiche degli Icldii detronizzati 
Caddero infrante dal martel geloso 
Dei novelli credenti: e una gran voce 
Misteriosa, che sapea di pianto 
Per le mediterranee acque diffusa 
Si udì gridar al colmo de le notti: 
« Il gran Pane morì: » quando la morte 



LETTERA A RAFFAELE RUBATTINO. 409 

Fu il pensier de la vita unico, e il mondo 

Nelle vacue città, nei popolati 

Deserti altro non parve che un'immensa 

Paurosa preghiera, ed un'immensa 

Espì'azion di non so qual peccato ; 

E ai lieti inni del Maggio, a le canore 

Di Venere vigilie, ai ditirambi 

Esultanti successero i dolenti 

Salmi e le tetre fantasie delire 

Del romito di Patmo, allor felice 

Si disse l'uom, che giovinetto o annoso 

Iva l'ossa a posar nel cimitero 

Pentito e liberal verso il volpino 

Sacerdote e di buone opere carco. 

E dentro all' urna, o Eaffael, scendea 
Bieca di generose opere Bianca, 
Dal profondo tuo duol, dallo infinito 
Pianto de' poverelli accompagnata ; 
Né a lei le Grazie facili, e 1' arguto 
Sentimento del Bello, e dell' ingegno 
La vena di virile oro temprata 
Valsero a ritardar la dipartita- 
Ma forse che felice ella ne' bui 
Kegni scendeva ? — Un pauroso varco 
Sempre è la morte. 

Era in sul verde ottobre 
Degli anni, allor che un Sol tepido ancora 
Qualche soave fior t' educa, tanto 
Più profumato quanto più tardivo ; 
E i bollori languir dell' agitato 
Sangue e gli urti, però che la sudata 
Esperienza ti fruttò la calma. 



410 IN MORTE DI DONNA BIANCA KEBIZZO 

Gli odii e gli amori, torbidi torrenti 
Di gioventù, si qu'ietàro in lago 
Placido, che riflette tremolando 
Alberi e case delle tue memorie 
Impallidite, e i cari luoghi, e il raggio 
Gelido e casto de la luna. 

In mezzo 
Ad un giardino, sol per lei d'Albàro 
Sulle alture crescente, ella vivea 
Festeggiata regina, avventurosa 
Di quel fidato amor, che non avverte 
Se in argenteo si muti il biondo crine. 
Da F alto ella vedea splendere il glauco 
Mar nello amplesso delle due riviere, 
E sovra i flutti carolar le navi 
Peregrinanti : ella sentiva il metro 
Dei marini uniforme e i lunghi cori 
De le operaie e il mormorio confuso 
Salir delle fabbrili opre. Vedea 
La notte incerte torreggiar le forme 
Del Faro pio, che saettava il fascio 
Degli invocati rai lontanamente, 
Quasi che fosse la fiammante spada 
Di san Giorgio, che vigila sui sonni 
Dell' amata cittade ; e 1' ampio aspetto 
Della eterna Natura e 1' universa 
Vita, una vita le infondean novella. 

Volgeva il dì della sua festa. Il bianco 
Sentiero che s'inerpica vèr l'erta 
Villa era bruno d' amici accorrenti. 
Ella spirava a larghi sorsi l'aure 
Della esultanza in mezzo ai fiori, ai noti 



LETTERA A RAFFAELE RUBATTINO. 411 

Volti, ai giulivi carmi. Da le gronde 
A la porta ospitai tutta un sorriso 
Era la casa. 

Quando a un tratto apparve 
Un angiolo da lei sola distinto : 
Avea nere le chiome e 1' ali nere 
Punteggiate di stelle, e nelle nere 
Pupille ardeagli un lume agonizzante, 
Che parea tremolar nello infinito. 
« Angiol, Ella gli disse, angiolo bello, 
Forse e tu pure a festeggiar venisti 
La mia giornata ?» — « A compierla » rispose 
E in fronte la baciò. 

Sonava intanto 
Degli auguranti calici il tintinno 
Misto al volar degli epigrammi alati 
Pel giardino. 

A quel bacio ella un funebre 
Sentì brivido al cor; livida cadde 
E giacque ; e a te che genuflesso insieme 
All' atterrito sposo, il moriente 
Capo le sorreggevi, o Raffaele, 
Dal fondo occhio mandò lungo uno sguardo 
Santo compendio d' una vita intera, 
E con tremula man cenno l'estremo 
Addio, che il labro più dir non valea. 

Ella morì. — Di lei che resta? — Ascolto 
Da le operose uscir dotte officine 
D' una scienza prometèa, che indarno 
Suda ostinata ad involar V arcana 
Scintilla de la vita, una insistente 
Voce che grida : « Nulla. » — E quella tetra 
Voce mi fere qual gelata lama 



412 IN MORTE DI DONNA BIANCA KEBIZZO 

Ch' entri le carni. — 

Nulla! - 

E cosa è il Nulla? 

Raffaele, a te, cui le vigilie 
Sui calcoli sagaci, e il coronato 
De le imprese ardimento, a cui le navi 
Venturose, che rigano di fumo 
Italico le avite aure di Brama 
E ombreggiano le ripe di Canopo 
Seminate di tombe, anco non anno 
Fugato l'ideai santo dal core, 
In verità ti dico: non è morta 
Bianca, ma vive: la più nobil parte 
Di lei volò dall'urna. Ove ella sia 
Non dimandar, né come sia. Lo ignoro. 
Niuno lo seppe degli antichi, niuno 
Dei recenti profeti. E la dimanda, 
Che dai monti perpetua e da le valli, 
Dall'isole e dal mar, forse da cento 
Mill'anni innalza con protese braccia 
Il mortai supplicando ai cieli, e i cieli 
Muti restar. Tra 1' avvenire e il guardo 
Del moribondo l' irrisor fantasma 
Sempre del dubbio sta. Se un dì, benigno 
Scese sul fango della terra un Dio, 
Oh ! perchè mai non à per la pietade 
Di tante straziate anime tolto 
Il vel crudele del mistero ; e questa 
Assidua strappato intima spina, 
Che fitta in cor, pei tempi e per lo spazio 
Porta ululando la progenie umana, 
Quasi cerva che insanguini la selva 



LETTERA A RAFFAELE RUBATTINO. 413 

Col dardo ai lombi ? 

Qua dentro immortale 
Ti sento, anima, sì ; ma veramente 
Altro di te non so : so che a me stesso 
Sono un mistero. — da la culla, ignota 
E cara ospite mia, d' onde venisti ? — 
Qual delitto fu il tuo perchè tu fossi 
Umiliata a vegetar in quattro 
Fragili palmi di morente creta ? — 
Che sei tu ? — Dove vai ? — Sciolta dai sensi 
Messagger' delle idee, quali saranno 
Dopo il sepolcro i tuoi pensier ? — Che forme 
Fieno le tue ne le dimore eterne ? — 
T' affogherai nella infinita luce 
Di Dio, oppure fiaccola distinta 
Vagherai per lo immenso? — Ad altre vite 
Predestinata forse in altri mondi 
Rinascerai sotto il flagel di prove 
Novelle per uscir purificata 
De le commesse colpe ? — Oltre la tomba 
Berrai Y onda letèa ? — De la tua prima 
Patria obliosa, oblierai pur questa, 
Ove ài pianto ed amato, e indifferente 
A le gioie e ai dolor di quei che tanto 
Ti fur diletti guarderai quaggiuso 
Qual chi viaggia per città ci' ignoti ? 
Oppur, larva amorosa, intorno ai cari 
Rimasti aleggerai segretamente 
A deprecare il turbine dal campo 
Paterno, e il lutto da le dolci case? 
E de la vita ne' dubbiosi passi 
Forse su loro scenderai nascosta 
Consigliatrice sotto a vaporose 



•114 IN MORTE DI DONNA BIANCA REBIZZO 

Forme di sogno o di presentimento ? 
Quali saranno, povera smarrita, 
Nello infinito e nello eterno, i tuoi 
Desìi, gli amor', i gaudi tuoi ? — Ti fia 
Giammai concesso penetrar le leggi 
Dell'universo in numeri di luce 
Scritte sul fondo dei supremi azzurri ; 
E a le fontane spumeggianti d' onde 
Sgorga perenne il flutto de la vita 
Abbeverarti; e nel tuo voi salire 
Temeraria salir fin che tu vegga 
Da lunge scintillar 1' arcano abisso 
Radiante, ove è Dio ? — Tutto è mistero. 
Né per lacrime mai, né per scienza 
Quaggiù al mortale indovinar fia dato 
Il destin de le cose. 

Raffaele, 
A che quest' orbe e le sue verdi terre 
Ricche al di sopra d'alberi, di fiori 
E d' animali d' ogni foggia, e sotto 
Antichi cimiteri accumulati 
A cimiteri d' esseri scomparsi ? — 
A che la nuda vastità dei mari, 
E sotto i mar' le maestose selve 
Visitate dai mostri ? — A che la schiatta 
Dell' uom caduca? — A che il dolore? — E tanta 
Di vite esuberanza a le crudeli 
Fantasie de la morte abbandonata? 
E ad ogni istante, qual neve di notte, 
Questo fioccar dell' anime nell' ombra 
Eterna ? — A che lo sterminato spazio 
E per la muta vanità dell' etra 
Quelle infinite legion' di soli 



LETTERA A RAFFAELE RUBATTINO. 415 

Che dietro lor si tirano fuggendo 
Altre terre, altre lune, e 1' universo, 
Che infaticabil gira, come sasso 
Di fionda intorno a la tranquilla mano 
Di Dio ? — Tutto è mistero ! - 

E pure è tale 
Questo che mi governa intimo istinto 
Di fé profonda, che se un dì vedessi 
Ribelli a le prescritte orbite gli astri 
Deviare selvaggi, altri sparire 
Per gli azzurri deserti, altri vèr noi 
Saettando calar e di lor spera 
Con la crescente enormità la faccia 
Abbacinar de la sgomenta terra ; 
E azzuffarsi tra lor schiantando gli assi 
Come bighe precipiti nel circo ; 
E coi frantumi le tenèbre a lunghi 
Solchi rigar di foco, e per la eterea 
Volta un orrendo grandinar di stelle 
Se qua vedessi dileguare il dolce 
Raggio del sol per sempre, e all'improvviso 
Romper vulcani furiosi, e sopra 
Le cupe dell' oceano acque e dei laghi 
Riverberarsi con guizzi sanguigni 
De le città gì' incendi e de le selve ; 
E a me d' intorno ogni animata cosa 
Perir; ed io vivendo ultimo in vetta 
D'una rupe restassi esterrefatto 
Testimone dell' ultima ruina, 
Oh! non ancor dimetterei la salda 
Fede nella immortale anima e in Dio. 

Verona, 7 settembre 1871. 



NOTA. 



Chi scrisse questi poveri versi, amerebbe che tutti gli uomini, 
i quali hanno seriamente meditato sulle cose di Religione e su 
quello che sarà per essere di noi al di là della tomba, prima di 
lasciar la vita, facessero il loro atto di fede, e lo manifestassero 
alla gente. Egli penserebbe, che in tanta confusione di concetti 
e di credenze nella quale ogni dì più si versa e miseramente si 
ondeggia, questa lunga serie di onesti documenti frutterebbe un 
gran bene all' umanità. 



ARNALDA DI ROCA 

POEMETTO GIOVANILE. 



AttAi.ui. 27 



ARNALDA DI ROCA 

POEMETTO GIOVANILE. 



A LUIGI CABLI MEDICO 

che mi amò come padre 
questo canto giovanile 

vent'anni sono 

DEDICAI. 

DOPO TEE LUSTEI CHE È MORTO 

SCRIVENDO DI NUOVO IL SUO NOME 

SENTO COSÌ PROFONDI 

L'ANTICO AFFETTO E IL DOLORE 

COME SE L'AVESSI PERDUTO IERI. 



CANTO I. 

nepote dei dogi, allor che a tarda 
Notte ritorni da le allegre sale, 
E nell' affaticata alma r'iandi 
De le cene il tumulto, e i suoni e i canti, 
Ricomponendo nel pensier le molli 
Forme, e la stretta de la mano, e il bacio, 
Onde furtivo in danza vorticosa 
Lambivi il crine de la tua fanciulla: 
Mentre dei remi all' uniforme tuffo 
Che a la storica tua casa ti mena 
La stanchezza ti vince ; in quel sopore 



420 • ARNALDA DI ROCA 

Che non è veglia e ancora non è sonno, 
nepote dei dogi, ài tu sentito 
Komper la calma de le tue lagune 
Triste un gemito e lungo? ài tu veduta 
Vagolare una nebbia, e il negro panno 
Kadere de la gondola e vanire ? — 

Quando la squilla de le torri annunzia 
L'alba di un dì che una passata gloria 
Di Venezia rammenti, o una sventura, 
Da le tombe obliate inclita sorge 
Una folla di padri, i mari, e i campi 
Kivisitando de le antiche pugne 
Dolorosi o festivi. 

E questo è il giorno, 
Che Cipro fu perduta, e una lucente 
Perla divelta 'dal ducal diadema 
Ingemmò la cruenta elsa al feroce 
Sir di Bisanzio. 

E, ier quando il silenzio 
Più solenne regnava ne la notte, 
E posavan le gondole fidate 
A le catene del deserto lido, 
Né s'udiva echeggiar pur d'una pésta 
Il pavimento de le mute calli, 
Fu vista navigar per la profonda 
Oscurità de' tuoi canali un' aurea 
Larva di Bucintoro. Eran sue vele 
Lacerate bandiere. Eran suoi remi 
Labarde irrugginite. Su la curva 
Prora, un fantasma di lion morente 
Governava il fatai corso, con l'ala 



POEMETTO GIOVANILE. 421 

Rotta vogando per l'immobil onda, 

Su le scalee dei templi, e innanzi a gli atrii 

De le reggie patrizie erravan forme 

Vaporose in ducal manto vestite, 

Che, al venir de la nave, il pie strisciando 

Senza passo sull'acqua taciturne, 

Vi salian dentro dolorosamente 

Festeggiate dai funebri consorti. 

Quando fùr dove frange a gli immortali 
Murazzi il mar, misterioso un vento, 
Onde venuto non si sa, li spinse, 
E via, siccome fulmine, per l'orba 
Solitudine. Al par d'impauriti 
Corridori, fuggivano le sponde 
Istriane, e il deserto anfiteatro 
Fuggia di Pola ; dilegua van l' irte 
Dai flutti tormentate assiduamente 
Dalmatiche scogliere, e il profumato 
Da le olezzanti sue vallee d' aranci 
Aere di Corcira. E via pur sempre 
Di quel navil l' irrefrenabil volo. 
Allor quando s correa per qualche golfo 
Memore ancor di veneziane mischie, 
Ratto salian da le profonde sabbie 
Tavole sciolte o scavezzate antenne 
Che ne seguivan, dietro galleggiando, 
Il fantastico volo e la mestizia. 
Ma come giunse procedendo in faccia 
Di Lepanto a le torri e a la marina, 
Tacque il vento, e fùr viste al manco lato 
Tutte quante 1' egregie ombre addensarsi ; 
E un protender di braccia, e un minaccioso 



422 ARNALDA DI ROCA 

Guizzar di lampi da sinistre daghe ; 
E d' Epiro pei seni, e di Morea, 
Qual di chi impreca, si diffuse un grido 
Lungo. Ma il vento itera i soffi, e torna 
La nave arcana a divorar gli spazi. 
Sparve Citerà, e le selvette, e i clivi, 
Ove tuban le tortori fra i mirti; 
Creta sparì con gì' insepolti avanzi 
De le cento città ; sparve il distrutto, 
Sui baluardi fulminanti e negri, 
Nido di cristiane aquile, Kodi. 
E se un vascello in quell'ora passava 
La pianura del mar licio solcando, 
Vide sul bianco de le vele un lungo 
Ordine d' ombre disegnarsi, e certo 
Un senso di sventura attristò l'alme 
A' naviganti. 

Tra i cornuti scogli 
De la cercata Cipro alfin posava 
L' impeto e i remi la feral congrega, 
E gemendo per l' isola si sparse. 
nepote dei dogi, ove l'arguta 
Parola t'abbia di stranier facondo 
Le maraviglie de' tuoi fasti apprese, 
Ti rammenti di Cipro ? (*)* 

Usciva un'alba 
Dal limpido Oriente ; una di quelle 
Liete di luce e di vittoria, ond' era 
Giocondata Venezia a' dì beati. 
La reina del golfo assunse i veli 
Di corallo trapunti, e la ghirlanda 

* Vedi lo Note in fine. 



POEMETTO GIOVANILE. 423 

Contesta di marine alghe ricinse, 

E, su conca di perle, in mezzo all' onde 

Trasse superba fidanzata : al fido 

Sposo, che ai piedi le fremea, donava 

Il simbolico anello, e l'Oceano 

L' isola d' Amatunta a la diletta, 

Siccome dono nuz'ial, porgea. 

Ch'io ti saluti, avventurosa amante 
Dei Lusignani ! Oh ti piacesse un tempo 
A le tue sponde folleggiar, lasciva 
Sacerdotessa di piacer, coi veli 
Disordinati e balsamo stillanti; 
0, di maglie crociate il sen difesa, 
L' insania pia de le divote genti 
Caro ti fésse dei corsieri il dorso, 
Caro il fiutar la polvere de' campi 
Trionfati, e il salir per le squarciate 
Bastite, eri pur bella, o Citereia. 
Limpidi sempre i cerali tuoi mari, 
Azzurri sempre i tuoi fulgidi cieli. 
Tu in questo cerchio di zaffiro il molle 
Capo difendi dall' ardente raggio 
Del Sol che t' ama sotto 1' odorose 
Tue selvette di palme ; e al mormorio 
De le fresche fontane, e sotto i verdi 
Pergolati dei celebri vigneti 
Stai meditando, come donna afflitta 
Ne la magione de' suoi padri, ov' era 
Signora un tempo, ed ora serve ancella. 

La Luna, le Piramidi, la Croce 
Si levano sublimi in sull'immenso 
Teatro di riviere, onde sei cinta, 



424 ARNALDA DI EOCA 

E tu vedesti, su le brune rupi 
Assisa, fluttuar entro i viali 
Di profumati sicomori il Nilo 
Sacerdotale ; e un incessante muto 
Incombere di sabbie e di sventura 
Su le cittadi da le cento porte, 
Su le reggie, sui templi, e su le sfingi 
Divine. 

E tu dell' oriente all' onda 
Affacciata, mirasti, in una cupa , 
Notte, la croce radiar da un colle ; 
E l' intera d' un popolo progenie 
Maledetta, lasciar le dolci case 
Native, e del Giordano ai saliceti 
L' arpe, non più profetiche, pendenti ; 
Disseminando su la terra i tristi 
Passi rivolti ad un esilio ignoto, 
Sola in mezzo a le genti, vagabonda 
Assiduamente. E allor che prodi turbe 
Tentar l'acquisto del divino avello, 
Lungo il sorriso de le tue marine 
Un bosco t' apparia d' itale antenne 
Carene d'illustri perituri. 

Ed ora, 
Se lo sguardo protendi oltre i cipressi 
D'ombre pietosi ai ruderi di Tarso, 
Vedi la luna d' Ottoman sui flutti 
Di giannizzero sangue imporporati, 
Da le punte dei cento minareti 
Splendere mesta e volgere al tramonto. 

Tu cinta di ruine ampie, ruina 
Ampia tu pure, poi che invan di Pafo 



POEMETTO GIOVANILE. 425 

Sopra la sacra collinetta attendi 

die ancor fumin le cento are a la dea; 

Poi che sotto gli acuti archi del tempio 

Di Nicósia, ( 2 ) una man misteriosa 

Sovra le pietre dell'altare infranse 

La corona di Cipro, e la fortuna. 

E su le aiuole dei giarclin deserti 

Dei Lusignani inoperosa affila 

L' Arabo 1' arme, e nel pensier lascivo 

Vagheggia ai vezzi de le tue fanciulle 

Bramate e il rapimento ; in fin dal giorno, 

Che fu nel fango di tue piazze tratto, 

Il veneto stendardo, infìn dal giorno, 

Triste e lontano che or m'invita al canto. 

Era una notte di settembre. — Un gravo 
Alito d' infocata aura pesava 
Su lo squallido pian di Mezzarea ; 
Pure i diruti vertici dei monti 
Circostanti inalbava un vel di neve, 
Tracciandone le creste ardue del cielo 
Pallidamente su gli immensi azzurri. 
Per i colli regnava e per le valli 
Quella perfida calma, onde talora 
Il furiar dei turbini e lo scoppio 
Più cupo de le umane ire s' annunzia ; 
Udito avresti il remigar dell' ali 
D'augel notturno, che tornando ai balzi 
Di Santa Croce, si recava al nido 
La preda semiviva. E degna invero 
Del feroce suo sguardo era la scena 
Sottoposta. 

La valle ampia, rotonda, 



426 AUNALDA DI ROCA 

Un' arena pareva a cui d' intorno, 
Quasi gradini d' un immenso circo, 
S' inalzassero e i colli e le montagne, 
Dove le nevicate ultime balze 
Sembianza offrian di candidi velari. 
Nel mezzo al piano ergea 1' aeree croci, 
Le cupole eminenti, il vedovato 
Suo palagio di regi, e la scomposta 
Zona dei baluardi sanguinosi 
Nicósia estenuata. E d' ora in ora, 
Quando sui merli de le mura il lungo 
Grido iterava la mutata scólta, 
Echeggiavati in cor, come l'estrema 
Parola d'una gente moribonda. 
Intorno i valli e per le fosse un truce 
Spettacolo di laceri turbanti, 
D' armi confuse e di squarciate membra 
Di cavalieri e di cavalli estinti, 
D' onde talora ti feriva il roco 
Gemito d' un morente, e il desioso 
Crocidar ci' una nuvola di corvi, 
Accorsi in folla al funeral banchetto. 

Ahi! perchè mentre il mio canto repugna, 
Ammaliata dal terror mi tenti, 
Dell'arpa mesta la più mesta corda 
Musa luttuosa? 

Un giovinetto, 
Cui lo smeraldo del pugnai svelava 
Cresciuto ai vezzi di dorata culla, 
Sopra le ghiaie d' un torrente ardea 
Straziato da sete , e con l' intatto 



POEMETTO GIOVANILE. 427 

Braccio aiutando l'altre membra inferme 
Si traeva fin dove un mormorio 
Di ruscello si udia. Come fu presso, 
Alzò lo sguardo. Due raminghi cani 
Kodeano i fianchi d' un corsier caduto ; 
Lo guardò, lo conobbe a le fastose 
Briglie, che un giorno Y amorosa mano, 
Gli ozi allegrando dell' areme, avea 
De la madre trapunte oh ! non per questa 
Notte d' angoscia : lente per le guance 
Sceser due stille, e nel pensier deliro, 
Siccome in sogno, gli tornò quel tempo 
Che su i pascoli d' Angora volava, 
Invidiato vincitor del vento, 
Sovra V arabo dorso ; e fra i viali 
Di gelsomin che il Bosforo riflette, 
Perigliando nel corso, a sé traea 
L' occulto sguardo de le turche spose. 
E gemette profondo, ed un intenso 
Disio Y assalse del materno volto ; 
Ed abbracciato con amore il collo 
Al corsier de' suoi dolci anni, moriva 
Chiamando il nome di sua madre ; e i cani 
Frattanto ingordi proseguiano il pasto. 

Ma chi ti spinse a navigar per queste 
Acque, infelice giovinetto, contro 
Un popolo innocente, a disertarne 
Le case e i cólti, a violar le figlie ? 
Forse, notturno traditor, la spalla 
Col pugnai ti sfiorava un uom di Cipro 
Perfidamente ? o una fidata sera 
Spingea la face a incenerirti i lari? 



428 ARNALDA DI ROCA 

No. — Dai guanciali del serraglio un giorno, 
Sotto le curve d' una sala, al mite 
Eaggio di pinti vetri illuminata, 
Sonò una voce, che iraconda indisse 
Lo sterminio di Cipro. E tu repente, 
Come a tornèo, sovra il corsier balzavi ; 
E ben ti colse la vibrata freccia 
Su quel funebre solco. E tal si giaccia 
Ogni stranier che 1' altrui patria affligge. 

Stendesi intorno a la città sfidata, 
Come bianco ricinto a cimitero, 
Una fascia di tende, a cui sinistre 
Corruscan sui pinacoli le lune ; 
Nel mezzo volge il verdeggiante flutto, 
Siccome onda lustrale ai combattenti 
Il Predeo flessuoso. 

E pei zaffiri 
Splende del ciel sui desolati campi 
Col fatidico lume una cometa ; 
Come face, che un bieco angiolo rechi 
Per vagheggiar giù ne la valle oscura 
Le gesta ree de la ferocia umana. 

Buia mole, superba, taciturna 
Son le case dei Roca. Una romita 
Lampada, solo occhio di' luce, veglia 
Dentro una stanza, e tremolando sviene 
All' affacciarsi de la prima prima 
Alba che di Soria l'acque inargenta. 
Presso una coltre candida una conca 
Alabastrina d' obliati e chini 



POEMETTO GIOVANILE. 429 

Fior, che pareva avessero morendo 
Lagrimato 1' umor di quella conca. 
Accanto ai fiori una fulminea canna 
Damaschina e il fidato arco, e un liuto 
Obliato da gli estri e da la mano 
Animatrice. Su le mute corde 
Stava un volume istoriato, dove 
Posava un dardo a rammentar la smessa 
Pagina. Era il divin libro, che primo 
Scritto dall' uom, fia letto ultimo in terra : 
E fra i margini d' oro e di viola, 
La meditata pagina dipinte 
Porgea le mura di città battuta; 
E un fluttuar di turbe entro una piazza 
Tumultuando accorse, ove da un cippo 
Bellissima e terribile una donna, 
Da mille faci rischiarata, un teschio 
Sanguinoso agitava: ed oltre i muri 
Per l'ampia valle una codarda rèssa 
D' anelosi fuggenti. E su la pinta 
Invidiata Ebrea brillar pareva 
D'una recente lagrima la perla. 

Col sen posato ad un veron che odora 
Del soggetto giardin, una sembianza 
Di non mortale creatura appare : 
Tacita, malinconica, distratta, 
Con la man che parea nata soltanto 
A le carezze, infrange le corolle 
Convulsamente d' una madreselva, 
Che olezzando si abbraccia a gli scolpiti 
Stemmi di conte. Forse, un di que' molti 
Serafini, che volano pei mondi 



430 ARNALDA DI ROCA 

Apportatori d' un' eterna idea, 
Qui riposando sul veron dell'orto 
L' iri stringea de le celesti piume ! 
Ma quel mesto pallor, quel bruno lampo 
Appassionato de la sua pupilla, 
Quel tremito affannoso, onde agitarsi 
Vedi del crin la negra onda diffusa, 
Non mi rivelan la serena ebrezza 
Dei Serafini. E troppo è fiero e rotto, 
Il palpito di quel core; che tale, 
Malinconica Arnalda, era il tuo core. 

Le verginelle de la stessa etade 
Che ai vispi giuochi, ai canti dell' amore, 
A le preghiere le venian compagne, 
La diceano fantastica. E talvolta 
Mentre sul volto le splendeva il riso, 
In un baleno, a una cadente stella, 
Ai giri d' una rondine sul fiume, 
A lo squillar d' una campana, al lento 
Battere de la pioggia nel cortile, 
S' intorbidava di mestizia arcana ; 
E solitaria si piacea per lunga 
Ora seguir ne' rugiadosi solchi 
Del vespertino radiante insetto 
L' intermittente palpito di luce ; 
E il vagar d' autunnal foglia sul terso 
Cristallo di correnti acque caduta; 
E il vagar de le nubi in tempestoso 
Cielo; e la barca che fendeva il mare. 
E meditava — e meditava, e spesso 
Il metro allegro d' una sua canzone 
Seguia '1 tramonto d' una mesta idea. 



POEMETTO GIOVANILE. 431 

Ma in quella libertà de la natura, 
Ma in quella ingenua libertà del core, 
Ella apprese ad amar d' amor profondo 
Dio, la patria, i parenti, ed infiniti 
Eran de la soave alma i tesori. 

Ora il pensier, ond' ella è tribolata, 
E l' imminente, irrevocabil, fiera 
Agonia de la patria. È l'improvvisa 
Morte, che fischia nell' ardente palla, 
E pende forse sul capo paterno, 
E sul capo di tal, eh' ella osa appena 
Nomare, e pur dall' aere, dall' onda, 
Dall' universo nominar 1' ascolta. 
E per quanti pensier tumultuando 
Commovesser quell'anima, pur sempre 
Avea dinanzi questi due, feroci 
Indefessi. — E se mai qualche speranza 
Passava di conforto apportatrice 
Su quel core un istante, era l'augello 
Sovra il lago d' Asfalte ; un volo, un lieve 
Volo e poi muor. Le ardea la fronte china 
Sotto la piena dell' aflanno. Un' aura 
Non alitava. Impaziente ai caldi 
Vapori che salian da la pianura, 
Scese al giardino, già da lunghi giorni 
Non visitato. La gramigna edace 
Ingombrava i viali. Un doloroso 
Presentimento l'assalì mirando 
La palma che sua madre, ahi ! già sotterra, 
Augurando piantò quand' ella nacque ; 
Che riarsa dal sole era la palma. 
Per una via di scompigliati fiori 



432 ARNALDA DI ROCA 

Giunse a un loco romito, ove un zampillo 
Gli orli imperlava d' una vasca, ed ivi 
Trasse più largo e men triste il respiro, 
E sui rigidi marmi inginocchiata 
L'infelice pregò. 

V à degl' istanti 
Allor che de la vita è la miseria 
Più disperata, che ti par vedere 
All' improvviso illuminarsi il buio 
Dell' avvenire. E sembra ohe una voce 
Intima, arcana, udita sol dal core, 
A te predica, che le dolci cose 
Cotidi'ane, che ti son dinanzi 
Per lungo amore a te congiunte, è quella 
L' ultima volta che le vedi in terra : 
E le cerchi, e le noti ad una ad una, 
E gli aspetti ne stampi entro la mente, 
Quasi presago che verran tra poco 
Giorni più tristi, che, per te lontano, 
Fia ricordarle amaramente caro. 

E sì profondo a quella voce arcana 
Era la bella tribolata intesa, 
Con tanta pena trattenea lo sguardo 
Sul v'ial, su la vasca, e su la palma, 
Che il suon dell' arme e il concitato passo 
D'un guerrier non udia, che, a lei venuto, 
Immobile, commosso a mani giunte 
La fissava adorando. 

Ella pregava: 
«. Signor, tu che ponesti in me sì grande 



POEMETTO GIOVANILE. 433 

Questo, che m' arde, amor de la mia terra, 

Perchè vestirla di cotanto riso, 

E poi farla sì misera e scaduta, 

E fieramente serva ? Oh ! sull' istesso 

Monte de gli uliveti, e su le zolle 

Dove pregasti la suprema notte, 

Io supplicando ti richiesi un giorno : 

Dammi che vegga almen splendere un sole 

Dei suoi liberi giorni ; e se delizia 

Non m' assenti cotanta, oh ! dammi almeno 

Per questa cara che pugnando io spiri ! 

E venne il dì de le battaglie; e a un punto 

Stretti ad un patto, proferito un giuro, 

Folti concordi si levàro i forti.... 

E tu li percotesti ! Oh ! se nel cielo 

La mina n' è scritta, e pur di questa 

Dolce mia casa un martire è voluto, 

Salva, o Signore, la paterna salva 

Veneranda canizie, e 1' adorato 

Petto di Nello mio salvami.... e sola 

Sia la martire, io sola.... » 

E quel vicino 
Guerrier non visto, più e più commosso, 
Udendo in quella nobile preghiera 
Così sonar il nome suo, chinossi, 
E intenerito la baciava in fronte. 
La vereconda si rivolge ; il noto 
Sembiante scorge, e disperatamente 
Gli si abbandona ne le braccia : 

R Nello, 
D' amor non favellarmi ; in questi giorni, 

Ale audi. 28 



434 ARNALDA DI ROCA 

Che la patria perdiana, panni delitto 
Un accento d' amor, qual se proferto 
Presso il guancial d' una madre che spiri. " 

rt Oh, non affatto nel mio seno, Arnalda, 
E consunta la speme, ove una lancia 
E un' anima ci resti ; ed oggi pure 
N' è promessa una pugna ; ultima forse 
E felice, che insolito tumulto 
Erra là basso ne le tende ; e il padre 
Tuo m' inviava i riposati servi 
Qui a ragunar. " 

ft Oh caro ! tu mi parli 
D'una speranza, che non ài nel core. 
Mira là su: non so perchè, ma quello 
Certo è un presagio che ne manda Iddio. " 

Ed ambi vèr le cupole di Santa 
Sofia drizzàro le pupille afflitte. 
Dall' agugìia maggior, che pari a snello 
Pino lanciava verso il ciel la punta, 
Una palla nimica avea d' un colpo 
Svelta la croce ; ed or pallida, scema, 
Su quella punta passava la luna ; 
E l'aguglia fedel l'empia sembianza 
D'un infedele minareto avea. 
" Vedi, Nello, la chiesa ove sovente 
Inginocchiati al vespero pregammo 
Pace all' ossa materne, ohimè ! sur essa 
D' una meschita 1' avvenire incombe. " 

K Lascia, o cara, il terror de' tuoi presagi ; 
Torna secura, ed animosa ; in petto 



POEMETTO GIOVANILE. 435 

Non mi spegnere questa ultima, eh' arde, 
Scintilla di coraggio. " 

K Nello mio, 
Qualche cosa di triste erra per l' aura ! 
Qui dentro al cor l' approssimare io sento 
D' inevitabil, certa ora solenne 
D' angoscia. Odimi, Nello : una segreta 
Storia, la sola, che celata io t' abbia, 
Sull' anima mi pesa, e mi parrebbe 
Di morire in peccato, ove attendessi 
Anco un giorno a svelarla.... Allor che un voto 
Me col padre traea peregrinando 
A le sante città di Palestina, 
Tremo ancora in pensarlo !... Era un mattino, 
Si fendeva il deserto. Una infinita 
Curva di firmamento, un infinito 
Orizzonte di sabbie era d' intorno ; 
Non una pietra, un fior ; solo brillava 
Lontan lontano, come via d' argento, 
L' onda eritrea. Quando ad un tratto un cupo 
Romoreggiare per lo cielo udimmo 
Dietro le spalle: mi rivolsi e vidi 
Tristi, rosse, infocate, ampie colonne 
Tempestando seguirci, e acutamente 
Urlò la guida : « Iddio ci salvi ; è il vento 
Fatale ! » Un' ora di convulsa vita 
Agitava il deserto, e dai profondi 
Visceri, fumo e gemiti mettea. 
Muti, cacciati da la morte, a lungo 
Stretti volammo pei mobili solchi. 
Altro io non so ; che un' ansia, una follia 
Vertiginosa ardeami il sangue ; e presso 



436 ARNALDA DI ROCA 

Lì, su la sella mi vedeva assiso 

Un cocente fantasima di sabbia 

Ad abbracciarmi. Allor che mi riebbi, 

E blanda al cor mi rifluì la vita, 

Posava sotto un sicomoro ; e al capo 

Facea guancial la lapide solinga 

D' un Mussulmano. Un cavalier d' Arabia 

Mi sorreggea pietosamente il padre 

Per sua cura redento. E fino al mare 

Si offerse a la novella alba guidarci 

Per la via perigliosa. Esule errava 

Per delitti non suoi entro il deserto. 

Bello era, e generoso, era proscritto, 

Ed infelice, e mi richiese amore. 

Io non 1' ò amato, ma pietà sentii 

Di quel gentile, che nel cor m' impresse 

Una memoria che tuttor mi tocca. 

Ora è qui, tu il conosci, è il prode Assano. 

Odi una prece, Nello mio ; neh" ora 

De la battaglia, non drizzar la freccia 

Te ne scongiuro, non drizzarla al pio 

Che m' à salvato il padre.... " 

Da le mura 
Un improvviso fulminar di bronzi 
Manda la voce de la sfida ; e 1' eco 
Di monte in monte la diffonde, e muore. 



POEMETTO GIOVANILE. 437 



CANTO IL 



Oh ! mi soffia sul volto, e avviva i lenti 
Estri, misteriosa aura che muovi 
Dai campi malinconici del nostro 
Grande passato, e mi riporta 1' eco 
De le antiche battaglie italiane 
Ispirandomi il carme, onde il poeta 
D' ogni età, d' ogni terra, i molli ardisce 
Dispettoso scompor sonni di plebe 
Concittadina. 

Pei sudati solchi I 

De la valle feconda, ove poc' anzi, 
Traea dal mare a correre la brezza 
Sui larghi campi de le spiche d' oro, 
E l'allegra canzon del mietitore 
Predicea le vendemmie e 1' esultanza, 
Luccicando nell' arme, innumerata 
Una turba tumultua di gente • 
Mietitrice di vite, e come irose 
Onde crescenti di marea, che batte 
Contro le sponde di vascello infranto, 
S' avventa a la cittade. Intorno, intorno 
Ai rotti muri di Nicósia e ai tetti 
Stanno i suoi figli, che silenti e radi. 
Ma indomiti a la nuova alba saranno 
Liberi in terra o martiri nel cielo. 
Mirali ! Come udir V antelucana 
Squilla pei cieli, che a la prece invita, 
Caddero genuflessi. Oh! ninno è al mondo 



438 ARNALDA DI ROCA 

Spettacolo che quel d'un infelice 
Popolo vinca, il qual cammina a morte 
Come una sola e mesta anima, e prega 
Per la terra dei padri innanzi a Dio ! 
Spirto d' Iddio, tu che due fiamme eterne 
Ponesti in petto de gli, umani, fiamma 
Sacra d'amore a libertade, e sacra 
Fiamma d' odio al servaggio, e ti fu caro 
Veder levarsi un popolo nell' arme 
Per le case, per l'are e le dilette 
Bionde teste dei figli, e per le tombe 
Venerate pugnar; perchè sovente 
Ai rapaci stendardi ài benedetto, 
E la catena con l' acciar temprasti 
De le libere spade? 

Un improvviso 
Nembo di palle grandina dai muri: 
La prima fila, la seconda morde 
L'insanguinata polve. Intorno, intorno 
Ai battaglieri si diffonde un folto 
Nuvolo bianco, ove talor discerni 
Trepido un guizzo di moschetto, un lampo 
Di saetta che passa, un vagabondo 
Aggirarsi di lacere bandiere, 
Simiglianti a raminghe ale d' augelli 
Sorpresi dal crosciar de la tempesta. 

Ài tu sentito, allor che per le tristi 
Terre di brina assidua lucenti 
Fischia il rovaio turbinoso, e investe 
L' antichissime selve, e ne' conserti 
Kovereti percossi eccita un foco, 



POEMETTO GIOVANILE. 439 

Che lunghi giorni illumina il paese; 
Ài tu sentito crepitar gli antichi 
Pini ed uscir dai covi de le fiere 
Un ululo selvaggio ? 

E tale è il vario 
Fragor, che assorda questa valle: misto 
A lo squillo dei corni, odi il nitrito 
De' fuggenti cavalli, e l' iracondo 
Grido de gli omicidi, e dei feriti 
I lamenti supremi; e tutta quanta 
Ti sembra palpitar l'isola, quasi 
Impaurita ninfa oceanina, 
In fra le spire di marino mostro. 

Da vaporoso padiglione intanto 
D' accese nuvolette, i raggi d' oro 
Trae, maraviglia d' ogni giorno, il sole ; 
E in mezzo a la prefissa orbita fulge, 
Indifferente, se di sopra il nostro 
Mondo, plasmato di superba creta, 
L' uom nell' ebbrezza di gioiti amori, 
dell' odio nell' impeto si abbracci. . 

Passar lungh' ore di scambiate morti, 
Ne lo stendardo del profeta ardiva 
Agitar le sue verdi onde di seta 
Su gli spaldi inaccessi. Invan le adunche 
Scale rasente le muraglie, e i muti 
Passi furtivi per le torte vie 
De le breccie, e gli aperti impeti invano : 
Poi che su gli eminenti orli una siepe 
Sta vegliando di prodi; e all'uopo scende 



440 AENALDA DI ROCA 

Una ruina di cadenti pietre, 
Balestrate da impavidi fanciulli 
Usi a validi giuochi, e da animose 
Giovani, ne la santa ira più belle. 

Ma lungamente fulminato il vallo, 
Come terra per molte acque s'insolca: 
E già le torri eran diserte, e i radi 
Propugnator de la città scorata 
Già cadean rassegnati. Era una ressa 
D' orfanelli accorrenti a le gelate 
Labbra dei padri, un accorato e lungo 
Iterarsi d'amplessi, un lagrimoso 
Passaggio di cadaveri diletti: 
E per le case, per le vie, nei templi 
Un ululo di morte e di terrore 
Tristamente correva. Ahi! la fortuna 
Volse i crini a la valle, consueta 
Meretrice dei molti e de gli iniqui. 

Vedi tu là quell' uom, che torvo e scuro, 
Come una notte di tempesta, à 1' occhio, 
E la barba à d' argento, e ritto accanto 
Al pennoncello de la sua progenie, 
Par simulacro su quell' ardua torre 
Che a' lieti giorni di speranze altere 
Gl'imprevidenti nominar Costanza? 
Quello è un gagliardo che non à sorrisi, 
Che lagrime non à, tranne per due 
Cose dilette ; e due gentili amori 
Ne governano il cor costantemente : 
Amor di figlio per la bella Cipro, 
Amor di padre per Arnalda bella, 



POEMETTO GIOVANILE. 441 

Tenace come 1' edera, eh' ei preme, 
Stretta a le selci di quel merlo antico ; 
Cresciuto all' ombra de le sue castella, 
Cui prime far religioni, Iddio, 
E la patria, e lo stemma immaculato 
De gli avi; e giuoco de le man fanciulle 
Una bandiera, un mor'ione ; e orgoglio 
Del giovinetto, saettar primiero 
La volpe per le macchie irte ringhiosa, 
E, plaudito, domar lungo i viali 
Odorosi di fior le riluttanti 
Selvatiche puledre ; a cui fu ardente 
Gioia una sfida ; e il ritornar, superbo 
Vincitor, dal tornèo ; chi può del veglio 
Ridir la giovili alma? 

Or con lo sguardo 
Segue i passi nimici, e col diverso 
Pallor del volto la dubbia vicenda 
De le pugne asseconda ; e immobilmente 
Sfida la palla, che gli sfiora il negro 
Pennacchio del cimiero e la corazza. 
Quel tetro affanno, che non à parole, 
Quell' ira che si erige incontro all' empia 
Fatalità che ti calpesta, e leva 
Torbida la ribelle anima a Dio, 
Quasi il perchè richiegga irriverente 
De le sventure immeritate ; e F odio, 
Che ribolle al fallir de la vendetta, 
Laceravan quel core, e cupamente 
Trasparivan da gli occhi. Egli intravede, 
Come in presaga vision, pei rotti 
Valli la furia dei vincenti, e ad ogni 



442 ARNALDA DI ROCA 

Porta un rivo di sangue ; e all' alba nova 

La città del suo cor gli si presenta 

Di carnefici ostello e di defunti, 

E forse a lui serbata obbrobriosa 

Morte, o F onta del remo, o la miseria 

Dell' esule che va limosinando 

Quel duro pane che gli fìa negato 

Da lo stranier con un insulto ; mira 

L'ignominia abitar ne le sue case 

Donde gli sembra uscire un grido : — il grido 

Di Arnalda violata. A quella atroce 

Immagine, lo sguardo avido volge, 

La sua diletta ricercando ; ed ella 

Gli stava in atto affettuoso accanto, 

Come angiolo compagno. E la figura 

Ti parca de la vergine, che un giorno 

Con l' arpa fida seguitava i passi 

Del cantor di Fingallo, allor che il bardo 

Per dirupi scorgea meditabondo ; 

Mentre ei sul piano risonar di Lena 

Sentia il fragor de le passate mischie 

Eroiche e il picchio dei ferrati scudi, 

E pel torbido mar le remiganti 

Navi, e la sfida dei rinati prodi ; 

E lampeggiando ne la fervid' alma 

Proromper F estro de gli eterni carmi. 

" Togliti, Arnalda, a questa torre ; vedi 
Come il Signor vi semina la morte; 
Qui la tua vita e il mio coraggio è in forse : 
Vanne, ripara a la difesa torre 
De la nostra dimora ; e presso F ara, 
Presso l'avello di tua madre prega.... 



POEMETTO GIOVANILE. 443 

Prega ch'io muoia, se la patria muore. 
E se pria del tramonto odi a martello 
Risonar le campane, e invano attendi 
Una novella che di me ti parli, 
L' ultimo, o cara, dei consigli accogli.... 
Io t' aspetto nel cielo." 

ft Oh se, la prima 
Volta, non piego al tuo voler, perdona ; 
Nel periglio dei padri, unico in terra 
Avvi un loco pei figli.... e questo è il mio. " 

Ei non rispose ; e vólto al ciel, si strinse 
La generosa lungamente al core. 
Oh! chi può dire, in quella unica stilla, 
Che dal mesto del veglio occhio discese 
Sovra le maglie e la fanciulla, quale 
Infinito dolor fosse racchiuso? 
Stilla, che un cor di martire versava 
Sopra il terren del sacrifizio ! E pure 
Da quell' amplesso, che potea 1' estremo 
Essere in vita, anco una gioia al forte 
Sorrise : che talora esce da due 
Abbracciate sventure una dolcezza ! 
Del baluardo egli s' affaccia all' orlo, 
E fra la polve, che di bianco velo 
Del Pedeo la tranquilla onda celava, 
Vede giù basso serpeggiar più folte 
Le avverse bande ; e per la breccia acclive, 
Che ad uno ad uno i battaglier caduti 
Indifesa lasciar, silenziose 
Anelando salir. 

L' ultime appella 



444 AKNÀLDA DI EOCA 

Eeliquie de' suoi prodi, e vòlto intorno 
Un guardo di pietà sui morituri, 
Per la china li guida e si dilegua. 

L' angusta corte che mettea sul lembo 
Dell' erta breccia, era d' infranti merli 
Ingombra e d' arme e di cadute pietre ; 
E pari a campo sepolcral, quieta. 
Ondeggiava romito ancor nel mezzo 
Lo stendardo di Cipro, quasi fosse 
Da le pie de gli estinti alme agitato : 
Distesi fra le péste erbe non freddi 

I cadaveri ancora. Una fanciulla 
Moria soletta accanto a un caprifico, 
E sollevando le pupille nere, 

Con 1' estremo sorriso salutava 

II moto estremo de la sua bandiera. 

Lanciasi il Conte ne la cerchia, infigge 
Dentro il terreno insanguinato il brando ; 
E protesa la man verso la croce 
Dai trafori dell' elsa affigurata, 
ct Giuriam," gridò, r: di vendicar la santa 
Terra dei padri, o di cader con essa ! " 
E cento destre, d' uomini, di donne, 
Di giovanetti s' allungar tremando 
Non di terror, ma d' ira : e cento labbra 
Solennemente proferir : K Lo giuro. " 

E attesero in silenzio. — Ed ecco spunta 
Come disco lunar su da ruina, 
Una fila di pallidi turbanti 
Lungo 1' ardue macerie ; un improvviso 



POEMETTO GIOVANILE. 445 

Nembo di freccie i più vicini atterra, 
Spunta un' altra e precipita : ma sotto 
Crescon le turbe ognor più folte, e poste 
Le adunche scale, a dieci, a venti, a cento 
Sorgono sul fortin gli assalitori ; 
Divorato è lo spazio. Odi un feroce 
Cozzar di lame, e quel ferino, immenso 
Urlo, che solo con la morte à pace. 
Vedi sul!' alto del pendio tremendi 
Saettatori* fulminare un misto 
D' umane forme, che franano a valle 
In amplessi di rabbia ; e tra le punte 
Batton de le ruine e a balzi a balzi, 
Non altrimenti de le querce monde, 
Che per le chine lubriche abbandona 
Il boscaiuolo de le cedue selve, 
Piomban ne la soggetta onda del fiume, 
Che tinta in rosso a la città s' avvia ! 

Voi, che passate a caso per i ponti, 
Arme recando e cibi ai combattenti, 
Misere donne, se vedete mai 
Agitandosi giù per le correnti 
Venir qualche persona moribonda, 
Tendete il guardo, poi che forse è il vostro 
Figlio esangue che passa ; è forse il vostro 
Povero amor che passa ! — 

È rotto e freme 
Anco una volta Finfedel sul calle 
Acerbo de la fuga. A la riscossa 
Nello, il Signore di Saido, accorse. 
Di tanta schiera non riman che un solo 



446 ARNALDA DI ROCA 

Che bestemmiando si ritira, e scaglia 

Il dardo che gli avanza. Oh ! maledetta 

Sia quella freccia, che gittasti, Osmano ! 

E se pur adorato, unico in terra 

Ti resta un figlio, quella freccia un giorno 

Sia destinata di tuo figlio al core. 

Essa d' Arnalda il morbido volume 

Lambì dei crini, rasentò l' usbergo ; 

E in petto al Conte si confisse. Intorno 

S' affollano pietosi i combattenti 

All'egregio ferito. Indarno ei volle 

Anco fissar ne le fuggenti lune 

Gli occhi errabondi, e cadde, e a la vicina 

Chiesa fu tratto, come cosa morta! 

Era il funereo tempio ove la stanca 
Polvere, e le virtù parche, e le colpe 
Dormivano dei re ; però che dentro 
Gli avelli incisi di bugiarde cifre 
La valorosa, irrequieta e rea 
Lusignana progenie era discesa. 
Per mezzo all' ombra de le vòlte acute 
Come lampa di speme in desolata 
Anima, il sol dall' occidente invia 
Mesto un saluto su purpureo raggio 
Popolato da mille atomi erranti ; 
E, trapassando pei dipinti vetri, 
Di fantastiche tinte si colora 
Sovra la tomba d' Elena posando, 
Quasi paresse coi sanguigni, azzurri 
Guizzi di luce figurar 1' eterne 
Fiamme, dove la perfida reina 
Sconta il veleno e i casalinghi lutti. ( 8 ) 



POEMETTO GIOVANILE. 447 

Steso ai pie dell' avel che all' infelice 
Giano ( 4 ) fu primo ed ultimo riposo, 
Aperse gli occhi il morìente, e vide 
China su lui la figlia in quell' estremo 
Disperato dolor, che è più di morte. 
Guatò d' intorno attonito ; gli parve 
Di tornare a la vita dopo lungo 
Sonno affannato : come in faticosa 
Vision, gli ricorse una confusa 
Pugna, e un smano saltellon pei muri 
Ir vagabondo con un dardo lungo ; 
E si sentia colpire, e de la morte 
Arrivar la solenne ora comprese; 
Ma il pensier de la sua misera terra, 
Così coni' era, anco il premeva: 



Arnalda 



Sali là su : di' cosa vedi. " 



Ed ella 
Con quella punta di coltel nel core, 
Barcollando saliva obbediente 
Le scale, onde si giunge a la sublime 
Finestra de la chiesa. — Indi lo sguardo 
Per molta parte di città si stende 
E per molta campagna. 



" Su le mura 
Vedo ondeggiare un lacero stendardo, 
Ma non è quello di San Marco. Padre 
Odi tu questo che mi gela il sangue 
Rintocco di campana: a onde a onde 



448 ARNALDA DI ROCA 

Scende il nimico per le vinte chiuse 
A la cittade." 

E impallidendo, il capo 
Chinava a la cornice, e si sentia 
L'anima straziata ire in dileguo. 
Oh! perchè non morir! 

E giù il ferito 
Tornava a domandar, ft Di' cosa vedi. " 

R Vedo avanzarsi per le vie la mischia, 
Vedo le soglie de le case ingombre 
Di morenti e di morti ; e turbinosi 
Nodi di fumo ascendere dai tetti : 
Vedo di faci scintillar i vani 
Qua e là de le finestre. — Padre ! padre ! 
Anco dal loco, ov' è la nostra casa, 
Vedo salir la punta de le fiamme ! 
Povero avello di mia madre ! — Tutto, 
Padre, è perduto ! " 

E la paterna voce, 
Come d' uom cui la mente egra delira, 
Più fioca sempre favellava: 

tc Io veggo 
De la patria ii fantasima che incede 
* Tacitamente per la chiesa : V orma 
I pavimenti insanguina ; si posa 
A me ci' accanto ad aspettar eh' io spiri.... 
Attendi, o Patria, anco un istante, e al cielo 
Ascenderemo a chiedere vendetta 



POEMETTO GIOVANILE. 449 

Di tante colpe, che non àn perdono." 

E lieve lieve per le volte acute 

L' eco del tempio rispondea : ft Perdono. " 

Quando di Rama sui funerei colli 
Passò un lungo lamento, e una regale 
Mano i lattanti d' Israel percosse, 
Forse una madre col suo bimbo ascosa 
Dietro le sacre are sentia le péste 
Omicide vagar, con la medesma 
Ansia di questa vergine diserta, 
Che per le vie de la città la strage 
Or vicina ruggire, or dileguarsi 
Nelle confuse lontananze udia. 

Ai lunghi schianti commoveansi i vetri 
Del Santuario, e rispondean gli stalli 
Vedovi e i sotterranei ambulacri. 
S' ode un fragor d' arme, che avanza ; scende 
Precipitosa da le scale Arnalda, 
E davanti 1' esanime si ferma. 
Guai chi primo la tocca! Ardonle i polsi, 
Lampeggia il brando, e ne lo sguardo à impressa 
La maestà, che il sacrificio ispira. 
Ma quel tumulto or cresce — ora s' allenta, 
Finché per andamenti altri si perde : 
Torna il silenzio. Odesi poscia il passo 
D' un corridor, che galoppa lontano ; 
La via divora, s' avvicina, — è giunto, 
È già passato. — No : come a prescritta 
Mèta dinanzi il portico sonoro 
Del Santuario si fermò d' un tratto. 
La prima volta, o donna, è che tu tremi ! 

Aleardi. 29 



450 ARNALDA DI EOCA 

Odi ! — una pésta entra le porte — e inoltra 
Per la crescente oscuritade. — 

" Arnalda, 
Ove se', Arnalda? " - ft Sei tu Nello? Oh! grazie, 
Madre d' Iddio ! sei vivo ! " 

* Arnalda, dove 
È tuo padre? Oh, celiamlo ornai; per tutto 
Si dilata lo scempio, e se speranza 
Ancor ci resta, è di morir uniti ! " 
K Chi sei, 1 ' disse il vegliardo, " e perchè suona 
Disperata così la tua parola? " 
Ma riapparsa ne la debol mente 
La ricordanza de la nota voce : 
K Sir di Sàido, or ti ravviso.... Dimmi, 
Tutto dunque è perduto ? " 

K Ad uno ad uno, 
Signore, i forti caddero sui muri : 
Caddero per le vie ; dentro le piazze, 
Dentro a le corti caddero pugnando : 
Or non è pugna, è strage. L' abborrito 
Carnefice di Stàmbol à fissato 
Lo sterminio di Cipro. — Ormai 1' antico 
Onore è spento de le nostre case; 
Spenta è la tua città. Di tanto e lungo 
E infelice valore altro non resta, 
Che qualche prode agonizzante, e questi 
Laceri avanzi de la tua bandiera: 
Carca di gloria, tu me l' ài ceduta ; 
Carica di sventura, io la riporto." 

« Porgila eh' io la baci, e qui sul petto 
Ferito me la posa. — Oh ! questo solo 



POEMETTO GIOVANILE. 451 

Era il sudario eli' io bramava estinto.... 

Men triste or muoio.... Benedico Iddio, 

S' Ei mi concede eh' io non vegga vivo 

La servitù di quest' isola mia. 

Ma che sarà di questa creatura? 

Che sarà mai d' Arnalda ? — Odimi, Nello : 

Se mai t'arrise amor ai dì giocondi 

Per questa che tra poco orfana fia, 

E l'anima cortese, e le sembianze, 

E la mestizia non ti fùr discare, 

Deh ! eh' ella trovi ai giorni del dolore 

In te 1' amor del padre e de la madre ! 

Ella è tua.... la proteggi." 

E il cavaliero 
Con un gaudio accorato a la fanciulla 
Porgea la mano nuz'ial. 

Sorrise 
Il moribondo, e più commosse e roche 
Gli uscian dal petto le parole : 

" Io scendo, 
Nello, a la tomba poveretto. I nostri 
Vezzi dimani adorneran le molli 
Odalische dei ladri : entro i giardini 
Pascoleranno le cavalle turche.... 
Volge Nicósia in cenere.... Le vampe 
Del mio palagio esser dovean le tede 
Pronube de la vostra ara!.... Di tanta 
Ricchezza che sparì, solo vi lascio 
Quello che non potean tutti rapirmi 
Congiurati gli Osmani, e la fortuna: 
La veneranda vanità d'un nome 
Inviolato ; e a te, Nello, quest' una 



452 ARNALDA DI ROCA 

Lieve ma sacra eredità del mio 
Brando, netto di colpa, e di viltadi..., 
A le tue man lo fido.... Oh, qui da canto 
Chi è che geme?... o figlia.... o figlia mia.... 
Qui t'appressa; mi bacia anco una volta.... 
Ancor più presso ; ò freddo, Arnalda, ò freddo.., 
Qui mi ti posa, e mi riscalda il petto. 
Toglimi, cara, quest'anel dal dito. 
Esso è quel che portò l'intemerato 
Angiol che ti fu madre : io sull' altare 
Puro gliel porsi, ed ella ancor più puro 
Me lo rendea siili' origlier di morte. 
Questo di me, questo di lei ti parli 
Infìn che vivi. — 0, misera, sì forte 
Non singhiozzar.... Io rivedrò fra poco 
Quella santa nel ciel, ed ambi Iddio 
Perpetuamente pregherem per voi... 
Ài tu per l'aure torbide sentito 
Forte una voce che mi chiama a nome?.... 
Arnalda, ò freddo.... qui sul cor mi versa 
Quelle lagrime calde.... o benedetta.... 
Kicòrdati di me che muoio.... 1 ' 

Un fiero 
Tumultuar d' armati e di cavalli 
Che urlando irrompe da la porta, scuote 
Quegl' infelici che pareano morti 
Al par del morto. — Esterrefatto balza 
Nello da terra ; il brando impugna : te Sposa, 
Or siam perduti." 

Una rapace turba 
Con agitate fiaccole s' accalca, 
Cento facce selvaggie illuminando 



POEMETTO GIOVANILE. 453 

Ai profanati limitari. — Primo 
Sul pavimento di sconnessi avelli 
Un Mussulmano col cavai si lancia ; 
E, ravvisato in minaccioso aspetto 
Ritto un guerriero ad un aitar : ft II tuo 
Dio, gli grida, ben scelse a la custodia 
De la sua casa un guardiano imbelle. " 
E curvo su le redini s'avventa 
A quel deriso. — 

fe sposo, è lui.... è lui.... 
E Assano. " Altro la vergine non disse : 
Poi clie sentì mancarle il core, e cadde 
Su la salma del padre, inanimata ; 
E forse ora si volge al paradiso. — 

All' udir il suo nome e quella voce, 
Attonito stupì F Arabo, e rise 
Come Satana ride. Intorno ai due 
Che duellano, come ad un tornèo, 
Si stringe con le fiaccole la gente. 
Solo fra tanti il Sire di Saido 
A una colonna che sostien le navi 
Balza d' un salto, si ripara, e pugna. 
E già due volte spezza con la spada 
Le maglie, e offende il cavalier. La curva 
Lama azzurrina dell' Osmano ai marmi 
Guizza d' intorno e fa sprizzar scintille. 
E già sul capo discoperto a Nello 
Rapida scende ; ma al corsier nimico 
Manca sul terso lastrico una zampa, 
Sfonda un avello ne la sua caduta, 
E palafreno e cavalier confusi 



454 ARNALDA DI ROCA 

Mordon la polve. — Sul caduto allora 
L' altro inarca 1' acciaro, e già la morte 
' L' Arabo sente. — Se non che, dal fondo 
D'una navata sibila una palla; 
Nello è caduto ! — Furibondo sorge 
L' arabo, un motto mormora all' orecchio 
D' un fido schiavo, e fin che gli altri al sacco 
Si spargono del tempio, ei su novello 
Destrier apre la calca e via dispare; 
E fuvvi alcun cui parve di vedere 
Lungo gli arcioni pendergli dinanzi 
Come una forma di persona morta. 

generosi che cadeste, addio ! — 
Addio, bella di gloria e di dolori 
Animosa cittade ! Un' odiata 
Notte sopra il guancial de la sventura 
Ti agitasti, cristiana, e sul mattino 
Martire all' onte del servaggio sacra 
Ti svegliavi ottomana; .e preludevi 
De la tua miseranda isola ai ceppi. 
Così tramonta de le patrie il sole 
All' occaso di sangue imporporato. 
Cadono i padri combattendo ; i figli 
Vivon nell' odio memore : i nipoti 
Si rassegnano al fato ; e poi fin 1' ombra 
De la speranza, e le memorie sperde, 
Più assai che il tempo, il postero codardo. 
Pur nascoso talor fra le rovine 
Cresce, da pianto nobile irrigato, 
Gracile il fiore de la indipendenza : 
Poco a poco, guardingo si propaga 
Nei giardini domestici educato, 



POEMETTO GIOVANILE. 455 

Fin che arriva a olezzar apertamente 
Ne le piazze e sul? are, e se ne tesse 
Una civil corona all' animoso 
Eroe de la rivolta. — 

Ahi! del riscatto, 
Città infelice, non ancor nel cielo 
È per te V invocata ora battuta ! 
Veggo ancor per le azzurre aure beate 
Volger la luna, e viaggiar le stelle ; 
Veggo il sorriso de le tue marine, 
E per le valli irrigue gli aranci, 
Sempre verdi fiorir : I' alma di foco, 
Il crin di corvo e lo splendor del guardo 
Ancora ammiro de le tue fanciulle 
Desiose d' amor.... Ma dove i sacri 
Giorni n' andàro de le patrie feste? 
E l'inno popolar che fea le tue 
Notti di canti liberi gioconde? 
Dove il braccio dei prodi, e su le porte 
Le scólte cittadine ? ove il lucente 
Aitar da cui 1' ardita incoronavi 
Fronte dei Lusignani? Ove le egregie 
Tombe ne andàro? 

stanche ossa dei regi 
Dall' Eterno chiamate, e dall' umane 
Storie, a giudicio, invan di queti sonni 
La speranza v' allegra ! Appare il giorno 
De le sconfitte, e il vincitor vi fruga 
Per rapirvi le gemme irriverente ; 
Il giorno appar de le rivolte, e il pugno 
Dei popoli vi semina pel vento. 



456 ARNALDA DI ROCA 

Pure a le tue contrade ove riesca, 

Derelitta Nicósia, il peregrino 

Ancor dopo tre secoli di lutto, 

Mesta i sepolcri de' tuoi re gli additi. 

Un sol ne manca: sì che invano ei chiede 

Ove 1' ultima tua dogai Signora 

Dorma il sonno dei morti. — Oh, con le serve 

Braccia tu 1' ergi, dove è più deserta 

Del mar la spiaggia ; poich' è spenta, è spenta 

Ahi ! sotto 1' alga de le sue lagune 

La tua Sultana, e del l'ione alato 

È spento r antichissimo ruggito. — 



CANTO in. 

Udite, solitarie anime care, 
In cui celato per avversi fati 
Freme de la natal terra l' amore, 
Cui non è gemma di regal corona, 
Che pur una di sangue inclito vinca 
Nobile stilla per la patria sparsa : 
Udite, anime care, ove il desio 
Tolto non v' abbia di saper gli affanni 
D' Arnalda lagrimevole, la musa 
Povera narratrice. 

Ella era cólta 
Da un penoso delirio. In quel dei sensi 
Disordinato errar, cui la sospinge 
De lo spirto l'angoscia e de le membra, 



POEMETTO GIOVANILE. 457 

La fantasia, ne' suoi voli di Fata 

Or benigna or crudel, prendea le forme 

Del terribile vero. 

Essere in prima 
In quel tempio credea, dove ai sereni 
Giorni pregò. — Su splendido tappeto 
Inginocchiato le brillava accanto 
Il bellissimo Nello. — Un mar di luce 
DifFondeasi dall' ara ; e le sublimi 
Cupolette indorando e il pavimento, 
Sovra il candore del suo vel piovea 
E sopra i gigli che le fean ghirlanda. 
Un' invisibil mano discorreva 
Per gli ebani dell'organo spargendo 
Di melodie le profumate vòlte. 
Era il dì nuzial. — 



Ma un' oppressura 
Tormentosa, una scossa, un incessante 
Scalpito a guisa di corsier che fugge, 
I bei sogni rubando all'infelice 
Mutan la visione. — 

Ecco a rilento 
Sollevarsi le lapidi e dal vano 
Una nube salir, che tutte quante 
Occupò le colonne e le navate. 
La paurosa con la man ricerca 
L' anello che le fu lungo desio ; 
Ma l'anello si snoda, e le sembianze 
D' una vipera assume, e il bianco dito 



458 ARNALDA DI ROCA 

Avvelenato dall' acuto dente, 
Morto le cade da la man di gelo. 

Per quei vapori, ovunque ella si volga, 
Vede sempre un crudel volto che ride 
Insultando e la fissa ; e cento braccia 
Lunghe, villose, col pugnale in alto. 
Il sacerdote, il fidanzato, il raggio 
Dileguano, e il sì dolce organo è muto; 
E sol per gli ambulacri ultimi il tristo 
Nitrito ascolta d' un cavai morente. 
Ella ghermita da una man di ferro 
Depor si sente dentro un freddo marmo. 
Trepida gira la pupilla, e vede 
Che quel gelido marmo era un sepolcro, 
Con dentro un morto, e il morto era suo padre 
E già un grido mettea.... 

Ma un' oppressura 
Più tormentosa, un faticato corso, 
Un fischiar d' affannosa aura pei crini, 
Scotean la sognatrice ; e si mutava 
De le feroci fantasie la scena.— 

All' improvviso le parea queir urna 
Commoversi co' suoi grifi di pietra, 
Ed uscire dal tempio : e la persona 
Morta, tremendo guidator, sedea. 
E correano, correano per le vie 
Note, pei suburbani orti, sui clivi 
Precipitosi e lungo le campagne 
Kapidissimamente. E lo splendore, 
Che illuminava il disperato corso, 



POEMETTO GIOVANILE. 459 

D' una vinta cittade era l' incendio. 
E correano, correano, e si sentia 
L' unghia di marmo battere il sentiero ; 
Finché la terra si perdeva, e il lido 
In un negro mettea vasto oceano: 
E quell' urna solcarlo ; e la persona 
Morta, tremendo navichier, sedea 
Fra le spume del mar. 

Ma un' oppressura 
Più tormentosa ognor, ma l' impudico 
Premer d' un bacio che le cerca i labbri 
Quasi fugace rettile che strisci 
Su le carni notturno, a quell' afflitta 
Kompono i sonni. Apre le luci; in una 
Barca lanciata a la balia dei remi 
Si vede, e a quel fatale Arabo in braccio, 
Cui riga ancora il candido mantello 
Il vivo sangue del morente amico. 
Si conobbe perduta. E con la mano 
L' onta coperse del baciato viso. 
Come in nube indistinta in pria le giunse 
La ricordanza, indi più netta, infine 
Limpida e disperata; in un istante 
Vide il passato, vide 1' avvenire ; 
E credette morir.... Ahi! poveretta, 
Che per angosce non si muore in terra! 

Un tramonto sul mare! Oh! come è bello 
Il sol che ne le immense acque discende. 
Che se la costa, ove al mattin sorgea, 
Appellata è Soria; se quelle brune 
Macchie lontane, ove tramonta, sono 



46U ARNALDA DI ROCA 

Le sorelle di fama e di sventura 

Isole dell' Egeo, superbamente 

Egli è splendido allora! Ei, le solinghe 

Colonne d' Elio, che fu sua cittade, 

E i rovinosi simulacri, a cui 

Fallir da mille e mille anni i divoti, 

De la luce più limpida colora. 

E le mobili spume, onde s' imbianca 

L' azzurro piano, imporporando irradia, 

Sì che pare al rapito navigante 

Reggere il pino dentro un flutto d' oro. 

Danzan sub" onda con le argentee schiume, 

Tratti al desio de la morente luce, 

Fuggitivi i delfini, e la conchiglia 

Schiude le valve per dar loco al raggio 

Che le accarezzi la gentil sua perla! 

È l' ultim' ora d' una festa. Il crine 

Sparso di rose fulgide, neh" acque 

Discende il re. La festa è consumata. 

Una dolce quiete, una mestizia 

Posa nell' aure e sull' oceano. Allora, 

Come* al passar d' un re per una villa 

S' accendon lampe ne le vie notturne, 

Via per le sfere un cherubin aleggia 

E illumina le stelle e de la luna 

Il niveo faro, perocché si svela 

Più maestoso ne la notte Iddio. 

Oh, come è caro il dì che muore, e i bruni 

Piani saluta dell'immenso mare! 

Ma tal non è per 1' esule che triste 
Solca pelaghi ignoti, ignoto ei pure 
E sospettoso, e la memoria il punge 



POEMETTO GIOVANILE. 461 

Dentro al core dei placidi tramonti 
Accanto a geniale anima scórti 
Dal limitar de la paterna casa. 
E si rammenta la fidanza onesta 
Dei colloqui animati, assiso ai freschi 
Vesperi de la patria, ond' egli forse 
S'allontana per sempre; in su la poppa 
Posato del navil, versa nascoste 
Lagrime amare sovra V onda amara ; 
E intanto ode cantar dietro di lui 
In una lingua che non è la sua. 
Tale non è per quel che di catene 
Improvvise fu cinto, e va prigione 
A stranie prode, ove nessun V aspetta, 
Fuor che il fantasma de le sue sventure. 
Sol libero del guardo, a la palomba, 
Che trapassa veloce, a la rosata 
Nube, che vola vèr la patria, affida 
Un addio lagrimoso. — E questo, o bella 
Dolorosa di Cipro, era il tuo fato. 

Per cento vele biancheggiante sega 
L' Issico seno col favor- del vento 
La flotta de la Luna, e con le aurate 
Punte s' avvia de le dipinte prore 
Di Famagosta ai venerandi muri, 
Dove un futuro martire 1' attende. 
Guizza rasente i solitari scogli 
La fusta del corsal, dentro le macchie 
Si nasconde di canna, e traditrice 
Esce di notte a derubar pei lidi. 
Sole nel seno di tranquilla baia 
Specchiansi immote due galee nell' onda 



462 AENALDA DI ROCA 

Mirti perenni, e pallide lavande 
Fanno siepe a le rive ; un' odorosa 
Selvetta miri fluttuar di cedri 
Su le eminenze, e quasi a guiderdone 
De le frescure onde le fu cortese, 
Sopra il suggetto mar, che la riflette, 
Sparge il profumo de le sue corolle. 

Forse quelle galee, come una coppia 
Peregrina di cigni, a tanto d' acque 
Paradiso e di campi innamorata, 
Qui 1' àncora gittàro. 

Oh, tu non sai 
Qual carico di pianto e di peccato 
Portin quelle galee! 

Là, su la rupe 
Che al mar s' affaccia, da le crocee foglie 
Di selvatica vite inghirlandata, 
Sali. — Non odi dal navil, che posa 
Cheto nel mezzo del suggetto golfo, 
Secondo la raminga óra lo porta, 
Sollevarsi un lamento? Ivi legata, 
Quasi rea da patibolo, si accalca 
Prode una gente. A lei sui vinti muri 
E su le soglie dei polluti lari 
Fin la morte fallia. — Poveri egregi, 
Che faranno dolenti e popolosi 
I mercati di Galata ! L' orecchio 
Porgi di nuovo ; non t' arriva un cupo 
Fremito e un urlo ? — Su le ignude schiene 
Dei galeotti sibila cruento, 
L' onta mescendo col dolore, il nervo. 



POEMETTO GIOVANILE. 463 

Miseri ! E voi forse una dolce casa 

E la canizie tremebonda aspetta 

D' un padre ! E forse in questa ora d' angosce, 

La sposa ignara, che vi attende, prega 

Sotto la lampa eli Maria, benigni 

Supplicandovi i mari ! — 

Oh, non ti fere 
Un suon da la vicina eco ridetto, 
Triste, come il sospir d' una sorella 
Che domanda soccorso ? — Oh, non è questo 
Dell'avvoltoio cacciator lo strido, 
Che là su quell' altezze aride gira ; 
Questo è gemito umano. E un angoscioso 
Pianto di donna ; perocché sull' empia 
Nave che miri, à ragunato Assano 
I tesori a le ville arse predati ; 
E le gemme più fulgide di Cipro — 
Le sue fanciulle. — 

Oh, sventurate a cui 
La giovinezza e la beltade è colpa 
Che ogni dì sconterete vergognose 
Nei chioschi del Bosforo ridenti 
Ed abborriti, a far più lunghe e acute 
Le voluttà dei comperati amplessi. 
Oh ! sventurate ! 

Ed ella pur sedea 
La vergine dei Roca, in mezzo all'altre 
Miserabili donne. Era un' oscura 
Cameretta di sotto a gli impalcati 
De la coverta. — Ivi empiamente sparsi 
Miravi i candelabri e le rapite 



464 AIINALDA DI ROCA 

Spoglie dei templi, e misti a le gemmate 
Armi, ed ai vezzi a la beltà sì cari, 
Quei voti, che nel dì del superato 
Periglio, al santo del suo cor, contenta 
L' anima appende. 

Povere colombe! 
Quale vi trasse da gli aperti campi 
Fatalitade di tempesta al covo 
Proprio del nibbio qui? Ier ne le case 
Libere ancora, ancor dolce e superba 
Esultanza di pie madri, e desio 
Di giovinetti verecondi ; ed oggi 
Sì profondo cadute !... e diman forse 
Vituperate.... Oh ! chi gli atroci e lunghi 
Patimenti può dir di questo nido 
Di caste ed immortali anime tratte 
Come mandre al mercato? 

Alcune assise 
Col guardo immoto, il volto infra le palme, 
Giacean come impietrite ; altre furenti, 
Piene le pugna di strappate chiome, 
Forsennate correan ; chi genuflessa 
Pregava; chi parea morta; ed alcuna 
Su le tavole roride di pianto 
Si rotolava disperatamente. 
Pur se un lieve sonava urto a la porta, 
Tutte volgeansi a quella banda, quasi 
Per là dovesse entrar il vitupero. 
Oh quante angosce in quelle paurose 
Pupille nere ; in quei tremuli labbri 
Illividiti ; in quelle mani al petto 



POEMETTO GIOVANILE. 4G5 

Kaccolte in croce, in quelle pose stanche 
Pur custodite dal pudor, che mai, 
Fin nei deliri d' un dolore acuto, 
Da la vergine mai non si scompagna ! 

Sole nel mondo ! Ognor che il reo pensiero 
Eipiombava su quelle anime affrante, 
Pietosamente commoveansi; e, nate 
Di principe o di plebe, una cadea 
In seno all' altra ; poi che il duol profondo, 
Simile al cimitero, ogni superba 
Disuguaglianza toglie e tutti adegua 
Sotto V affanno d' una croce istessa ! 

— Donna, che vuoi tu qui ? Splendidamente 
Scende a lambire il tuo pie di fanciulla 
La nerissima chioma ; e l' immodesta 
Onda del seno sotto un vel di neve 
Manifesta di certo un cor di fiamma, 
Un cor che è nato dove nasce il sole. 

La giovinezza ti dipinge il volto 
Di procace beltà. — Pure nel mezzo 
Al candor de le guance, solitaria 
Una rosa di porpora mi dice 
Che ratto scorre de' tuoi dì lo stame : 
Pur qualche cosa di sinistro avvampa 
Dentro quel bruno orbe dell'occhio. 

Donna, 
Che vuoi tu qui ? — Perchè quel lungo riso 
Irriverente ? Non sai tu, eh' è sacra 
L' aura che spira da una gran sventura ; 
Poi ch'ivi più solenne orma rivela 

Alea noi SO 



466 AItNALDA DI ROCA 

La presenza d'Iddio? 

Ella depose 
Sopra un guanciale un crocefisso d' oro 
Che di strane tenea bende ravvolto. 
E su le braccia mollemente a guisa 
Di bambolo cullava. E a le cadenze 
D'una mesta canzon del suo paese 
Voluttuosa maritava i passi 
D' una danza di Cipro. — 

E tutte l'altre 
Pareano a quella gioia indifferenti. 

Ella seguia la danza e la canzono, 
E un dolor pauroso uscia da quella 
Violenta letizia; in fin che lassa 
Mal traendo il respiro, entro le bende 
Incespicava, e per morta cadea. 

Allor si mosse una gentil figura 
A sollevarla con bontà pietosa ; 
Era Arnalda. — Seduta a lei d' accanto 
Sull' origlier de' suoi ginocchi il capo 
Leggiadro ne depose. — Indi la mano 
Tese a spiarne i palpiti del core: 
E il core, or lento, or frettoloso, come 
Dentro le spine de le sue memorie, 
Intricato batteva. E meglio fora 
Che non battesse più : — K Povera Actea ! 
Povera pazza ! Se non pur felice, 
Fieramente felice, che l'angoscia, 
Come pietra scagliata in fondo al rio, 
T' à intorbidato 1' onda de la vita, 



POEMETTO GIOVANILE. 4G7 

E nel tramonto del pensier ti tolse 
A la veduta di sì ree giornate ! " 

Se piomba la sventura in cor gentile, 
Ne trae tesori che nei dì felici 
Ignorava d'aver, e più benigno 
Lo rende agli altrui mali. E quella pia, 
Fatta siccome immemore del suo 
Infinito martir, qual fa una madre 
Con malato figliuol, le accarezzava 
Il fronte, il collo, il crin. 

E le memorie 
Agitavano Actea : — ft Pria di lasciarmi, 
Anco un bacio, amor mio ; come sei bello ! 
Come ti ride su la nobil fronte 
Scintillando il cimiero ! — A me, fanciulle, 
Venite a me, spose di Cipro ! Avreste 
Veduto al mondo mai re da corona, 
Che la porti sì ben, come il mio sposo 
Porta il cimiero ? Oh noi guardate ! io sono 
Una fiera gelosa.... Oh parti e pugna, 
E riedi ; incontra io ti verrò sul ponte.... 
Eterna è un' ora eh' io 1' attendo, e ancora 
Non torna.... 

" E morto, e non tornano i morti, 
Chi mi parla di morte? Oh maledetta 
Questa voce crudel ! — Per V oppressore 
Odioso al Signor, non ei la spada 
Servile assunse : ma v' è un tetto, ov' egli 
Nacque ; v' è un' ara, ove pregò fanciullo, 
E mi die la sua gemma ; avvi una breve 
Culla, che dentro un'innocente accoglie 
Creatura di rosa ; un' infinita 



468 ARNALDA DI ROCA 

D'amarezze e d'amor corrispondenza, 
Che à nome patria; egli per lei soltanto 
Vestì la maglia, e sguainò la spada: 
Tornerà. — 

" È morto, e non tornano i morti.... 
Son morti tutti, anco la patria.... un solo 
Vive.... silenzio ! non lo dite, o donne : 
Il mio soave pargolo di rosa 
Dentro un sepolcro io V ò celato ; un' onda 
M' inseguia di turbanti : io per l' occulta 
Via del giardino dileguai non vista: 
Entrai la stanza nuziale ; oh come 
Sorridevi, o celeste, entro l'intatta 
Neve dei lini! Nel cortile udii, 
Erompere pel vinto atrio la gente: 
Egli vagì.... come celar quel mio 
Solo tesoro, onde giammai non fora 
Stata povera in terra? Egli vagiva. 
Io lo feci tacer col mio pugnale : 
S' addormentò ; né lo trovar la gente.... 
Eccolo ei dorme ancora.,., oh! con quel pianto 
Non destatelo, o donne.... " ( 5 ) 

Da la mesta 
Consolatrice che volea calmarla 
Si liberava nel delirio Actea ; 
E su le bende lacere inclinata 
Depose un bacio. Ah ! misera nel legno 
De la croce baciar credeva il figlio. 
E tacque, e pien di pianto era il sorriso 
De la povera pazza. 

Entro la muda, 



POEMETTO GIOVANILE. 4G9 

Per l' aer cieco, non s' uclia che un rotto 
Anelito di petti affaticati 
A spirar la sventura: e di quel breve 
Pauroso silenzio eran gl'istanti 
Enumerati dai singhiozzi in terra, 
Dal custode segnati angiolo in cielo. 
Quando a la porta s'affacciò sinistra 
La figura d' un Arabo. Su lui 
Da la virtù d' un reo fàscino vinti, 
Come per muta tenebria scintille, 
Si conversero cento occhi di donne ; 
Quasi volesser coi fulminei sguardi 
Incenerirlo. — Ei con beffardo accento 
Loro indisse d' uscir. — Pietà non era, 
Che su la tolda a respirar le addusse 
Le placide frescure, e 1' odorosa 
Brezza, che lambe le tepenti rive : 
Era timor che 1' agitata e greve 
Dimora ne la stiva a la bellezza 
Appassisse le rose ; e men gioconde 
Tornassero le veglie a la feroce 
Sete de' sensi, che a Bisanzio attende. 



Nube in cielo non era, e dietro i colli 
Vitiferi di Candia il sol morìa : 
A quelle derelitte ultimo forse 
Fra gli occidenti de la patria : e in due 
Ne partiva la vita ; in quel soave 
Paradiso che fu, sparso di fiori, 
Di blandizie e d' amore ; e in quella ignota 
Landa d' esilio che non à ritorni, 
Terminata soltanto allor che aperto 



470 ARNALDA DI ROCA 

Troveranno un sepolcro, ove le stanche 
Membra celar con la crudel vergogna! 

Libera ancora sovra un' erta cima 
Una imprudente campanella osava 
Kidir Ave a Maria : da lunge un' altra 
Risponderle parea ; quasi un' austera 
Coppia d' amici, che fidente parli, 
Sull' imbrunir de le pensose sere 
De le cose del cielo. 

Oh ! chi nell' ore 
De la partenza memori potea 
Udir le squille del natal paese 
Senza un pio turbamento, a lui natura 
Un raggio di gentile alma negava! 

Tal non era d' Arnalda, e non dell' altre 
Sciagurate compagne : ed essa pure 
Actea parve ascoltasse : e ne la offesa 
- Mente quel dì le arrise, allor che i bronzi 
Sonar la gloria di sue dolci nozze, 
Qual sovvenir di noti ed amorosi 
Volti, di tetti placidi, di allegre 
Feste e di tombe ! E chi pensava ai gaudi 
De le romite sere, ai delicati 
Lavori smessi, quando il sol lambia 
Col raggio d' oro le trapunte tele ; 
Chi il secreto desio rimeditava 
E i guardi, e le furtive orme, e il pudore 
D' un cognito donzello, e l' infinita 
Soavità d' un bacio fuggitivo. 
E la madre? Oh la madre era di molte 



POEMETTO GIOVANILE. 471 

L' amarezza suprema, e le scolpite 
Sembianze, e gli atti mansueti innanzi 
Kedian cari e tremendi : e se d' alcuna 
Menda vèr lei si ricordava il core, 
Quella, che parve un dì menda sì lieve, 
Tornava or colpa smisurata. — Arnalda 
Le sacre ossa materne, e l' insepolto 
Capo del padre ripensava, e un altro 
Caro morente al pie d' una colonna, 
E de la patria violata il grido : 
E cadde genuflessa, e su le labbra 
La morte e la preghiera avea dei morti. 
Tacevan tutte, e tu,, povera folle, 
Mescevi inconsapevole la tua 
Danza di Cipro a la natia canzone. 

Allor s' intese da le cento prore 
Dei vincitor, cui le seconde brezze 
Traevano e il desio de le rapine, 
Diffondersi sull'acque una festiva 
Armonia di stromenti. 

Odela e surge, 
Da non so qual divino estro rapita, 
Arnalda e in tuon profetico prorompe : 

R Ite, 1' avventurosa onda frangete, 
Superbe navi, del trionfo allegre ; 
E il sol che cade de le sue più vive 
Porpore vi dipinga ! Oh, di ben altra 
Porpora tinte, che sarà di sangue, 
Pria che ritorni vedova la selva, 
Carene di morti, e fuggitive invano 
E disperate in mari altri v'attendo.... 



472 ARNALDA DI ROCA 

Oh! chi mi leva in alto sì, che i giorni 
Nascituri contemplo?... 

" Ecco tre scogli ( 6 ) 
M'appaiono deserti in mar deserto, 
Senza traccia d'umane orme e di fama; 
Voi senza fama ? — Oh ! tale un nome avrete, 
Che fia rampogna ai secoli codardi ! 
Però eh' io miro veleggiar per molta 
Lontananza di fiotti un contro V altro 
Due popoli iracondi, e le galere 
Fulminando scontrarsi, e uscir dal grigio 
Fumo sul fianco lacero inchinate 
Le capitane con le vòlte antenne. 
Però che sento un sibilar di frecce, 
E un urtarsi di prue 1' una siili' altra 
Lanciate, e il grido de le mille voci 
D' un naviglio che affonda ; e svolazzando 
Sinistri augelli stridere invitati 
Al festin de la morte; e le ululanti 
Esequie e il pianto de le Tracie donne. 
Però eh' io veggo fluttuare un bruno 
Panno sull'alto de le tre scogliere, 
E via per V onda, finché Y occhio arriva, 
Un tristo di turbanti arsi e di vele 
E di naufraghe salme impedimento.... 
Una prua dal tumulto esce veloce.... 
Tu parti? — Addio. — Sollecita il remeggio, 
Adriatica prua: te dei trionfi 
Accarezzata messaggera attende 
Venezia su la piazza unica in folla; 
E tripudio di danze e ne le miti 
Notti lungo la curva ampia prepara 



POEMETTO GIOVANILE. 473 

Del suo Rialto luminarie in festa.... 
E tu, Sposa del mare, affretta il riso, 
Perchè pure per te, misera, vedo 
Spuntar nell' avvenir le faticose 
Giornate del dolore : affretta il riso, 
Finché non t' abbia V Oceàn reietta, 
Infedele ad amplessi altri correndo. 
Se un immortale ai talami t' assunse, 
Immortale non sei ! Tu che lo scettro 
Rapivi a Cipro mia, tu che a sì dura 
Agonia F abbandoni.... e tu morrai 
Abbandonata. — E scorderanno i regi 
Le delizie dei giorni r allor che molle 
Li banchettavi dentro all' aule ci' oro, 
Ospite insuperata : e a far più lieta 
La voluttà di quelle itale notti, 
Infioravi le gondole, e per 1' acque 
Illuminate misurando il remo 
D'armoniose serenate al canto, 
Soavemente li traevi ai balli 
Intrecciati di maschere e d'amori. 
Scorderanno le sacre ire del tuo 
L'ione e il rugghio salvatore, allora 
Che navigando lungamente solo 
D' Oriente le perfide marine, 
De la Croce vegliante angelo stette 
Contro la Luna ; e con la fulva chioma 
D' ottomane saette irta rediva, 
Ma vincitor, di monumenti e d'arme, 
D' aromati e di fior carco, e di gloria 
Italiana a la ducal maremma ! 
Flagel di Dio, scendeva un dì dall' Alpi 
Il guidator de gli Unni, e la Paura 



474 ARNALDA DI ROCA 

Te generava, e poi ti nascondea 

Fanciulla eroica in grembo a le tue cento 

Isolette infeconde e gloriose. 

Flagel dei troni, da quell' Alpi stesse 

Scenderà di ponente un isolano 

Agitator d' eserciti e d' idee ; 

Cavalcherà superbo pe' tuoi lidi 

Popolosi di ville e di codardi; 

E tu, stupendo fior de le paludi, 

Povera, antica, con le man posate 

Sul grembo inerte, al par d' un tapinello 

Infievolito, che s' asside al sole, 

Corrai, fisando, il moribondo raggio, 

Che mancia 1' astro di tue glorie a sera. 

Finché te le paure uccideranno : 

E agonie calunniate, e morte avrai 

Ingloriosa, inulta, occultamente 

Da qualche solitaria anima pianta!../ 1 

Di canti un improvviso e di feroci 
Kisa tumulto, una diffusa striscia 
Di fiaccole pei colli littorani 
Che discendendo, i serpeggianti colli 
Come serpe di foco assecondava, 
Rupper la vision dei dì non nati 
A la bella rapita. Intorno ad essa 
Pallide, genuflesse eran le donne, 
Cespo di tuberose saettato 
Dal sol meridiano, intorno a palma 
Giovinetta da forti aure commossa. 
Fin essi i guardiani all'idioma 
Incognito e possente, all'ispirato 
Occhio fulmineo, al portamento ardito 



POEMETTO GIOVANILE. 475 

De la fanciulla intesi, avean dismesso 
Lo sgranar de le inerti ambre, e la noia. 

Siccome i fuochi onde rosseggia il monte 
Quando a valle sospinto il mandriano 
Le selvatiche accende erbe autunnali, 
Pur nel desio di più fiorente aprile; 
Tali appariano quelle faci ; or d' una 
Fulgida riga incolorando i clivi 
Si nascondean fra gli aloe giganti, 
Or r'iuscivan più di pria vivaci 
Basente un balzo, o vagavan confuse, 
A guisa de le lucciole sui prati. 
Come scendeano approssimando, al guardo 
Apparivan distinti armi e cavalli 
E cavalieri, a cui bianco svolava 
Qual lenzuolo da morti il vestimento. 
Alfin posàro in una valle. — Quivi 
Una tenda crescea di caprifoglio 
Sopra un delubro rùinato. Un tempo 
Le Amatusie fanciulle alzar quell' ara 
A Citerea di voluttà maestra: 
Quando, furenti di desio, la baia 
Correano seminude, e da la riva 
Ai venturosi naviganti invito 
Feano col canto; e i talami improvvisi 
Eran cespi d' olenti erbe e col prezzo 
Inverecondo componean la dote. ( 7 ) 

Ivi cV Assano riposò la banda 
Trafelata un istante, a cui tardava 
Il mattino salpar, de le seconde 
Prede bramosa; e ad ingannar l'attesa 



476 ARNALDA DI ROCA 

Alzò per l'aure una canzon di guerra, 
Cui risponder parea V impaziente 
Annitrir dei cavalli, e la montagna. 
E al suolo infìsse le cruente picche, 
Urla mettea di scherno, e di crudele 
Letizia insultatrice ai generosi 
Spenti sul campo de la patria. 

Donne, 
Oh, non guardate, misere!, di quelle 
Aste a la punta! che derisa e lorda 
Forse ivi tale sanguina una testa, 
Cui ieri ancora al mattutino addio 
Di figliuole col bacio e di sorelle, 
Adorando baciaste, ahi! destinata 
A veleggiar, spettacolo di mòrte, 
Del navile ai sublimi alberi in vetta ! ( 8 ) 

Scende la notte: qualche prima stella 
A poco a poco tremolando spicca; 
Rompe i sereni al nitido orizzonte 
Qualche tacito lampo irrequieto, 
Occhio di luce che si chiude e s' apre 
Rapidissimamente. 

Oh come cara 
Fora quest' ora, se spuntar fra i rami 
Là sull' alto del monte io non vedessi 
L' albór di quel nascente astro crinito 
A funestarla! 

E con qual mai segreto 
-Discernimento, te lanciava Iddio, 
Fuggitivo pel ciel pallido mondo? 



POEMETTO GIOVANILE. 477 

Quando sei nato? Ove fìnor la tua 
Vita di mille secoli traesti 
Risvegliatile di paure arcane? 
Forse in te pur nasce, fatica, e muore 
Una gente fugace, a cui die vita 
Inaffiata di lagrime la creta? 
se' tu di maligni angeli un nido 
Senza requie vaganti, a cui talenta 
Col guardo avvelenar la poveretta 
Letizia de gli umani? Ove prefiggi 
Pei dì venturi la sinistra fuga? 
Quanto ancora di genti congiurate 
Agitarsi e di guerre, e vergognoso 
Esular di regali orme maturi?... 

Chi mi narra, onde vien, come si chiama 
Quel galeotto? Or con pupilla immota 
Egli contempla il risalir di quello 
Peregrino del cielo, e par confonda 
La sua con la romita alma dell' astro : 
Or si volge a quel punto ove il baleno 
Con arcani caratteri di luce 
Segna gli azzurri, e maledice al nembo, 
Che su quell' acque infuriar non osa. 
Però che un dì dal Golgota lontano 
Per quell' onde una santa imperadrice, 
Bella redia de la scoverta Croce; 
E sorse nera una tempesta, ed ella 
Gittò al fondo un divin chiodo, che stette 
Mallevadore di perenni calme. ( 9 ) 
Ma quel dannato a la galera agogna 
La tempesta e la morte. Al vergognoso 
Remo non era la sua mano bianca 



478 ARNALDA DI ROCA 

Esercitata. E s' io ne guardo il mesto 

Pallor del volto, e su la nobil fronte 

La ferita recente, se del nero 

Occhio contemplo la selvaggia cura, 

Ben lo ravviso. E quella fronte io certo 

Vidi una sera scolorir trafitta 

In una chiesa. Oh meglio era morire! 

Quanto, Nello, mutato or ti riveggio 

Da quel gagliardo, che scorrea sulP alba, 

Tinto di spume del corsiero ansante, 

Di Nicósia le vie precipitose 

Verso gli spaldi sacri! E le fanciulle 

Disiando balzavano dai letti, 

E affacciate al balcone avean sui labbri 

Quella preghiera che improvvisa il core 

Pel valoroso cavaliere e bello! 

Oh meglio era il morir! Che fu ben vile 

E frutto di profondo odio il pensiero, 

Che te costrinse col pudor del servo 

A trascinar la tua vergine sposa 

Tra le vergogne di chioschi impuri! 

Oh F ignori la misera ! Già troppa 

È la sventura che le strazia il core! 

Ma perchè avvinghi il remo, e nel tuo sguardo 
Si raccende la vita ? — E dall' ardito 
Volto, cui fiamma subita invermiglia, 
Scuoti i negri capelli e intento ascolti? 

Sonò per la carena un improvviso 
Commovimento, e un urlo di straniere 
Favelle mescolato e di bestemmie; 
Una rabbia di colpi; uno scompiglio; 



POEMETTO GIOVANILE. 479 

Un accorrer pel cieco aere di genti. 
A quando a quando di fulminea canna 
Lo scoppio; un grido di morenti e un tonfo 
Pei gorghi bruni di cadute salme. 

Oh! qui di sotto ne la buia stiva, 
Chi muor? chi vive? e quale mai di sangue 
Misterioso dramma ora si compie? 
Nello, non senti che qua giù si grida 
In tua lingua natia? Kupper le funi 
Gli schiavi. — De la carcere il l'ione 
Franse i cancelli, e rugge e all'atterrito 
Domatore s' avventa e lo divora. — 

Come la turba dei mentiti amici, 
Fugge dall' uomo sventurato il sonno ; 
E se lasso talora ei s' addormenta, 
Fantasimi deformi e tenebrosi 
Con gli occhi dell'afflitta anima vede, 
Tale su quelle povere di Cipro 
Un sopor faticoso era disceso, 
Allor quando il fragor de la rivolta 
Le riscosse: e balzar per la tenèbra 
Confuse in paurosi abbracciamenti. 
Crebbe l' impeto e l' ira. — Una percossa 
Fiaccò la porta de la muda; e amica 
Voce sonò, che disse a le tremanti: 
« Libere ! uscite — e combattete. » — Un motto 
Scambiò le cerve in leonesse. Uscirò 
Rapide, risolute.... a che?... non sanno. 
Ma fosse pure a scendere d' un salto 
Nel fondo a una voragine.... non monta: 
Che nel periglio v' è un' altera ebrezza, 



480 ARNALDA DI ROCA 

E la morte sorride all'infelice, 

Cui ne la vita non rimari che l' onta. 

Va per le scale tenebrose, e i palchi 
Trascorre Arnalda; in una scimitarra 
Col piede inciampa, la raccoglie, e s'arma. 
Sente il marino aere sul fronte, e sbocca 
Ne la corsia dei remiganti. In quella 
Da la stiva irrompean ferocemente 
I rivoltosi. — D' uno sparo il lampo 
Illumina la tolda; e una confusa 
Battaglia e i cento volti e la sinistra 
Gioia e le pòse dell' avvinta ciurma 
Un istante rischiara, e le paure 
Più profonde rinnova e la tenèbra. 

Vide la giovinetta, o fu delirio, 
Supplice in ceppi un remador le palme 
Tendere ad essa, e udì chiamarsi a nome 
Come ne' dì giocondi? 

In un baleno 
Ella ogni cosa indovinò : lanciossi 
Sul galeotto e se lo strinse al core! 

Novello lampo illumina la tolda, 
E più cruda la mischia e più sinistro 
Appare il ghigno de la serva turba: 
E chi guardato in quell' istante avesse 
Per la fila dei remi, avria veduto 
Due creature in un amplesso unite 
E in un bacio d' amor. Ella disciolse 
Nello dai nodi de la vii catena, 
E congiunti pugnar. Kade le scolte, 
Atterriti i custodi, e la battaglia 



POEMETTO GIOVANILE. 481 

Nel misterio dell' ombre impreveduta, 

Kapidissima, atroce, e la favella 

Diversa, a le ferite unica guida ; 

Sopra F onda del mar fumando il sangue 

A rivoli cadea da la galera 

Dove appariva al lume de le stelle 

Come una caccia di figure bianche 

Che perseguite da una gente armata 

E seminuda, sub" infida tolda 

Cadean trafitte, o dai raggiunti bordi 

Si lanciavan nei vortici del mare. 

E la povera Actea, non abborrendo 
I morti e il sangue ond' era molle e ingombro 
De la stiva sfollata il pavimento, 
Danzava al metro de le sue canzoni ! 

" Cipro, vincemmo ! " il sire di Saido 
Gridò con voce a le battaglie avvezza. 
K Cipro, vincemmo ! — I martiri insepolti 
Esulteranno ne le patrie valli 
Vendicati. — Ben altra opra ne resta ! 
Ora liberi alfin, lungo gli scogli 
Costeggerem di quella curva baia, 
Come pin da corsal tacitamente. 
Dell' alba a le seconde aure vèr Candia 
Veleggeremo. Ivi il L'ione alato, 
Poi che lottò con le tempeste, dorme 
Su le tarde galee sonni oziosi : 
Lui d' un tradito popolo le grida 
Risveglieranno, pria che 1' Ottomano 
S'avventi a fulminar novellamente 
Qualche nostra città. — Fratelli, al remo ! 

^LEARDI. 31 



482 ABNALDA DI KOCA 

Se Dio '1 concede, fia per noi redenta 
Questa povera patria." — 

E nel delirio, 
Da quel nobile sogno affascinato, 
Strinse esultando la sua sposa al core: 
E la pupilla che non pianse mai, 
Nel segreto versò la generosa 
Stilla d' un gaudio eh' ogni gaudio avanza. 

Ohimè ! nel mentre che a rilento move 
Carca di tanta illusion la nave ; 
Dopo la svolta d' una rupe appare 
Un' altra nave ! — * All' arme ! All' arme ! è quella 
La galera d' Assano. 1 ' 

E remigando 
Cupa, silente, di vendetta anela, 
Lunghesso la divisa onda lasciava 
Un' orma luminosa ; e da la poppa 
Eaggiavan sui pinacoli le lampe, 
Somiglianti a due grandi occhi di bragia. 

Continuò per breve ora la voga, 
Ai fuggitivi, a gì' inseguenti eterna 
Ora d' angoscia, perocché ogni petto, 
Anche animoso, palpita al pensiero 
De la morte imminente; e da la creta, 
Ch' è per disfarsi, V anima si leva 
A parlare con Dio che s'avvicina. 

Guadagnando di spazio appressa intanto 
La cacciatrice. In un balen di fiamme 
Le si cingono i fianchi, e sui fugaci 



POEMETTO GIOVANILE. 483 

Stride una pioggia di rovente piombo. 

Surse un nuvolo denso, e in quel!' istante 

D' affannoso silenzio, sonò V eco 

De le montagne. Un lungo urto costrinse 

Le gementi galere ; e la commossa 

Onda levossi con le mille spume 

Su le teste omicide. 

" All' arrembaggio ! " 
— Anco una pugna? Oh, non avrà il mio canto 
Fastidito di sangue e di sventura; 
Poi che soltanto a note di dolore 
Quest' arpa mia non destinava Iddio : 
Ma forse, io spero, a mantener le patrie 
Speranze e l'ira, a consolar le pene 
De' miei fratelli ; e intanto entro il modesto 
Santuario del cor, dove le faci 
Sono i miei cari, con ignoto verso 
Ella canta in segreto intimi amori. 
Sai come pugni un libero coi polsi 
Lividi ancora da la rea catena, 
Cui sterilita la virtù del core 
Non à il lungo servaggio? 

E tal fu orrenda 
E disperata e rapida la pugna. 
E allorquando il solenne arco dei cieli, 
Dove sui piani di Soria s'incurva, 
L' alba dipinse con la man di gigli, 
Cessar le morti, e la galea ti parve 
Cimitero natante in mezzo all' acque. 

Arnalda, ove ti ascondi, o dove giaci 
Defunta? Assano avidamente cerca 



484 ARNALDA DI ROCA 

Alcun vestigio che di te gli parli. 
Forse de la nascente alba più pura 
Salivi al cielo, e la cruenta piaga 
Che il niveo sen di martire ti squarcia, 
Ti fea cortese il guard'ian severo 
Del paradiso? e con aperte braccia 
Ti corse la paterna ombra dinante? 

Muta, ferita, del pallor del cero 
Che ne le chiese illumina gli altari, 
Non fidente che in Dio, respira ancora 
La vergine di Roca. — Il fianco posa 
Molle di sangue in quell'angol riposto 
Dell' asciutta carena ove il marino 
Serba geloso la fulminea polve : 
Quivi soletta nel silenzio attende 
Eassegnata la morte. 

Ahi ! questo pure 
Ultimo e fiero asilo è invidiato 
A la diserta. Anno odorato i falchi 
De la colomba moribonda il nido. 
Inoltra col mantello insanguinato 
L'arabo vincitore, e nel suo sguardo 
Traluce di dannata anima un lampo. 
Addietro a lui due schiavi d'Etiopia 
L' un con la face ne rischiara i passi 
Giù per le scale, e reca 1' altro un colmo 
Bacil coperto di broccato d'oro. 

rf Mia sultana ci' amor, bella fra tutte 
Le avventurose Uri del ciel, perdona 
Se di ritardi al talamo promesso 



POEMETTO GIOVANILE. 485 

Giungo scortese. — Non fu già mia colpa. 
Pria di condurti al desiato Aremme, 
Io ti cercava un dono, unico in terra, 
Che vincesse ogni gemma d' Oriente. 
Eccolo ; e in esso il mio perdono. " 

E alzato 

Da quel bacile il vel, mise un orrendo 
Riso, e di Nello discovrì la testa 
Sanguinolenta. 

Motto non rispose 
L' inorridita vergine ; nel volto 
Non si mutò : si genuflesse, e al Dio 
De' suoi padri il sereno occhio volgendo, 
Tolse un' arma dal cinto, e con la breve 
Canna dentro a le polveri serbate 
Placidamente fulminò la palla. 
E viventi, e cadaveri, e chi fea 
Patire, e chi pativa, e le rapaci 
Galee, che a tanti affanni erano scena, 
Sparvero avvolti dentro un mar di foco, 
Quale fra sonni paurosi un' egra 
Vision di dolor. — Lacere 1' onde 
S' allontanar in spumeggianti giri : 
Per vasto tratto da le ardenti e rosse 
Aure discese e crepitò sull'acque 
Una pioggia di brage e di squarciate 
Membra e eli tronchi d'arbore fumanti. 

Tutto passò. — La calma, che precede 
L' alba, sorride su la molle baia : 
Riede pel terso aere il silenzio ; e lungo 



486 ARNALDA DI ROCA, POEMETTO GIOVANILE. 

I montani sentier, la tremolante 
Siepe di melarancio e di lavanda 
Sveglia i profumi mattinali, e invita 

II gentil capinero, e la festiva 
Lodoletta, che trae verso 1' aurora ; 
E di vita cotanta, e da sì cupi, 

Pur ora, odii agitata, altro non resta 
Che una solinga nuvola di fumo 
Che lambe V acque dove fùr le navi. 
Odi uno strido d' aquila, che scende 
Mattiniera a la pésca: odi il maroso, 
Che frange a gli orli de la ripa, e porta 
Un remo, un teschio a la deserta arena : 
Altro per l' infinita aura non odi ; 
Però che eterna è la natura, e nebbia 
Vanitosa 1' umane ire e gli amori. 

nepote dei dogi, ( ,0 ) ecco, nel mesto 
Porto sì muto d' opere, la stanca 
Voga ritorna del L'ion morente; 
E l'inclite fantasme a le lor tombe 
Biedono, e al sonno su guancial di polve; 
Piede, qual si partia da le sue corse 
Il bucintoro : — e quello che tu vedi 
Vessillo immoto su la bruna antenna, 
È la spoglia d' un martire ; supremo 
Astro, che, pria de la perpetua nebbia, 
Ingemmasse di Cipro i firmamenti. 



NOTE. 



(') L' isola di Cipro, altrimenti nominata Ceraste, dai promon- 
torii a guisa di corna, Pafia, Salaminia, Amatusia, Citereia, Ma- 
caria, ossia beata, perchè feconda e ricca d' ogni bene, è lontana 
sessanta miglia dalle coste di Soria, trenta dalla Cilicia, trecento 
da Alessandria d'Egitto. — Popolata da Cetima pronipote di Noè 
— soggiogata da Nino assiro — rapita agli Assiri da Amasi re di 
Egitto — posseduta dagli Argivi — dai Fenici — spartita fra nove 
re, dei quali Agapenore fabbricatore del magnifico tempio dalle 
cento are, che Tacito celebrò. — Malarrivata sotto de' Tolomei — 
conquistata dai Romani, e taglieggiata al solito e smunta. —Nella 
partizione del Romano Impero, quando il mondo, fra le tante al- 
tre belle cose, era diventato un podere diviso in tre padroni, toc- 
cata in sorte ad Antonio. Da costui donata, come si dona un 
vezzo, a Cleopatra in cambio di un sorriso. — Caduta nelle fiac- 
che mani degl'imperadori d'Oriente. — Da Costantino governata 
a mezzo di duchi, fra cui Isacco Comneno, levatosi a tiranno. — 
Rapita al rapitore da Riccardo d' Inghilterra pel ragionevole mo- 
tivo, che sbattuto da una burrasca gli fu niegata ospitalità. — 
Venduta, come una fattoria, ai cavalieri del Tempio — venne 
finalmente (1193) in potere, e retta, come Dio* non vuole, dalla 
famiglia dei Lusignani — degni compaesani del duca di Atene — 
razza di Francia. La infelice isola beata, fra tristi e sopportabili, 
n' ebbe tanti da farne sedici re. — Aveano nell' impresa: pour 
loyauté rnainlenir, e furono pressoché tutti sleali. Aveano nello 
scudo: pour vant maintenir, e ve ne furono di prigioni, di 
schiavi, e splendidamente terminarono col bastardo Giacomo II. 
La bella vedova di costui, Caterina Cornaro, fu forzata a cederla 
spontaneamente alla Repubblica di Venezia sua affettuosa madre 
adottiva. Sotto la Serenissima passò abbastanza male ottantatrè 
anni — quando Selirno II per molte ragioni da conquistatore, la 
più fondata delle quali era che poco asceticamente gli piaceva 
il vin di Cipro, la volle sua; e l'ebbe: e tuttavia dai suoi pò- 



488 NOTE. 

steri è governata. — Il 25 luglio del 1570 1' esercito turchesco 
imprese l' assedio di Nicósia. — Tentati invano dagli infedeli quin- 
dici assalti, il 9 settembre 1570 entrarono per le breccie: — 
quindicimila persone a fil di spada: il resto schiavi. — Una co- 
meta n'avea minacciato ai superstiziosi la rovina. « Una nave fra 
le altre (scrive il Sagredo — Monarchi Ottomani) destinata 
a rallegrare il Sultano, contenea pretioso carico, et il trascelto 
delle bellezze di Cipro in alquante nubili donzelle. Àrnalda di 
Roca più degna di corona che di catene, libera di animo, sebben 
schiava di corpo, vedendosi captiva con l'altre, condannata a sa- 
tiare, dopo la crudeltà, anco la libidine ottomana, infiammatasi 
di generoso risentimento, accese la monitione che con ardore 
più vorace dei Turchi la nave con tutto il bottino incenerì. Die 
fuoco al rogo dell' estinta patria per rinascere qual Fenice alla 
gloria del Cielo. Et fu questa 1' ultima fiamma dell' esequie della 
capitale di così fiorito regno. » 

( 2 ) Nicósia, città fra le prime di Cipro, sta in mezzo alle terre 
nel vasto piano di Mezzarea, lontana dal mare ventiquattro mi- 
glia dalla parte di Salines, quindici da quella di Cerines. È di- 
visa dal fiume Pedeo ingrossato per molti ruscelli delle vicinanze, 
passato da vari ponti. È circondata tutto intorno da monti che 
s' innalzano fino a quello di Santa Croce, il più sublime di tutti, 
uno dei quattro Olimpi, villeggiature degli antichi Dei. È munita 
di mura all'intorno con terrapieni, fosse, sortite; è forte di un- 
dici baluardi reali, uno dei quali era chiamato Costanzo. Bella 
di palazzi all' italiana, di piazze, di monumenti, di chiese, fra cui 
la maggiore Santa Sofia, edifizio gotico-bizantino, opera di Giu- 
stiniano, ora moschea; e San Domenico, ove stanno i sepolcri di 
molti principi della casa di Lusignano. — Illustre per nobiltà non 
ignava, in mezzo alla quale eminenti i conti di Roca, e di Car- 
passo, i signori di Said e di Suro. 

( 3 ) Elena Paleologa, figlia del despoto di Morea, fu moglie a 
Giovanni II re quattordicesimo di Cipro (1432). Questa feroce 
donna ingelositasi di Maria di Patras, la più bella dama dell'Ar- 
cipelago, favorita del re, le fece cincischiare il naso e gli orec- 
chi; e costrinse Giacomo, figliuolo della povera Maria e del re, 
alla chierca. — Poscia maritò la propria figlia Carlotta a Giovanni 
secondogenito del re di Portogallo, e siccome il genero non se- 
condava le sue mire, ella se ne sbrigò col veleno (1456). 

( 4 ) Jano I (1403) terzodecimo re, fu così chiamato perchè natii 
a Genova, mentre suo padre Giacomo I era ivi prigione. Libe- 



NOTE. 489 

rato il giovinetto coli' oro, vide alla sfortuna della nascita tener 
dietro l'infelicità del regno, poiché fu travagliato da guerre e de- 
vastazioni, da novella prigionia, e riscatto ruinoso. 

( 5 ) Il pensiero di questo episodio dell' Actea fu suggerito da 
un fatto che trovasi narrato nell' opera di Anton-Maria Graziano 
intitolata : 

« Antonìi Marion Gratiani a Burgo Sancii Sepulcri Episcopi 
amerini, de Bello Cypro, Lib. V. Praeteriri silentio non debet 
nobilis matronse facinus. Ea cum teneri ab hostibus urbem ac- 
cepisset, jamque trepidatone, ac turnultu cnncta perstreperent, 
proripit se domo, ut, quae fortuna viri, quse trium filiorum, quos 
pater secum in pugnam adduxerat, cognosceret ; ad mcenia ipsa 
vadentem refugentium impetus domum intrusit. Hic comperit, 
virum, filiosque egregie pugnantes prò patria mortem occubuisse. 
Tunc praeceps, dolore et strepitu ingruentis in urbem tumultus, 
alienata prope mente, domum irrupit. Ei impuber fìlius eximia 
forma, quem unice diligebat, occurrit : quem complexa mater, 
diu osculo inhaesit: mox furiali percita pietate: Egone, inquit, 
te, fili, tam saavis hostibus vile mancipium relinquam? tu, jam 
jamque amplexu avulsus meo, barbarorum libidini ludibrium ibis? 
Simul, hsec dicens, pueri jugulum cultro transfixit, seque insu- 
per, tribus vulneribus in pectus adactis, interfecit. » 

( 6 ) In questi e ne' seguenti versi si accenna alla famosa batta- 
glia navale di Lepanto, incominciata presso i tre scogli detti 
Echinadi, ora Curzolari. La quale, dopo miracoli di valore, ter- 
minò colla sconfitta de' Turchi (6 ottobre 1571), un anno dopo la 
rovina di Nicosia, e la presa di Cipro. La novella di quella 
disfatta, che fu una vera e solenne festa per l' intera Europa di 
allora, fu, non appena finita la giornata, mandata celerissima- 
mente a Venezia da Veniero. 

C) Propetidi erano donne della città di Amatunta, che avendo 
spregiata Venere e negata la sua divinità, furono punite dalla 
Dea col renderle insensibili all' onore e alla vergogna. Queste, 
secondo quello ne vien riferito dagli storici, mandavano in certi 
tempi determinati sulle spiaggie del mare le loro figliuole, per- 
chè cercassero di guadagnarsi con la prostituzione qualche de- 
naro, onde formarsi la dote: né per quanto si pentissero dappoi 
della colpa, riacquistarono il senso del pudore. 

Trog. Pomp. L. 18, e. 5. 

( 8 ) Le teste dei conti di Roca furono mandate, per terrore, e 

^LEARDI. 52 



490 NOTE. 

per ischerno, sotto lo mura dell' assediata Famagosta, (Piero Giu- 
stiniano, Storia Veneta.) 

( 9 ) In una leggenda cipriotta è raccontato che la madre di Co- 
stantino, tornando da Gerusalemme per mare, dopo aver disco- 
verta la croce, fu assalita da una fiera burrasca nel golfo di Set- 
taglia, infame allora per naufragi. Ella, vedendo crescere il pericolo, 
lasciò cadere nel fondo del mare uno de' sacri chiodi, e da quel 
giorno in poi, quelle acque da procellose si resero piacevoli e 
navigabili. 

( 10 ) In questi ultimi versi intendo parlare di Bragadino, il ge- 
neroso difensore di Famagosta, e della sua spoglia. Di questo 
fatto così dice uno storico: « Per ordine di Mustafà, Marcantonio 
Bragadino fu condotto in piazza nudo, colle mani e piedi legati, 
colla faccia volta alla colonna dove si castigano i malfattori: 
quivi, standosene Mustafà guardando sì fiera crudeltà, fu vivo 
scorticato. Rifulse incredibilmente in mezzo a sì tormentoso stra- 
zio la costanza e la fortezza di queir uomo : non trasse gemiti, 
non mosse lamenti: confortavanlo la pietà verso Dio, e l'amore 
verso Cristo salvatore, il cui nome ed aiuto continuamente invo- 
cava : ne trapassò se non quando i tagli all' umbelico arrivarono : 
quando là si venne, in divine lodi e preci profondendosi rendè 
1' anima invitta a Dio immortale, e le mortali spoglie con 1' eterna 
e beata vita cambiò. Né contento il barbaro dell' aver mirato coi 
propri occhi scarnificato e lacero con orribil genere di tormento 
l'uomo fortissimo, volle anche incrudelire contro il suo cadavere. 
Appeso alla fune con cui stava legata la bandiera sulla piazza, 
ai morsi delle fiere l'offerse; poi la pelle riempiuta di fieno, ed 
a guisa di vivente vacca conformata, e ad ombrello sottoposta, 
fé' portare a ludibrio per la città. Finalmente all' antenna d'una 
galeotta sospendendola, ed a ferale spettacolo ai lidi di Cilicia e 
di Soria mostrandola, la condusse a Costantinopoli: affinchè quasi 
niun luogo fosse, ove stampati non si vedessero i vestigi della 
sua perfidia e crudeltà. » 

Venezia al martire eresse un monumento. 



PER NOZZE. 

LETTERA ALLA SPOSA. 



Nata in terra di forti, orfana bella 
Dagli occhi azzurri e da le trecce d' oro, 
Senza lagrime lascia il patrio nido 
Dall' onde de la Fulda attraversato, 
Che tra selvette di puntuti abeti 
Va mormorando di non so che antiche 
Glorie di ferrei e splendidi Elettori. 
Come ti guida Amor valica l'Alpi 
Eternamente bianche ; e là discendi 
Ove l' impetuoso Adige bacia, 
Nobile scolta dell' Italia, Trento 
De le tombe de' tuoi padri custode ; 
Trento desio de le città sorelle 
E passione. Qui per erta via 
Aspra di dumi e di ciclami sparsa, 
De la montagna sovra il più superbo 
Dolomitico picco ascendi e guarda. 
Laggiù lontan lontano oltre la valle 
Madre a' gagliardi eh' Eridan feconda, 



492 PER NOZZE. 

Stretta fra due solenni archi di mare, 
La più bella si allunga in fra le belle 
Penisole, che Dio, ne' tempi antichi 
Dall'abisso elevò colla sua enorme 
Spina di monti, e le sue verdi chine. 
Ivi nel mezzo a una tranquilla in grembo 
Chiostra di colli a Dionisio sacri, 
Tempestati di ville, ove il cipresso, 
Che altrove piange, par che ti sorrida, 
Giace Fiorenza, culla inclita un tempo 
Dei Titani dell'Arte, ove il mendico 
La limosina ancor lungo le vie 
Col puro accento d'Allighier ti chiede. 
Colà una casa in festa e di profumi 
Fragrante un letto nuzial t' aspetta 
Sposa invocata. In sulla tersa soglia 
Seminata di rose il nuovo padre 
Si presenta esultando e a te, soave 
Pellegrina d' amor, le braccia e il core 
Apre benedicendo, e te regina 
Della magion chiama ed onora. I servi 
Con ansia accorsi al tuo venir, la mano 
Inanellata e de le vesti il lembo 
Ti bacian riverenti. 

Ivi su quella 
Soglia deposto il peritoso e mesto 
Sentimento che gli orfani accompagna, 
Vedrai per te rinnovellarsi, o cara, 
I blandi gaudi di famiglia, i fini 
Accorgimenti dell' amor, le dolci 
Intimità, le delicate e sante 
Confidenze del cor, che a te le Parche 
Sul mattin de la vita invidiaro 



PER NOZZE. 493 

Con F avel de la madre. E a poco a poco 
Vedrai forme vestir il tuo sognato 
Ideal di fanciulla. 

Allor di note 
Festevoli dal cembalo con dita 
Sapienti evocate ; allor del canto 
Dell'armonica tua voce di fata 
Si udran del tetto maritai le volte 
Lietamente echeggiar : e la cittade 
D'una novella deità terrena 
Sentirà la presenza. E a le pudiche 
Grazie, allo schietto favellar in molte 
Lingue, a la pronta carità del core 
E all'attico tuo spirito ammirate, 
Te quelle genti il fiore acclameranno 
Il più gentil de la città dei fiori. 



Nota. — La sposa nacque a Cassel nell'Assia Elettorale di 
madre prussiana, di padre trentino, ambedue morti, e viene a 
marito in Firenze. 



A TE. 

L'ORA CHE SAI. 



Se dopo il bacio della morte è vita, 
Fu un' ora al ciel rapita. 

Se farmaco bugiardo ai nostri mali 
E sognarci immortali, 

Qua allor creava un paradiso Iddio, 
E in quell'ora fu mio. 

Tutte le gioie della terra in una 
Condensi la fortuna, 

E un giorno di capriccio a un prediletto 
Mortai le versi in petto, 

Io non lo invidio. Non fia mai clie arrivi 
Ai gaudi fuggitivi, 

Ma fatti eterni nella mia memoria, 
Di quell'intima storia, 

Che tutti in fiamme, pur che la ripensi, 
Mi pon la mente e i sensi. 



A TE. 495 

Perchè in quell'ora, cui ridir non vale 
Niun canto di mortale, 

Lo spirito vital de la Natura, 
Che germina e matura 

Dalla spiga all' estrema nebulosa 
Ogni creata cosa, 

Tutto m'involse, e mi trovai sommerso 
Nel cuor dell' Universo ; 

Dove passando fra le arcane feste 
D' un' Eleusi celeste 

Suoni io cogliea pei tremuli zaffiri 
Di baci e di sospiri; 

Per 1' ocean degli esseri io sentìa 
Piovere un' armonia 

D' anime e d' astri, e su ne la infinita 
Sorgente della vita 

Fervere l'opra della eterna Idea 
Che infaticabil crea. 

.... 1878. 



LE INONDAZIONI. 



CANTICA. 



La Fata dell'aria. 

Regina dell'aria, 
Dei nembi signora, 
Dai ghiacci perpetui, 
Mia eterna dimora, 
Impero le nuvole, 
Oscuro le stelle, 
Invio le procelle 
Sul torbido mar. 

Recinta dall'iridi 
Di cento cascate, 
Torrenti precipito 
Su borghi e vallate. 
Assalgo coi turbini 
Le improvvide navi, 
Ne schianto le travi, 
Le spingo a perir. 



LE INONDAZIONI. 497 



Raccolgo, nell'intime 
Caverne dei monti, 
Dei fiumi, elei rivoli 
Le vergini fonti. 
E a un cenno dell'Arbitro 
Supremo del mondo, 
Le spando, ed inondo 
Campagne e città. 

Primo Coro di Donne. 

Cresce del fiume rapida l'onda, 
Batte, flagella, rode la sponda; 
Galleggian zaini, galleggian canne, 
Reliquie infauste delle capanne.... 
Passa una culla!... ahi! ahi! travolto 
Forse un fanciullo giace sepolto 
Fra i gorghi infami dell'acque ladre, 
Povera madre! Povera madre! 



Secondo Coro di Donne. 

Gemon per l'aura tocchi di squille 
Dalle vicine tremanti ville; 
Pallide accorrono dalla pianura 
Turbe presaghe della sventura. 
Vola sul colmo delle correnti 
Un affannoso suon di lamenti; 
E pien di lagrime, pieno di lutto, 
Sempre si eleva, si eleva il flutto. 



498 LE INONDAZIONI. 



Primo e Secondo Coro. 



La ripa ondeggia, traballa il suolo, 
Fuggiamo a volo, fuggiamo a volo! 

Primo Coro. 

Rotti gli argini, giù si scatena 
La fiumana che spuma, che mugge: 
Tutto copre di livida rena, 
Tutto annega, trascina, distrugge: 
Scrolla i muri alle case già vuote, 
Nelle chiese gli altari percuote, 
Bagna i morti nel tacito avel. 

Secondo Coro. 

La pianura di mèssi feconda 
È mutata in immensa laguna, 
D'onde emerge qualche ultima fronda, 
Dove specchiansi i rai della luna. 
Meglio il rugghio di orrenda tempesta, 
Che la calma funerea di questa 
Solitudine d'acque e di ciel. 

Preghiera. 

Vergine santa, madre dei dolori, 
Tu che al sole comandi e alla bufera, 
Abbi pietà di questi mille cuori 
Che innalzano al tuo cuore una preghiera. 
Misericordia, o Vergine Maria, 
D'una gente ridotta all'agonia. 



LE INONDAZIONI. 499 



Coro finale. 



E la Vergine ecco appar, 
Luminoso il volto e mesta, 
Quale in mezzo alla tempesta 
Una stella sovra il mar. 
E commossa di pietà, 
Di que' popoli a ristoro 
Apre lor le porte d'oro 
Dell'ardente carità. 



Nota. — Questa Cantica, scritta in occasione di una delle 
recenti alluvioni del Po, fece in quei momenti luttuosi il giro 
dei giornali. 

Affinchè non vada dimenticata, l'aggiungiamo a questa sesta 
edizione de' Canti. 



Fine. 



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